Robert Mapplethorpe nacque il 4 novembre 1946 a Queens, New York, in una famiglia cattolica di origine irlandese. Terzo di sei figli, cresciuto in un ambiente tradizionale della classe media americana, mostrò sin da giovane un interesse per il disegno e per l’arte visiva. Dopo aver frequentato scuole cattoliche, nel 1963 si iscrisse al Pratt Institute di Brooklyn, una delle scuole d’arte più prestigiose della città. Inizialmente si dedicò alla pittura e al disegno, sperimentando con il collage e con tecniche miste che riflettevano l’influenza del surrealismo e della pop art.
Questa biografia ripercorre la sua formazione, l’incontro con Patti Smith, il passaggio dal collage alla fotografia, l’estetica del suo bianco e nero, le serie più discusse e il lascito della Robert Mapplethorpe Foundation. Il suo caso resta uno dei più studiati nella storia della fotografia contemporanea, perché tiene insieme la perfezione classica della forma e un contenuto che ha messo alla prova i limiti della libertà artistica.
In Sintesi
- Robert Mapplethorpe (1946-1989) nacque a Queens, New York, in una famiglia cattolica irlandese, e frequentò il Pratt Institute di Brooklyn, dedicandosi inizialmente a pittura, disegno e collage influenzati da surrealismo e pop art.
- Nel 1967 conobbe la poetessa e musicista Patti Smith, con cui visse al Chelsea Hotel; la Polaroid segnò l’ingresso nella fotografia, a partire dai primi anni Settanta.
- Dalla metà degli anni Settanta adottò la Hasselblad a medio formato, con uno stile nitido e rigoroso vicino alla tradizione rinascimentale e al modernismo di Edward Weston e Minor White.
- La sua estetica unisce rigore formale e contenuto trasgressivo: bianco e nero con neri profondi e bianchi puri, formato quadrato 6×6, luce da studio che modella corpi e oggetti come statue, con un chiaroscuro rinascimentale e barocco.
- Le opere principali comprendono i ritratti dell’élite culturale (Andy Warhol, Louise Bourgeois, Patti Smith), le immagini BDSM e della sessualità omosessuale, le nature morte floreali, i nudi maschili e gli autoritratti della malattia, raccolti in libri come Polaroids e nei portfolio X, Y e Z.
- Nel 1988 la retrospettiva del Whitney Museum ne sancì la legittimazione e nacque la Robert Mapplethorpe Foundation; morì a Boston il 9 marzo 1989, a 42 anni, e il processo di Cincinnati del 1990 si chiuse con un’assoluzione storica per la libertà artistica.
Le origini, il Pratt Institute e Patti Smith
Mapplethorpe nacque a Hollis, nel Queens, e crebbe con la famiglia a Floral Park. Suo padre era un ingegnere elettrotecnico, sua madre frequentava le attività della parrocchia. Nel 1963 si diplomò alla Martin Van Buren High School e quell’estate lavorò come fattorino in una banca. A settembre si iscrisse al Pratt Institute, dove studiò arti grafiche, disegno, pittura e scultura. Tornò in aula nel 1968 con un prestito studentesco, ma nel giugno 1969, dopo aver mancato un esame di psicologia, lasciò la scuola a un solo corso dal diploma (alcune fonti indicano invece un titolo di studio al Pratt, e l’ambiguità dipende da come si conta l’ultimo anno).
Durante gli anni al Pratt, Mapplethorpe entrò in contatto con la scena culturale newyorkese degli anni Sessanta, caratterizzata dall’esplosione della controcultura, dal rock, dalla sperimentazione sessuale e dall’espansione dei movimenti per i diritti civili e gay. Questa atmosfera lo segnò profondamente, portandolo a un progressivo abbandono delle convenzioni formali e morali della sua educazione cattolica. Il collage divenne il suo linguaggio più naturale, con ritagli di riviste, materiali trovati e telai di legno su cui tendere tessuti o indumenti, come nelle opere del 1970 per la mostra Clothing as Art al Chelsea Hotel.
Nel 1967 conobbe Patti Smith, allora una giovane poetessa e musicista, con la quale instaurò un rapporto affettivo e creativo destinato a durare tutta la vita. Si incontrarono per la prima volta in primavera e si ritrovarono nell’autunno a Greenwich Village. Nel novembre 1967 si trasferirono insieme in un appartamento di Brooklyn, e lavorarono entrambi nel negozio di giocattoli FAO Schwarz, lei alla cassa, lui come addetto alle vetrine. Nel luglio 1969 i due si stabilirono al Chelsea Hotel, leggendario punto di ritrovo di artisti, musicisti e scrittori, dove ottennero una camera in cambio di un’opera d’arte lasciata in garanzia. Patti Smith sarebbe stata musa, modella e testimone del percorso artistico di Mapplethorpe, mentre lui ne incoraggiò le ambizioni artistiche. Nella primavera del 1970 prese uno studio in affitto nella West 23rd Street e vi si trasferì stabilmente.
Nello stesso periodo vendette gioielli artigianali realizzati con materiali di recupero, indossati anche da frequentatori della Factory di Warhol, e partecipò a un breve film sperimentale di Sandy Daley, proiettato al Museum of Modern Art nel novembre 1971. Sono episodi che mostrano un artista ancora in cerca del proprio mezzo, immerso nel milieu di Andy Warhol senza averne ancora la fama.
Dal collage alla fotografia: Polaroid e Hasselblad
La fotografia entrò nella vita di Mapplethorpe in maniera graduale. All’inizio, egli utilizzava immagini fotografiche prese da riviste pornografiche o da pubblicazioni commerciali, che incorporava nei suoi collage. Solo nel 1970, quando ricevette in prestito una Polaroid (secondo alcune ricostruzioni una SX-70, secondo altre la macchina dell’amica Sandy Daley), iniziò a produrre scatti propri. Questo strumento, rapido e accessibile, gli consentì di esplorare la dimensione della sessualità, dell’intimità e dell’autorappresentazione. Il Getty colloca il prestito della macchina nel 1971, e a Natale di quell’anno il curatore del Metropolitan Museum John McKendry gli regalò una Polaroid tutta sua.
La Polaroid ebbe per lui un valore fondamentale: gli permetteva di testare subito l’effetto visivo delle sue immagini, creando una relazione diretta con il mezzo fotografico senza la mediazione della camera oscura. La scelta stessa di lavorare con la Polaroid negli anni Settanta era in netto contrasto con l’idea di fotografia come documento oggettivo. Per Mapplethorpe la fotografia era innanzitutto costruzione estetica e simbolica. McKendry lo presentò ai dirigenti della Polaroid Corporation a Boston nell’aprile 1972, e il programma di sostegno agli artisti dell’azienda gli fornì macchine e pellicole. Nel gennaio 1973 la Light Gallery di New York ospitò la sua prima mostra personale, intitolata appunto Polaroids.
Nel 1972 conobbe il curatore e collezionista Sam Wagstaff, che divenne il suo compagno e il suo mecenate fino al 1977. Fu Wagstaff a regalargli, nel 1975, una Hasselblad 500. Il passaggio definitivo alla fotografia avvenne nella metà degli anni Settanta, quando iniziò a utilizzare macchine fotografiche di medio formato come la Hasselblad, che gli garantiva una qualità superiore e un controllo maggiore della composizione. Questa scelta tecnica coincise con la maturazione del suo stile: un’estetica nitida, rigorosa, influenzata sia dalla tradizione rinascimentale sia dal modernismo fotografico di autori come Edward Weston e Minor White.
Nel novembre 1975 la sua natura morta Banana & Keys comparve sulla rivista Interview di Andy Warhol, e dal 1976 collaborò con la testata come fotografo. Poco dopo ebbe due gallerie: la galleria di Holly Solomon, che nel febbraio 1977 mostrò i suoi ritratti mentre le immagini erotiche vennero esposte separatamente, e dal 1978 quella di Robert Miller, che divenne il suo rivenditore esclusivo. Nel 1977 partecipò a Documenta 6 a Kassel. Nel 1978 tenne la sua prima personale in un museo, al Chrysler Museum di Norfolk, in Virginia.
Negli stessi anni entrò in contatto con il mondo del BDSM newyorkese, che divenne soggetto privilegiato delle sue immagini. Frequentando locali come il Mineshaft, un club riservato ai soci nel quartiere del Meatpacking District, Mapplethorpe iniziò a fotografare scene esplicite di dominazione e sottomissione, bondage e pratiche sessuali estreme. Si presentava insieme come fotografo e come partecipante di quella sottocultura. Queste immagini, realizzate con la stessa cura formale delle sue nature morte e dei suoi ritratti, avrebbero rappresentato uno dei punti più controversi e discussi della sua carriera.
Parallelamente, iniziò a ritrarre artisti, musicisti e scrittori, diventando parte integrante della scena creativa della New York degli anni Settanta e Ottanta. Le sue fotografie spaziavano tra mondi apparentemente inconciliabili: da un lato l’élite culturale e i personaggi celebri, dall’altro l’universo underground della sessualità omosessuale più radicale. Questa tensione tra alto e basso, tra ideale classico e materia carnale, sarebbe rimasta la cifra costante della sua opera.
Negli anni Ottanta, già affermato come fotografo, ricevette commissioni prestigiose per ritratti ufficiali, ma continuò a produrre le sue serie più provocatorie e intime. Nel 1980 conobbe Lisa Lyon, la prima campionessa mondiale di body building femminile, con cui collaborò a ritratti, a un film e al libro Lady: Lisa Lyon (1983), con testo di Bruce Chatwin. Pubblicò Black Males nel 1980 e Certain People nel 1985. La sua vita fu però segnata dalla malattia: nel settembre 1986, dopo un ricovero per polmonite, gli venne diagnosticato l’AIDS, che avrebbe profondamente influenzato gli ultimi anni della sua produzione. Wagstaff era morto della stessa malattia nel 1987, lasciandogli la propria eredità. Mapplethorpe morì a Boston il 9 marzo 1989, all’età di 42 anni, al Deaconess Hospital, dove era stato ricoverato a febbraio per una cura sperimentale.
Estetica e tecnica fotografica
L’opera di Robert Mapplethorpe è caratterizzata da un equilibrio costante tra rigore formale e contenuto trasgressivo. Le sue fotografie sono immediatamente riconoscibili per la nitidezza, l’uso controllato della luce e la precisione della composizione, che riflettono un’attenzione quasi scultorea al corpo e agli oggetti.
Mapplethorpe adottò prevalentemente il bianco e nero, che gli consentiva di eliminare distrazioni e concentrarsi sulle forme. Le sue immagini si distinguono per un contrasto deciso, con neri profondi e bianchi puri, ottenuti attraverso un attento lavoro di stampa in camera oscura. Questo approccio richiama la tradizione modernista americana, in particolare quella di Edward Weston e Ansel Adams, ma al tempo stesso la sovverte, applicandola a soggetti radicalmente diversi. Accanto alle stampe alla gelatina d’argento sperimentò le stampe al platino, anche su tela, e dal 1983 le stampe Cibachrome.
L’uso della Hasselblad 6×6 fu cruciale per il suo stile. Il formato quadrato lo costringeva a pensare la composizione in termini di simmetria e bilanciamento, eliminando la tentazione della narrazione lineare tipica del rettangolo. Ogni immagine appare dunque come un’entità chiusa, autonoma, in cui il soggetto è isolato e sublimato.
Un altro elemento tecnico rilevante è il suo uso della luce artificiale da studio. Mapplethorpe padroneggiava perfettamente l’illuminazione, modellando corpi e oggetti come se fossero statue. La luce proveniente da un’unica fonte laterale creava ombre nette e volumi scultorei, richiamando il chiaroscuro rinascimentale e la tradizione della pittura barocca.
Questa attenzione alla luce e alla forma gli consentiva di trasformare anche i soggetti più provocatori, come una scena di sodomia o un dettaglio anatomico esplicito, in immagini di grande raffinatezza estetica. La tensione tra bellezza classica e contenuto erotico rimane il nucleo della sua poetica. Il Whitney conserva un suo detto significativo, citato nelle guide ai visitatori: era ossessionato dalla bellezza e voleva che ogni cosa fosse perfetta.
Mapplethorpe cercava la costruzione, lontano dall’attimo fuggente e dalla spontaneità. La sua fotografia era costruita e teatrale. I soggetti venivano posizionati con cura, gli oggetti scelti e disposti secondo criteri formali rigorosi. Persino le fotografie di fiori, apparentemente naturali, erano in realtà composizioni calibrate in studio, che esaltavano curve e dettagli con una precisione chirurgica.
Accanto alla tecnica analogica, Mapplethorpe mostrò una profonda consapevolezza del potere simbolico dell’immagine. La fotografia era per lui un’icona, lontana dal documento. Ogni dettaglio, una mano, un fiore, un pene eretto, una catena di cuoio, veniva elevato a simbolo di desiderio, potere, morte o bellezza. Questa concezione iconica della fotografia lo distingue dai suoi contemporanei, avvicinandolo più al linguaggio delle arti visive che a quello del fotogiornalismo.
La perfezione tecnica delle sue stampe, spesso realizzate in grande formato, contribuiva ad accrescere l’impatto visivo e concettuale delle sue opere. Mapplethorpe era noto per essere estremamente esigente con i laboratori di stampa, e molte sue immagini furono realizzate con l’assistenza del maestro stampatore Tom Baril, che dal 1979 al 1989 ne tradusse la visione in carte fotografiche di altissima qualità.
Le opere principali
La produzione di Mapplethorpe è vasta e articolata, ma può essere suddivisa in alcuni nuclei tematici fondamentali.
Il primo nucleo riguarda i ritratti, attraverso i quali documentò l’élite culturale della sua epoca. Artisti come Andy Warhol, Louise Bourgeois, Roy Lichtenstein, scrittori come William S. Burroughs, musicisti come Patti Smith o Debbie Harry passarono davanti al suo obiettivo. In questi ritratti emerge una duplice tensione: da un lato l’eleganza formale che richiama i ritratti pittorici, dall’altro la capacità di cogliere aspetti intimi e vulnerabili dei soggetti. Nel 1983 lui e Warhol si fotografarono a vicenda, e Warhol realizzò una serigrafia con il suo volto.
Un secondo nucleo è rappresentato dalle serie dedicate al BDSM e alla sessualità omosessuale. Fotografie come Brian Ridley and Lyle Heeter (1979) o Jim and Tom, Sausalito (1977) divennero emblemi di una rappresentazione esplicita e senza compromessi del desiderio gay. La seconda, parte dell’X Portfolio, fu scattata in un bunker militare abbandonato di San Francisco, con la luce dall’alto che crea un’ombra drammatica al centro, ed è una delle sette immagini portate in giudizio a Cincinnati. Queste fotografie, stampate con la stessa perfezione dei suoi ritratti ufficiali, sfidavano le convenzioni sociali e artistiche, portando nel mondo dell’arte soggetti considerati tabù.
Parallelamente, Mapplethorpe si dedicò a un corpus di opere apparentemente più neutre, come le sue celebri nature morte floreali. Orchidee, calle, gigli venivano fotografati con la stessa intensità dei corpi umani, assumendo significati simbolici legati all’erotismo e alla caducità. Anche in questo caso, l’attenzione alla forma e alla luce trasformava i fiori in vere e proprie sculture fotografiche.
Un altro tema centrale è quello dei nudi maschili. Mapplethorpe ritrasse corpi atletici e scolpiti, spesso di modelli afroamericani, esaltandone la muscolatura con un approccio quasi classico. Opere come Ajitto (1981) testimoniano la sua capacità di trasformare il corpo in una statua vivente, fondendo erotismo e idealizzazione estetica.
Tra le opere più discusse e simboliche vi è la serie di autoritratti, in particolare quelli realizzati negli ultimi anni di vita, nei quali Mapplethorpe affrontò il tema della malattia e della morte. In uno di questi, che alcune fonti datano al 1988, appare con una frusta che forma un’aureola attorno alla testa, trasformando l’immagine in una sorta di autoritratto sacro e provocatorio insieme. Il Self-Portrait del 1988 conservato al Whitney lo mostra invece con un bastone sormontato da un teschio, con testa e mano che sembrano fluttuare su uno sfondo nero, e viene letto come un’immagine scarna e diretta, realizzata dopo la diagnosi.
Sul piano editoriale, i suoi libri fotografici hanno avuto un ruolo decisivo. Polaroids (1973) raccoglie i primi esperimenti, mentre X Portfolio (1978) e Y Portfolio (1978) consolidano la sua fama. Il primo riunisce le immagini esplicite del mondo BDSM e della sessualità tra uomini, il secondo le nature morte floreali. Z Portfolio (1981) completa la trilogia, includendo i nudi maschili di modelli afroamericani. La suddivisione in alfabeti sottolinea la sua volontà di creare un corpus coerente e strutturato, più vicino a un progetto artistico che a una semplice raccolta di fotografie. Nel 1986 uscì anche The Black Book, con le immagini di molti uomini che erano già morti di AIDS.
L’apice della sua carriera pubblica coincise con la grande retrospettiva organizzata dal Whitney Museum of American Art di New York nel 1988, un anno prima della sua morte, la prima grande mostra museale americana a lui dedicata. Questa mostra sancì la sua legittimazione definitiva come artista, pur tra polemiche e censure, e consacrò la sua posizione nella storia della fotografia contemporanea. Alla vernice, nel luglio 1988, partecipò di persona. Il suo lavoro fa parte della storia della fotografia americana del secondo Novecento.
La Mapplethorpe Foundation e l’eredità artistica
Alla sua morte, avvenuta il 9 marzo 1989, Robert Mapplethorpe lasciò un corpus di opere vasto e controverso. Consapevole della propria malattia e della necessità di preservare il suo lavoro, nel 1988 fondò la Robert Mapplethorpe Foundation, con il duplice obiettivo di tutelare la diffusione delle sue fotografie e di sostenere la ricerca contro l’HIV/AIDS. La fondazione gestisce anche i diritti d’autore e sostiene la fotografia come arte al pari di pittura e scultura.
La Foundation ha svolto un ruolo cruciale nella gestione del suo archivio, donando importanti nuclei di opere a istituzioni come il Getty Museum di Los Angeles e il Museum of Modern Art di New York, assicurandone la conservazione e la fruizione pubblica. Nel febbraio 2011 il Los Angeles County Museum of Art e il Getty Trust hanno annunciato l’acquisizione congiunta di oltre duemila opere e di un grande archivio, con circa centoventimila negativi e seimila provini a contatto, in gran parte donati dalla Foundation e custoditi al Getty Research Institute. Parallelamente, la Foundation ha finanziato programmi di ricerca medica e borse di studio nel campo delle arti visive.
Il dibattito attorno a Mapplethorpe non si è mai spento. La mostra The Perfect Moment, curata da Janet Kardon, si aprì all’Institute of Contemporary Art di Filadelfia nel dicembre 1988 e comprendeva le immagini del portfolio X e un autoritratto con la frusta. La Corcoran Gallery di Washington la annullò nel 1989, sotto la pressione del senatore Jesse Helms, perché il progetto aveva ricevuto un finanziamento del National Endowment for the Arts. Negli anni Novanta le sue fotografie furono così al centro di controversie politiche negli Stati Uniti, in particolare a Cincinnati nel 1990, quando una mostra retrospettiva generò un processo penale per oscenità a carico del Contemporary Arts Center e del suo direttore, Dennis Barrie.
La mostra si aprì il 7 aprile 1990 e le incriminazioni arrivarono lo stesso giorno. Furono messe sotto accusa sette fotografie, cinque di atti BDSM e due con bambini. Fu la prima volta che un museo e il suo direttore subirono un’accusa penale per una mostra pubblica. Il processo iniziò il 24 settembre e il 5 ottobre 1990 la giuria assolse entrambi con formula piena. L’assoluzione segnò un momento cruciale nella discussione sulla libertà artistica e sul ruolo delle istituzioni pubbliche nel sostenere opere provocatorie.
Oggi Mapplethorpe è considerato uno dei fotografi più influenti del Novecento. La sua capacità di unire perfezione formale e contenuto trasgressivo ha aperto nuove possibilità espressive alla fotografia, spingendola oltre i confini del documento e della decorazione. Il suo lavoro continua a essere oggetto di studi accademici, mostre e pubblicazioni, e rappresenta un riferimento imprescindibile per comprendere l’evoluzione della fotografia contemporanea. È ricordato anche come una delle prime vittime celebri dell’AIDS, e il suo nome è associato al movimento di liberazione gay. Nel 2026 Palazzo Reale di Milano gli ha dedicato la mostra Le forme del desiderio.
Domande Frequenti sulla fotografia di Robert Mapplethorpe (FAQ)
Chi era Robert Mapplethorpe?
Robert Mapplethorpe (1946-1989) è stato un fotografo americano nato a Queens, New York, in una famiglia cattolica irlandese. È noto per l’equilibrio tra rigore formale e contenuto trasgressivo, cioè per l’unione di perfezione tecnica e soggetti provocatori.
Perché Robert Mapplethorpe è importante nella fotografia?
Ha aperto nuove possibilità espressive alla fotografia, unendo perfezione formale e contenuto trasgressivo e spingendola oltre i confini del documento e della decorazione. È considerato uno dei fotografi più influenti del Novecento e un riferimento imprescindibile per l’evoluzione della fotografia contemporanea.
Qual fu la sua formazione iniziale?
Frequentò scuole cattoliche e nel 1963 si iscrisse al Pratt Institute di Brooklyn, una scuola d’arte prestigiosa. Si dedicò inizialmente a pittura e disegno, sperimentando collage e tecniche miste vicine a surrealismo e pop art, ed entrò in contatto con la scena culturale newyorkese degli anni Sessanta, fatta di controcultura, rock, sperimentazione sessuale e diritti civili e gay.
Quando e come iniziò a fotografare?
La fotografia entrò nella sua vita in modo graduale: dapprima usò immagini di riviste pornografiche e pubblicazioni commerciali nei collage. Nel 1970 ricevette in prestito una Polaroid (secondo alcune fonti una SX-70) e cominciò a realizzare scatti propri su sessualità, intimità e autorappresentazione. La Polaroid gli dava un test immediato dell’effetto visivo e una relazione diretta con il mezzo, senza la camera oscura.
Quali macchine fotografiche usava?
Dalla metà degli anni Settanta passò alla Hasselblad 6×6 di medio formato, che offriva qualità superiore e maggiore controllo della composizione. Il formato quadrato impone simmetria e bilanciamento ed elimina la narrazione lineare del rettangolo: ogni immagine diventa un’entità chiusa e autonoma, con il soggetto isolato e sublimato.
Qual era il suo approccio alla luce?
Padroneggiava la luce artificiale da studio e modellava corpi e oggetti come statue. Una sola fonte laterale creava ombre nette e volumi scultorei, vicini al chiaroscuro rinascimentale e alla pittura barocca, e permetteva di trasformare anche soggetti provocatori, come una scena di sodomia o un dettaglio anatomico esplicito, in immagini di grande raffinatezza estetica.
Qual è la sua opera più celebre sul tema BDSM?
Tra le più note ci sono Brian Ridley and Lyle Heeter (1979) e Jim and Tom, Sausalito (1977), emblemi di una rappresentazione esplicita e senza compromessi del desiderio gay. Sono stampate con la stessa perfezione dei ritratti ufficiali e portarono nell’arte soggetti considerati tabù, sfidando le convenzioni sociali e artistiche.
Quali ritratti creò?
Documentò l’élite culturale dell’epoca: Andy Warhol, Louise Bourgeois, Roy Lichtenstein, William S. Burroughs, Patti Smith, Debbie Harry. I ritratti uniscono l’eleganza formale dei ritratti pittorici alla capacità di cogliere aspetti intimi e vulnerabili dei soggetti.
Che serie di autoritratti realizzò?
Negli ultimi anni di vita realizzò autoritratti sulla malattia e sulla morte. In uno, che alcune fonti datano al 1988, compare con una frusta che forma un’aureola attorno alla testa, una sorta di autoritratto sacro e provocatorio insieme. Tra i libri ricordiamo Polaroids (1973) e i portfolio X, Y e Z (1978 e 1981): il primo sul mondo BDSM, il secondo sui fiori, il terzo sui nudi maschili.
Qual è l’eredità di Mapplethorpe?
Nel 1988 fondò la Robert Mapplethorpe Foundation, che tutela la diffusione delle fotografie e sostiene la ricerca su HIV e AIDS. Le donazioni al Getty Museum di Los Angeles e al MoMA di New York ne garantiscono conservazione e fruizione pubblica. Il processo di Cincinnati del 1990 per oscenità a carico del Contemporary Arts Center si chiuse con l’assoluzione, un passaggio decisivo sul tema della libertà artistica e del ruolo delle istituzioni pubbliche rispetto alle opere provocatorie.
Quando e dove morì?
Morì a Boston il 9 marzo 1989, a 42 anni. L’AIDS gli era stato diagnosticato nel 1986 e ne condizionò gli ultimi anni di produzione. La retrospettiva del Whitney Museum di New York del 1988, un anno prima della morte, ne sancì la legittimazione definitiva fra polemiche e censure e ne consacrò la posizione nella storia della fotografia contemporanea.
L’indice I grandi fotografi della storia riunisce gli altri profili di autori e autrici.
Fonti
- Wikipedia, Robert Mapplethorpe
- Robert Mapplethorpe Foundation, biografia
- Encyclopaedia Britannica, Robert Mapplethorpe
- The Art Story, Robert Mapplethorpe
- Guggenheim Museums and Foundation, Robert Mapplethorpe
- Getty, LACMA and Getty acquire Robert Mapplethorpe art and archive
- Los Angeles County Museum of Art, Robert Mapplethorpe: XYZ
- Whitney Museum of American Art, Robert Mapplethorpe, Self-Portrait, 1988
Aggiornato Ottobre 2026




