La famiglia Pettazzi rappresenta uno dei pilastri della produzione fotografica italiana tra Ottocento e Novecento, con un’attività che spaziò dalla costruzione artigianale di fotocamere da studio all’innovazione tecnica, lasciando un’impronta indelebile nel settore. La loro storia inizia nel cuore di Milano, dove l’intreccio tra abilità manifatturiera e visione imprenditoriale permise lo sviluppo di apparecchiature destinate sia a professionisti che a istituzioni scientifiche.
Le Origini della Famiglia Pettazzi e la Fondazione delle Prime Officine
Angelo Pettazzi (1825-1883) inaugurò nel 1855 un negozio di articoli fotografici in Contrada San Pietro all’Orto 8 a Milano, segnando l’avvio di un’impresa familiare destinata a durare oltre un secolo1. Questo spazio non era semplicemente un punto vendita, ma un centro di aggregazione per fotografi dilettanti e professionisti, dove si commercializzavano lastre al collodio, obiettivi francesi e inglesi, e prodotti chimici per lo sviluppo. La scelta di Milano come sede non fu casuale: la città era un crocevia industriale e culturale, ideale per sperimentare nuove tecnologie legate alla fotografia, allora in piena evoluzione.
Nel 1859, il figlio Oscar Pettazzi (1830-1883) entrò in società con lo zio materno Carlo Antonini, gestendo un laboratorio specializzato nella costruzione di fotocamere da studio1. Questi apparecchi, realizzati per lastre di grande formato (spesso 18×24 cm o superiori), erano privi di otturatori meccanici a causa della bassa sensibilità delle emulsioni al collodio umido, che richiedevano esposizioni prolungate2. Le fotocamere Pettazzi di questa fase erano caratterizzate da banchi in legno di noce o mogano, con meccanismi a cremagliera per la regolazione del fuoco e soffietti in pelle cerata per garantire tenuta alla luce. Un dettaglio tecnico rilevante era l’utilizzo di guide a coda di rondine (tailboard) per lo scorrimento del piano posteriore, sistema che permetteva una maggiore stabilità durante le operazioni di messa a fuoco.
Nel 1871, Oscar rilevò l’intera attività, trasferendola in via Montenapoleone 16, un indirizzo simbolo del prestigio milanese1. Qui vennero prodotte fotocamere su misura per clienti illustri, come il naturalista Giuseppe Beccari, per il quale fu realizzato nel 1890 un apparecchio specializzato nella ripresa di campioni botanici senza necessità di capovolgere le lastre. Questo modello, descritto nel Bullettino della Società Fotografica Italiana (1902), integrava un sistema di illuminazione laterale regolabile e un supporto per fissare i campioni senza schiacciarli, dimostrando l’attenzione di Pettazzi alle esigenze della ricerca scientifica.
Innovazioni Tecniche e Brevetti
Il 12 novembre 1890, la Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia pubblicò il brevetto n. 266 per un “sistema di cambio lastre rapido” sviluppato da Oscar Pettazzi. Questo meccanismo, pensato per fotocamere da studio, consentiva di sostituire la lastra sensibile senza esporre il resto del magazzino alla luce, riducendo i rischi di velatura. Il brevetto prevedeva l’uso di un cassetto scorrevole con guarnizioni in feltro, azionato da una leva laterale, che diventò uno standard nelle fotocamere professionali dell’epoca.
Un altro avanzamento significativo fu l’introduzione di banchi monorail in metallo negli anni ’20 del Novecento, sotto la gestione di Giuseppe Pettazzi. Questi sostituirono progressivamente i tradizionali telai in legno, offrendo maggiore precisione nei movimenti di basculaggio e decentramento, fondamentali per il controllo della prospettiva nelle riprese architettoniche. I modelli SAIFI (Società Anonima Industria Fotografica Italiana) montavano obiettivi Industar 37 da 300 mm f/4.5, ottiche sovietiche apprezzate per la resa ottica e la robustezza.
Transizioni Aziendali e Ramificazioni Familiari
Alla morte di Oscar Pettazzi nel 1883, l’azienda si divise in due rami: Carlo Pettazzi ereditò il marchio originale, mentre Angelo Pettazzi (figlio di Oscar) avviò una nuova attività in via Cerva 19, specializzandosi nella stampa litografica e nella produzione di carte sensibili al collodio secco. La separazione portò a una competizione interna, con entrambi i rami che mantennero alti standard qualitativi.
Nel 1896, il ramo di Carlo entrò in liquidazione, acquisito da A. Vercelli, ma la produzione continuò sotto diversi gestori fino al 1929. Intanto, il ramo di Angelo, sotto la guida del figlio Giulio Pettazzi, si trasformò nella Società Anonima Giulio Pettazzi fu Angelo (1900-1928), con sede in Piazza Mentana 3. Quest’ultima si distinse per l’adozione di soffietti sostituibili standardizzati, compatibili con fotocamere di diversi produttori, un’idea pionieristica nel settore dell’accessoristica.
La SAIFI e il Declino dell’Era Artigianale
Giuseppe Pettazzi (1895-1970), nipote di Giulio, fondò nel 1926 la SAIFI, mantenendo la produzione di fotocamere da studio ma orientandosi verso componenti modulari. Collaborò con Francesco e Gaetano Castellani, ebanisti di Sesto San Giovanni, per realizzare corpi macchina in legno di teak, materiale scelto per la resistenza all’umidità. Le SAIFI degli anni ’30 integravano otturatori a tendina Compur e obiettivi Zeiss Tessar, segnando un distacco dalla tradizione artigianale a favore di una produzione semi-industriale.
Nonostante la qualità, la SAIFI chiuse negli anni ’80, incapace di competere con l’avvento della fotografia 35 mm e delle reflex giapponesi3. L’ultimo modello prodotto, la Tailboard G.P.M. 18×24 (1982), rimase invenduto a causa dei costi proibitivi, segnando la fine di un’epoca.
Collaborazioni Scientifiche e Impatto Culturale
Oltre alle innovazioni tecniche, i Pettazzi stabilirono partnership con istituzioni accademiche. L’apparecchio progettato per Beccari fu utilizzato all’Istituto di Botanica di Firenze per documentare specie rare, mentre la Stazione Zoologica di Napoli adottò fotocamere Pettazzi per riprendere campioni marini6. Queste collaborazioni sottolineano il ruolo della famiglia nel collegare arte fotografica e ricerca scientifica.
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