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Lamberto Loria

Biografia di Lamberto Loria (Alessandria d'Egitto 1855 – Roma 1913): etnografo e fotografo, la Nuova Guinea, il Museo di etnografia italiana di Firenze e la Mostra del 1911 da cui nacque il Museo delle arti e tradizioni popolari.

La Redazione di Storia della Fotografia 19 min di lettura

I Maestri della Fotografia

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Lamberto Loria

Lamberto Loria (Alessandria d’Egitto, 12 febbraio 1855 – Roma, 4 aprile 1913) fu un etnografo, esploratore e fotografo italiano, noto per le sue ricerche sulle popolazioni della Nuova Guinea britannica e per essere stato l’ideatore e il fondatore delle istituzioni da cui nacque il Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari di Roma. La sua figura si colloca al crocevia tra esplorazione geografica, documentazione fotografica e costruzione museale della cultura popolare, e fa di lui una delle personalità più complesse e originali nella storia dell’antropologia italiana. Dopo sette anni trascorsi in Papuasia tornò in Italia e rivolse lo stesso metodo di raccolta, catalogazione e documentazione alle tradizioni del suo paese, in un momento in cui l’industrializzazione sembrava destinata a cancellare la cultura agro-pastorale.

Questa pagina ricostruisce la biografia di Loria, il suo uso della fotografia come strumento scientifico, le spedizioni in Nuova Guinea e in Eritrea, la nascita del Museo di etnografia italiana a Firenze e la grande Mostra del 1911 a Roma, fino alla fondazione della Società di etnografia italiana e della rivista Lares. Ne emerge un ritratto più sfumato di quello tradizionale: un ricercatore capace di innovare il metodo di raccolta e di documentazione, e al tempo stesso uomo del suo tempo, con le ambiguità proprie dell’etnografia coloniale.

In Sintesi

  • Lamberto Loria nacque ad Alessandria d’Egitto il 12 febbraio 1855 in una famiglia ebraica, si laureò in matematica a Pisa nel 1881 e morì a Roma il 4 aprile 1913.
  • Fu in Nuova Guinea tra il 1889 e il 1897 in due periodi di ricerca: raccolse collezioni etnografiche e naturalistiche, realizzò rilievi antropometrici e fotografici e nel 1892 fu il primo europeo a salire il monte Obree.
  • Delle sue fotografie si conservano circa millecinquecento lastre di vetro, con più di cento ritratti antropometrici; l’archivio si trova in gran parte a Roma (Museo Pigorini) e a Firenze.
  • Nel 1906 fondò a Firenze il Museo di etnografia italiana con Aldobrandino Mochi; nel 1911 organizzò a Roma la Mostra di etnografia italiana per il cinquantenario dell’Unità.
  • Nel 1910 fondò la Società di etnografia italiana e nel 1912 la rivista Lares; il Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari fu istituito nel 1923 e aprì all’EUR nel 1956.

Origini, studi e primi viaggi

Lamberto Loria nacque ad Alessandria d’Egitto in una famiglia di origine ebraica. Il padre, Marco o Mario secondo le fonti, era un medico; la madre, Clara, morì quando il figlio era ancora giovane, e il padre si trasferì con i figli a Pisa. La città toscana, con la sua università e la sua tradizione scientifica, fu il luogo della formazione: Loria vi frequentò la scuola superiore e l’università e nel 1881 si laureò in matematica. Apparteneva a quella generazione di intellettuali italiani che, sull’onda del positivismo, vedevano nell’osservazione diretta e nella classificazione scientifica gli strumenti più efficaci per comprendere la diversità umana.

Subito dopo la laurea si avvicinò agli studi etnologici. Si iscrisse alla Società italiana di antropologia ed etnologia, fondata a Firenze nel 1870 da Paolo Mantegazza, e a Mantegazza indirizzò anche una lettera scientifica, pubblicata nel 1884 nell’«Archivio per l’antropologia e l’etnologia». Mantegazza, medico, esploratore e fondatore del primo museo italiano di antropologia, rappresentava il punto di riferimento per chi in Italia volesse conciliare viaggio, raccolta e misura. In quegli anni Loria costruì il proprio profilo di raccoglitore: nel 1883 visitò la Svezia, la Norvegia, la Finlandia, la Russia e il Turkestan, riportando oggetti di interesse etnografico.

Nel 1886 partì per la Nuova Guinea insieme a Elio Modigliani, esploratore e naturalista, ma dovette interrompere il viaggio per motivi di salute e si fermò per un breve periodo in India. Con G. Sonnino percorse poi l’Alto Egitto fino alla prima cateratta del Nilo. L’esperienza non fu priva di frustrazioni, ma gli permise di maturare la convinzione che solo una spedizione organizzata a proprie spese e con un programma scientifico preciso avrebbe potuto produrre risultati. Fra i suoi sostenitori c’erano studiosi come Alessandro D’Ancona, che lo considerava quasi un figlio, e lo stesso Modigliani, con cui realizzò un secondo tentativo, sfortunato.

La Nuova Guinea (1889-1897)

Alla fine del 1888 Loria organizzò a proprie spese una spedizione, partita da Genova, per studiare la Papuasia e in particolare il sud-est della Nuova Guinea, allora amministrata in parte dalla Gran Bretagna. L’esperienza più significativa della sua vita si articolò in due periodi: il primo viaggio, dal 1888 al 1890, con tappe a Port Moresby nel giugno 1889, a Rigo, Suau, Cooktown, Samarai, nelle isole Trobriand e a Woodlark, con rientro in Italia nel novembre 1890; il secondo, dal 1891 al 1897, interrotto dal ritorno in patria nel 1891 per la morte della sorella Corinna. Complessivamente trascorse in Papuasia sette anni. Il contesto era particolarmente complesso: la Nuova Guinea, divisa tra influenze coloniali olandesi, tedesche e britanniche, costituiva una delle ultime frontiere dell’esplorazione europea, con popolazioni ancora scarsamente note e territori difficili da penetrare.

Nel primo viaggio raccolse collezioni etnografiche e zoologiche a Thursday Island e negli arcipelaghi vicini. La raccolta etnografica, con oltre duemila oggetti, fu acquistata nel 1891 dal Museo preistorico ed etnografico di Roma, il futuro Museo Pigorini. Nel secondo viaggio esplorò le zone montuose: nel 1892 fu il primo europeo a salire il monte Obree, nella catena degli Owen Stanley, e si spinse fino ai bacini dei fiumi San Giuseppe, Kemp Welch e Purari e all’altopiano a nord della catena dell’Astrolabe. Inviò collezioni zoologiche al Museo di Genova, diretto da Giacomo Doria, a cui spedì ventitré casse, e piante al botanico E. Levier. Un’ampia ricostruzione degli spostamenti, basata sui diari e sugli appunti di campo, è stata pubblicata nel 2014 da Fabiana Dimpflmeier su «Lares», e ha colmato un vuoto: del secondo viaggio erano note poche lettere, mentre quelle del primo soggiorno erano più conosciute.

Costretto da problemi di salute a lasciare le montagne, Loria trascorse gli ultimi due anni sulla costa, a Kwato, vicino a Samarai, con visite a Logia e all’isola di Dobu, dedicandosi a rilievi antropometrici, anche fotografici, e allo studio dei costumi dei villaggi. Nel 1893 subì un intervento alla gamba in Australia, dove tornò anche alla fine del soggiorno: le fonti botaniche ricordano il suo arrivo a Sydney il 10 settembre 1896 e la partenza per l’Italia. Nello stesso 1893 fu nominato membro corrispondente della Società geografica italiana, e affidò a Giuseppe Sergi una raccolta craniologica di oltre quattrocento crani. Nel 1893 il Museo di Modena acquistò 365 oggetti della Nuova Guinea per duemila lire. Le raccolte di Loria si distribuirono così tra Genova, Roma, Firenze e Modena.

Fra le sue opere sul periodo papuano si ricordano «Dall’interno della Nuova Guinea» (1891), «I viaggi del dott. L. L. alla Nuova Guinea» (1897), «Il matrimonio nei villaggi del Basso San Giuseppe» (Firenze 1903) e «Appunti di psicologia papuana» (1906). Egli pubblicò relativamente poco, e gran parte del suo lavoro sopravvive sotto forma di appunti e diari: nel secondo viaggio lasciò diciannove quaderni. I rapporti etnografici apparvero in riviste scientifiche e furono presentati in sedi internazionali; secondo alcune biografie lo posero in contatto con figure dell’antropologia europea come Adolf Bastian e Rudolf Virchow.

La fotografia come strumento etnografico

Loria utilizzò la fotografia in modo sistematico. Delle sue immagini si conservano circa millecinquecento lastre di vetro, fra cui più di cento ritratti antropometrici. L’archivio si trova in gran parte a Roma, presso il Museo Pigorini, e a Firenze. Il suo atteggiamento verso il mezzo era pragmatico: preferiva le istantanee alle pose, e raccomandava a chi fotografava di annotare il luogo, la data e le misure. Concepiva la fotografia come parte integrante del lavoro etnografico, un complemento oggettivo alla descrizione scritta, capace di registrare informazioni che sfuggivano all’occhio e alla memoria del ricercatore.

Le immagini avevano un taglio analitico, ispirato ai modelli della fotografia antropologica europea, con ritratti frontali e di profilo, spesso realizzati con fondali neutri per isolare i tratti somatici. Al tempo stesso Loria si spinse oltre la semplice antropometria, cercando di fissare anche gli aspetti della vita sociale, le abitazioni, i costumi e le pratiche rituali. Fra i soggetti documentati si ricordano capanni, canoe, pratiche agricole, tatuaggi e ornamenti corporei. In alcuni casi, secondo le descrizioni tradizionali, utilizzò serie di scatti per documentare sequenze, quasi anticipando un uso cronofotografico della macchina, pur senza la regolarità meccanica di Marey.

Dal punto di vista tecnico, le descrizioni del suo lavoro indicano apparecchi a lastra al collodio secco e successivamente alla gelatina, strumenti più pratici nelle difficili condizioni tropicali rispetto al collodio umido, che richiedeva di preparare la lastra sul momento. Le lastre alla gelatina e al bromuro d’argento, diffuse dalla fine degli anni Settanta dell’Ottocento, si potevano preparare in anticipo, trasportare e sviluppare in seguito, e fecero la fortuna dei fotografi di spedizione. Loria preparava accuratamente il materiale prima delle partenze e sviluppava le lastre in situ, adattando una camera oscura portatile alle condizioni di campo, così da controllare la qualità delle immagini senza rimandare a lungo la verifica del materiale. L’umidità e le temperature elevate compromettevano la stabilità delle emulsioni, e l’attrezzatura doveva essere ridotta ma versatile, in grado di essere trasportata lungo percorsi difficili.

Il materiale fotografico raccolto in Nuova Guinea venne poi utilizzato per illustrare articoli e conferenze e per arricchire le collezioni museali in Europa. Le immagini di Loria contribuirono a creare una delle più ricche documentazioni fotografiche dell’area alla fine dell’Ottocento, ancora oggi considerate una fonte importante per la storia dell’etnografia. Un’attenzione speciale va alla coppia di strumenti, parola e immagine: la fotografia, nel suo progetto, non sostituiva il quaderno di campo ma lo completava, e solo il confronto fra i due consente di restituire il contesto di ogni scatto.

Il metodo: raccolta, catalogazione e immagine

Loria mise a punto un metodo di documentazione integrata. Da un lato raccoglieva oggetti rappresentativi delle culture locali, dall’altro realizzava fotografie che ne mostrassero l’uso, i contesti rituali e le modalità di produzione. Questa combinazione di reperto materiale e immagine divenne uno dei tratti distintivi del suo lavoro. Oltre alla fotografia, sviluppò un sistema di catalogazione minuziosa degli oggetti raccolti, accompagnandoli con descrizioni, schizzi e riferimenti alle circostanze di raccolta. Questa prassi, che univa parola scritta, immagine e reperto, rappresenta una delle sue innovazioni più significative, e anticipa metodi oggi considerati standard nell’etnografia visiva e museale.

Il metodo non si limitava al campo. Nel lavoro sull’etnografia italiana Loria creò una rete capillare e decentrata di raccoglitori, coordinata da comitati e sottocomitati regionali, alcuni presieduti da studiosi da lui invitati. Scrisse a molti specialisti con lettere adattate a ciascun interlocutore, chiedendo consigli, suggerimenti e collaborazione nella ricerca, nella selezione e nell’acquisizione degli oggetti. Voleva raccogliere in modo ampio e sistematico in tutte le regioni, includendo non soltanto gli abiti di pregio e i gioielli, ma anche oggetti privi di valore commerciale o giudicati esteticamente poco pregevoli: ciò che a lui interessava era la testimonianza del vivere quotidiano.

La stessa concezione guidava l’uso della fotografia in patria. Loria incoraggiò l’uso delle immagini come strumenti di documentazione delle pratiche popolari: feste, costumi, riti, architetture rurali. Non si trattava più soltanto di ritrarre individui, ma di registrare interi sistemi di vita, mettendo in evidenza l’intreccio tra ambiente, tecnica e cultura. Le fotografie, spesso commissionate a fotografi locali o realizzate direttamente, avevano lo scopo di ricostruire il contesto originario degli oggetti esposti e di superare la dimensione puramente estetica del reperto, per collocarlo in un contesto funzionale e simbolico.

L’Eritrea e il ritorno in Italia

Rientrato in Italia alla fine degli anni Novanta, Loria orientò il suo interesse verso lo studio delle culture popolari italiane, ma non interruppe del tutto i viaggi. Nel 1905 partecipò come vicepresidente al Congresso coloniale italiano di Asmara e subito dopo esplorò l’Eritrea in una missione finanziata dal Ministero della pubblica istruzione, insieme ad Aldobrandino Mochi, Giotto Dainelli e Olinto Marinelli. Fu la sua ultima spedizione oltremare. Dall’Eritrea furono donati al museo di Firenze circa milletrecento oggetti. Un’altra occasione di riflessione metodologica fu la lettura comparata fra l’etnografia coloniale e quella interna, che egli teorizzò in uno scritto del 1912 intitolato «L’etnografia, strumento di politica interna e coloniale».

Se la Nuova Guinea gli aveva permesso di esplorare la diversità culturale lontana, l’Italia postunitaria gli offriva l’occasione di documentare la ricchezza delle tradizioni locali in un paese ancora frammentato sotto il profilo linguistico e culturale. Convinto che le tradizioni popolari rappresentassero una componente essenziale dell’identità nazionale, Loria si fece promotore di una raccolta sistematica di oggetti e immagini legati alla vita quotidiana delle regioni italiane. Il suo obiettivo era duplice: da un lato preservare testimonianze destinate a scomparire sotto la spinta della modernizzazione, dall’altro costruire un patrimonio comune che potesse educare i cittadini all’idea di una nazione unita nella diversità.

Il Museo di etnografia italiana di Firenze (1906)

Nel 1906, al ritorno dai lunghi viaggi fuori d’Europa, Loria fondò a Firenze con Aldobrandino Mochi il primo Museo di etnografia italiana. Le fonti indicano settembre 1906 per la fondazione e novembre per l’apertura. All’impresa collaborarono Cesare Musatti, Paolo Mantegazza e Giuseppe Pitrè, e il sostegno finanziario fu del conte Giovanni Angelo Bastogi. Il museo nacque in una casa medievale in via San Jacopo, con circa duemila oggetti, e fu poi trasferito in via Colletta; nel 1907 contava circa quattromila reperti e raggiunse in seguito circa cinquemila pezzi.

Il progetto scientifico era chiaro: raccogliere materiali del mondo popolare italiano e studiare il folklore su basi scientifiche, nel timore che l’industrializzazione facesse scomparire la cultura agro-pastorale. Loria immaginava un museo che unisse oggetti materiali, fotografie e materiali sonori, creando un archivio complesso della cultura popolare italiana. In questa prospettiva la fotografia rappresentava non un semplice apparato illustrativo, ma una fonte primaria di conoscenza etnografica. Nelle intenzioni di Loria, dopo la Mostra romana, il museo avrebbe dovuto diventare un Museo nazionale di etnografia italiana.

Il museo fiorentino fu un laboratorio di metodo. Le schede descrittive, i questionari, la rete di corrispondenti e l’uso sistematico delle immagini ne fecero un modello di raccolta fondata sulla documentazione del contesto. Nel 1908 Loria fu chiamato da Ferdinando Martini a far parte del comitato organizzatore delle celebrazioni romane per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, e accettò la proposta di trasferire le collezioni a Roma in occasione dell’Esposizione del 1911, con l’idea che costituissero il nucleo di un futuro museo di Stato.

La Mostra di Roma del 1911

La Mostra di etnografia italiana fu allestita nel 1911 in Piazza d’Armi, a Roma, nell’ambito dell’Esposizione internazionale per il cinquantenario dell’Unità, accanto alle mostre di arte, architettura e archeologia. Loria coordinò ricerche locali in tutta Italia, che portarono a riunire oltre trentamila oggetti etnografici; altre ricostruzioni parlano di più di quarantamila pezzi provenienti da ogni parte del paese. Il progetto prevedeva anche la ricostruzione in scala reale di case tipiche di ogni regione, arredate come le usa il popolo, insieme a botteghe, venditori ambulanti e tabernacoli.

La Mostra fu una delle attrazioni dell’Esposizione, ma anche un terreno di discussione. Molti costumi esposti erano ricostruzioni e non originali, e gli studiosi hanno letto in questo l’illusione di autenticità tipica delle grandi esposizioni dell’epoca. Il messaggio politico era evidente: l’Italia unita si rappresentava come mosaico di tradizioni regionali, e l’etnografia diventava uno strumento di costruzione della coscienza nazionale. Il Museo non fu realizzato in vita di Loria, ma le collezioni della Mostra, insieme a quelle del museo fiorentino, costituirono il nucleo da cui nacque l’istituzione.

La Società di etnografia italiana e Lares

Nel luglio 1910 Loria fondò la Società di etnografia italiana, il cui primo congresso si tenne a Roma nell’ottobre 1911. Nel 1912 diresse il primo numero di «Lares», il bollettino della Società, in cui scrisse il testo programmatico «Due parole di programma». La rivista ebbe tra i collaboratori studiosi come Raffaele Pettazzoni, Luigi Salvatorelli e Francesco Novati e rimase negli anni una sede di riferimento per gli studi demologici italiani.

Negli ultimi anni della sua vita Loria intensificò le relazioni scientifiche e organizzò il lavoro delle istituzioni che aveva creato. Morì a Roma il 4 aprile 1913, in modo improvviso, nella sua casa. La commemorazione apparve nello stesso 1913. Il progetto di un’opera monumentale, che avrebbe dovuto offrire una panoramica delle culture regionali italiane con testi, immagini e oggetti integrati, rimase incompiuto, ma gran parte dei materiali raccolti confluì nelle collezioni del futuro museo romano.

Scritti e collezioni

La tabella riunisce gli scritti principali citati dalle fonti biografiche e la destinazione delle collezioni.

Titolo o raccoltaAnnoNote
Lettera al prof. P. Mantegazza1884«Archivio per l’antropologia e l’etnologia»
Dall’interno della Nuova Guinea1891Resoconto di viaggio
I viaggi del dott. L. L. alla Nuova Guinea1897Bollettino della Società geografica italiana
Il matrimonio nei villaggi del Basso San Giuseppe1903Firenze
Sulla raccolta di materiali per la etnografia italiana1906Firenze
Appunti di psicologia papuana1906Studio sulla Nuova Guinea
Per la etnografia italiana1910Roma
Due parole di programma; L’etnografia, strumento di politica interna e coloniale1912«Lares», anno I

Le raccolte naturalistiche ed etnografiche di Loria furono donate o vendute al Museo civico di storia naturale di Genova, al Museo Pigorini di Roma, alla sezione di antropologia ed etnologia del Museo di storia naturale di Firenze e al Museo archeologico etnologico di Modena. Alcuni erbari, con orchidee, alghe e muschi, sono conservati a Berlino e a Ginevra; il suo nome è stato dato a diverse specie animali, fra cui la rana Oreophryne loriae, il geco Cyrtodactylus loriae e l’uccello Cnemophilus loriae, detto uccello satinato di Loria.

Eredità e discussioni critiche

Il Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari fu istituito con decreto nel 1923, dieci anni dopo la morte di Loria, ma le collezioni furono trasferite al Palazzo delle Tradizioni Popolari dell’EUR solo nel 1956. Per oltre trent’anni i materiali vennero spostati, da Roma a Tivoli, e subirono deterioramento e danni durante i bombardamenti della guerra. Il Palazzo era stato costruito per la mostra delle arti e tradizioni popolari prevista per l’Esposizione universale del 1942. Nel 2016, con la riforma del Ministero della cultura, il museo è confluito nel Museo delle Civiltà, che riunisce le collezioni di quattro musei nazionali; sul portale italia.it la sezione dedicata alle arti e tradizioni popolari porta il nome di Lamberto Loria e custodisce più di centomila documenti sulle tradizioni popolari italiane.

La sua eredità si manifesta in due direzioni principali: da un lato la documentazione fotografica e etnografica della Nuova Guinea, ancora oggi considerata di grande valore; dall’altro la costruzione di un patrimonio nazionale italiano legato alle tradizioni popolari, che trovò espressione istituzionale nel museo romano. L’esempio di Loria è citato accanto a quello di altri esploratori-fotografi come Carl Lumholtz nella storia della fotografia etnografica.

Il giudizio storico su di lui non è privo di ombre. Il lavoro etnografico di fine Ottocento si svolgeva nel quadro dell’espansione coloniale europea, e la raccolta di oggetti e di resti umani poneva questioni etiche che la ricerca contemporanea discute apertamente. Lo studioso Wichmann riferì che Loria avrebbe aperto sepolture e saccheggiato villaggi, riportando da alcune isole da quattrocento a cinquecento crani, e che il governatore britannico Sir W. MacGregor avrebbe posto un embargo sugli oggetti raccolti. Le fonti ricordano la vicenda come una testimonianza dei metodi dell’epoca; gli studi più recenti la collocano nel dibattito sulla restituzione dei beni culturali e sul rapporto fra musei e comunità di origine.

Allo stesso tempo, la ricerca ha riconosciuto a Loria un contributo originale. L’idea che il reperto vada accompagnato dal suo contesto, dalla scheda descrittiva e dall’immagine fotografica si è affermata come standard nei musei etnografici, e la sua opera di organizzazione della rete dei raccoglitori ha influenzato la demologia italiana del Novecento. Il suo esempio mostra come la fotografia possa diventare un linguaggio scientifico e un archivio della memoria, con tutta l’ambiguità che questo ruolo comporta.

Domande frequenti

Quando e dove nacque Lamberto Loria?

Nacque ad Alessandria d’Egitto il 12 febbraio 1855 in una famiglia di origine ebraica. Dopo la morte della madre il padre si trasferì con i figli a Pisa, dove Loria si laureò in matematica nel 1881.

Quanto tempo trascorse in Nuova Guinea?

Circa sette anni, tra il 1889 e il 1897, in due periodi di ricerca. Nel 1892 fu il primo europeo a salire il monte Obree, nella catena degli Owen Stanley.

Che cosa fotografò?

Realizzò circa millecinquecento lastre di vetro, con più di cento ritratti antropometrici, e documentò anche villaggi, abitazioni, costumi, ornamenti e attività quotidiane. L’archivio è conservato soprattutto a Roma e a Firenze.

Che ruolo ebbe nella nascita del Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari?

Fondò nel 1906 il Museo di etnografia italiana di Firenze e organizzò nel 1911 la Mostra di etnografia italiana a Roma. Le collezioni di questi due progetti formarono il nucleo del museo nazionale, istituito nel 1923 e aperto all’EUR nel 1956.

Che cos’è Lares?

È il bollettino della Società di etnografia italiana, che Loria fondò nel 1910. Ne diresse il primo numero nel 1912, con il testo programmatico «Due parole di programma».

Dove morì?

Morì a Roma il 4 aprile 1913.

Altri profili di autori e autrici sono raccolti nell’indice I grandi fotografi della storia.

Fonti

Aggiornato Ottobre 2026

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