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Carl Lumholtz

Carl Lumholtz (1851-1922), esploratore ed etnografo norvegese: le spedizioni in Queensland, Messico, Arizona e Borneo e l'uso della fotografia come fonte scientifica, con archivi all'AMNH e a Oslo.

La Redazione di Storia della Fotografia 20 min di lettura

I Maestri della Fotografia

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Di Nasjonalbiblioteket - Flickr: Portrett av Carl Sofus Lumholtz, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=80908541

Carl Sofus Lumholtz (Fåberg, Norvegia, 23 aprile 1851 – Saranac Lake, Stati Uniti, 5 maggio 1922) fu un naturalista, etnografo ed esploratore norvegese, noto per le sue ricerche in Australia, Messico e Borneo, dove combinò osservazione diretta, raccolta di manufatti e fotografia etnografica. La sua opera rappresenta un momento chiave nella storia della documentazione visiva e scientifica delle popolazioni indigene, grazie all’uso sistematico della fotografia come strumento di analisi culturale.

Chi cerca Lumholtz tra i maestri della fotografia trova un autore atipico. Non era un fotografo di professione e non si propose mai come artista, eppure le sue lastre di vetro dedicate a Tarahumara, Huichol, Cora e Tepehuane sono oggi considerate, nelle parole dei curatori di un volume dedicato alla sua opera, la migliore documentazione fotografica di quei popoli all’inizio del Novecento. La sua storia permette di capire come nacque la fotografia sul campo e quali interrogativi etici porti con sé.

In Sintesi

  • Carl Lumholtz (1851-1922), norvegese, studiò teologia e si dedicò alle scienze naturali, all’etnografia e all’esplorazione.
  • Dal 1880 trascorse quattro anni nel Queensland, in Australia, e raccontò l’esperienza in Among Cannibals (1889).
  • Tra il 1890 e il 1898 guidò quattro spedizioni nel Messico nord-occidentale per l’American Museum of Natural History e ne trasse Unknown Mexico (1902), con numerose fotografie.
  • Nel 1909-1910 lavorò in Arizona e nel Messico settentrionale, poi dal 1913 al 1917 esplorò il Borneo olandese, con macchina fotografica e cinepresa, e ne trasse Through Central Borneo (1920).
  • Le sue immagini sono conservate soprattutto all’American Museum of Natural History di New York e al Museo di storia culturale di Oslo, e sono state ripubblicate nel 2014 in Among Unknown Tribes.
  • Il suo metodo è un esempio di fotografia come fonte scientifica, con i limiti e le ambiguità tipici dell’etnografia coloniale.

Formazione e primi interessi scientifici

Nato a Fåberg, in Norvegia, nel 1851, Lumholtz crebbe a Lillehammer, dove il padre, il capitano Paul Nicolai Lumholtz, comandava una compagnia di fanteria. Concluse la scuola nel 1869 e, su insistenza del padre, si formò inizialmente in ambito teologico presso l’Università di Cristiania (oggi Oslo), dove si qualificò come teologo nel 1876. Lavorò poi per due anni come precettore in casa di una famiglia di Orkdal, ma il suo interesse andava già altrove, e presto dirottò i suoi interessi verso le scienze naturali. Il suo spirito curioso e l’attenzione per la classificazione dei fenomeni naturali lo avvicinarono agli ambienti internazionali della ricerca antropologica ed etnografica. Negli anni Settanta dell’Ottocento maturò l’idea che lo studio delle popolazioni indigene dovesse essere condotto sul campo, con un approccio diretto e una documentazione che andasse oltre la sola parola scritta.

La sua formazione fu caratterizzata da un’attenzione costante alla precisione tecnica. Apprese le basi della fotografia scientifica e si interessò agli strumenti ottici, convinto che solo attraverso immagini oggettive fosse possibile fornire una rappresentazione accurata delle culture lontane. Questa impostazione metodologica lo distinse da altri esploratori coevi, che spesso si limitavano a descrizioni impressionistiche o a collezionare oggetti senza un vero apparato visivo di supporto. L’idea di oggettività dell’immagine, che oggi appare ingenua, era allora l’argomento principale a favore dell’uso della macchina fotografica nelle scienze, e Lumholtz la condivideva con i suoi contemporanei.

L’esperienza australiana e la questione delle immagini

Il primo grande campo di attività fu l’Australia, dove si recò nel 1880 con il sostegno dei musei di storia naturale dell’Università di Cristiania, con l’incarico di raccogliere esemplari botanici e zoologici. Qui trascorse quattro anni esplorando zone poco note del Queensland, in particolare la regione di Herbert e Burdekin e la foresta pluviale del fiume Herbert. Le sue ricerche si svolsero dunque in Queensland, e non nel Territorio del Nord. Tra il 1882 e il 1883 trascorse dieci mesi con gruppi aborigeni, un’esperienza che spostò i suoi interessi verso l’etnografia e che, secondo l’archivio dell’American Museum of Natural History, preparò le future spedizioni messicane.

Il periodo trascorso in Australia, tra il 1880 e il 1884, rappresenta la prima grande impresa etnografica di Lumholtz. In un’epoca in cui le popolazioni aborigene venivano spesso rappresentate in modo stereotipato o spettacolare, egli cercò di offrire una visione più analitica e sistematica, basata sulla convivenza e sull’osservazione diretta. Visse nella foresta pluviale accanto a comunità di cacciatori e raccoglitori, divenne critico verso il modo in cui i coloni trattavano gli aborigeni e raccolse numerosi esemplari di mammiferi. Quattro specie nuove furono descritte sulla base del suo materiale, tra cui l’opossum dalla coda ad anello del fiume Herbert (Pseudochirulus herbertensis) e il canguro arboricolo che porta il suo nome, Dendrolagus lumholtzi.

Alcune ricostruzioni attribuiscono a Lumholtz una conoscenza diretta delle lingue locali e la partecipazione alle attività collettive delle comunità. La storica Helen Brayshaw ha mosso al riguardo rilievi critici, ricordando che durante i dieci mesi con gli aborigeni raccolse circa 140 parole e imparò poco della lingua. Il quadro che ne esce è meno eroico del racconto che l’esploratore stesso offriva, ma la sua opera resta un documento importante: Among Cannibals è definito da una voce enciclopedica come la migliore ricerca etnografica del periodo sugli aborigeni del Queensland settentrionale.

Quanto alle immagini, le ricostruzioni più diffuse descrivono una vasta documentazione fotografica realizzata in Australia, con ritratti di uomini, donne e bambini, talvolta in pose studiate, che registrano ornamenti, acconciature e segni corporei come tatuaggi e scarificazioni, secondo i criteri dell’antropologia fisica dell’epoca che prevedevano riprese frontali e di profilo. Altre immagini, secondo queste descrizioni, mostrano attività quotidiane come la caccia, la raccolta di alimenti e la costruzione di rifugi. Il fondo fotografico meglio documentato e più studiato di Lumholtz riguarda tuttavia il Messico, l’Arizona e il Borneo, dove le lastre conservate permettono di datare e identificare i soggetti.

Il materiale raccolto in Australia confluirà nella sua prima grande pubblicazione, Among Cannibals (Londra, 1889), uscita in norvegese l’anno prima con il titolo Blandt Menneskeædere (1888), un volume che univa testo e immagini e che segnò un punto di svolta nella rappresentazione scientifica delle popolazioni indigene australiane. Il sottotitolo inglese è eloquente: An Account of Four Years’ Travels in Australia and of Camp Life with the Aborigines of Queensland. Nella stagione 1889-1890 Lumholtz tenne due conferenze all’istituto Lowell di Boston intitolate Among Australian Natives. Le immagini non erano più meri ornamenti editoriali, ma parte integrante dell’argomentazione etnografica. Il titolo evoca il cannibalismo, scelta che oggi appare sensazionalistica rispetto al contenuto del libro, giudicato dagli studiosi un lavoro etnografico serio.

Le spedizioni in Messico e l’antropologia visiva delle popolazioni indigene

Terminata l’esperienza australiana, Lumholtz rivolse la sua attenzione al Messico, dove intraprese diverse spedizioni tra il 1890 e il 1910, sostenute anche dall’American Museum of Natural History di New York. Nel 1890 partì con il botanico svedese Carl Vilhelm Hartman, con il sostegno dell’American Geographical Society e del museo newyorkese, che contribuirono con mille dollari ciascuno alla prima spedizione. Ulteriori fondi vennero in gran parte da Henry Villard, e Andrew Carnegie offrì mille dollari per avviare il lavoro. Il governo messicano concesse credenziali ufficiali e l’allora segretario di Stato americano James G. Blaine diede il suo appoggio. La prima spedizione, nel 1890-1891, attraversò la Sierra Madre dalla regione di Sonora in direzione di Casas Grandes, con una trentina di uomini tra scienziati, guide, cuochi e mulattieri. Nel complesso delle spedizioni, secondo la prefazione di Unknown Mexico, furono impiegati circa cento tra muli, asini e cavalli.

In particolare, si dedicò allo studio dei Tarahumara, dei Huichol, dei Cora e dei Tepehuan, popolazioni indigene della Sierra Madre occidentale. Visse più di un anno presso i Tarahumara, che costituiscono il nucleo centrale del suo lavoro, e studiò anche i Tepecano, i Nahua, i Tarasco del Michoacán e popolazioni che descriveva come quasi estinte, come gli Opata, i Pima meridionali e i Tubar. Le fonti più precise distinguono quattro spedizioni tra il 1890 e il 1898, mentre una voce enciclopedica le estende fino al 1910 includendovi le ricerche in Arizona e nel Messico settentrionale. La spedizione del 1898 ebbe tra i partecipanti il giovane antropologo Aleš Hrdlička. Le spedizioni successive furono più ridotte e Lumholtz finì per viaggiare spesso da solo con compagni indigeni.

L’approccio adottato fu ancora una volta quello dell’immersione sul campo. Lumholtz visse per lunghi periodi accanto alle comunità indigene, partecipando ai rituali e osservando da vicino le pratiche agricole, artigianali e religiose. Le sue fotografie documentano con straordinaria precisione i riti sciamanici, le danze cerimoniali, le architetture vernacolari e i dettagli dell’abbigliamento tradizionale. Un volume del 2014 che ne riproduce oltre duecento immagini, molte mai pubblicate prima, osserva che le sue fotografie di Tarahumara, Huichol, Cora, Tepehuan, Pima meridionali e Tohono O’odham furono tra le prime scattate a quei popoli.

Queste spedizioni contribuirono a consolidare l’uso della fotografia etnografica come fonte scientifica, mostrando come le immagini potessero essere organizzate in serie coerenti e interpretate come dati al pari dei reperti materiali o delle testimonianze scritte. Nello stesso quadro Lumholtz fu tra i primi a descrivere reperti della tradizione delle tombe a pozzo dell’antico Messico occidentale e della cultura purépecha, e documentò siti archeologici, flora e fauna della Sierra Madre settentrionale, che chiamava gran Chichimeca. Nella stagione 1893-1894 tenne all’istituto Lowell tre conferenze sulle caratteristiche degli abitanti delle caverne della Sierra Madre.

Tecnica fotografica sul campo

Dal punto di vista tecnico, Lumholtz utilizzava apparecchi a lastra fotografica, spesso con emulsioni alla gelatina secca, che garantivano una maggiore praticità nei climi caldi e umidi. Le lastre di vetro conservate all’American Museum of Natural History, come il ritratto di un uomo tarahumara scattato tra il 1890 e il 1898, hanno il formato di 6 × 8 pollici. Nella prefazione di Unknown Mexico l’autore ricorda di aver usato una piccola macchina portatile di tipo Kodak e una camera di formato maggiore, strumenti che costringevano a un compromesso continuo tra qualità e trasportabilità, dato che l’attrezzatura viaggiava a dorso di mulo.

La sua attenzione alla qualità delle immagini emerge nei ritratti, realizzati con cura compositiva e spesso accompagnati da note dettagliate sulle condizioni di scatto e sui soggetti ripresi. Queste fotografie non erano intese come illustrazioni artistiche, ma come documenti scientifici da inserire in un corpus comparativo più ampio. I curatori dell’edizione del 2014 ricordano che ogni fotografia è identificata e spesso accompagnata dalle note e dalle didascalie scritte dallo stesso Lumholtz.

Dal punto di vista tecnico, in Messico Lumholtz ebbe accesso, secondo alcune descrizioni, a materiali più moderni, come lastre ortocromatiche e obiettivi più luminosi, che gli consentivano di lavorare in condizioni di luce variabile. Alcune immagini furono realizzate, secondo le stesse descrizioni, con l’ausilio di flash a polvere di magnesio, tecnica allora in voga per le riprese in interni poco illuminati. Questo gli permise di documentare cerimonie notturne e ambienti chiusi, ampliando il repertorio fotografico rispetto all’esperienza australiana. Nel quadro della sua attrezzatura Lumholtz usò anche un grafofono, con cui registrò canti indigeni poi trascritti da Alice Fletcher e Edwin S. Tracy, e unì così immagine e suono nella documentazione sul campo.

La luce intensa dell’altopiano e le difficili condizioni di trasporto imponevano un controllo attento dei tempi di esposizione e dell’uso dei diaframmi. La lastra, una volta esposta, andava protetta dagli urti e dall’umidità fino al momento dello sviluppo, che a volte avveniva mesi dopo. Il lavoro quotidiano era dunque una catena di scelte pratiche, in cui il valore dell’immagine dipendeva in buona misura dalla costanza del metodo.

Unknown Mexico, i Huichol e il peyote

La pubblicazione Unknown Mexico (1902) rappresenta il culmine di questa fase. Il titolo completo parla di un resoconto di cinque anni di esplorazioni tra le tribù della Sierra Madre occidentale, nella Tierra Caliente di Tepic e Jalisco e tra i Tarasco del Michoacán. L’opera, in due volumi, uscì a Londra presso Macmillan e fu dedicata a Morris K. Jesup, presidente dell’American Museum of Natural History. Il testo, ricco di illustrazioni fotografiche, offriva per la prima volta al pubblico europeo e statunitense una descrizione sistematica delle popolazioni indigene messicane. Le fotografie di Lumholtz, inserite nel volume, avevano una funzione documentaria primaria, accompagnando le descrizioni e costituendo prove visive delle pratiche narrate. Nella prefazione l’autore osserva che i «popoli primitivi», nella terminologia dell’epoca, stavano diventando rari sulla Terra, una frase che spiega l’urgenza del suo progetto documentario.

Un capitolo a parte meritano i Huichol, di cui Lumholtz studiò l’arte e la simbologia. Il museo newyorkese pubblicò nei suoi Memoirs il volume Symbolism of the Huichol Indians (1900), per il quale furono realizzate fotografie in studio degli oggetti delle collezioni, e un archivio conserva diapositive di arte huichol e di disegni di pittura facciale raccolti dall’esploratore. Lumholtz fu inoltre, con John Raleigh Briggs e James Mooney, tra i primi occidentali noti ad aver provato e descritto gli effetti del peyote, di cui venne a sapere tramite Tarahumara e Huichol. Inviò alcuni bottoni di peyote al chimico tedesco Arthur Heffter, che isolò la mescalina e ne pubblicò i risultati nel 1898.

Una caratteristica da ricordare riguarda la qualità di stampa dei libri. I curatori del volume del 2014 osservano che le pubblicazioni dell’epoca, tra cui Unknown Mexico e New Trails in Mexico, riprodussero la maggior parte delle immagini male, con tagli scorretti, oppure le fecero ridisegnare da illustratori con tecniche approssimative. L’edizione moderna ha scansionato i negativi originali e li ha stampati senza ritagli, rivelando dettagli prima nascosti. Questo spiega anche perché, per molto tempo, la fama di Lumholtz sia stata legata più ai testi che alle fotografie.

Ultime esplorazioni: Arizona, India e Borneo

Nel 1909-1910 Lumholtz lavorò nell’Arizona meridionale e nel Messico settentrionale, studiando tra gli altri i Papago, e ne trasse il volume New Trails in Mexico (1912). Nel 1905 fu tra i soci fondatori dell’Explorers Club, e nel 1914-1915 compì un breve viaggio in India, dove studiò l’induismo. Poi venne il Borneo. Lumholtz aveva progettato di essere il primo ad attraversare la Nuova Guinea, ma lo scoppio della Prima Guerra Mondiale rese impossibile ottenere una scorta militare. Il governatore generale olandese gli consigliò di attendere, e l’esploratore decise di rivolgersi al Borneo centrale, ampliando poi il progetto ad altre aree del Borneo olandese.

Negli anni successivi, dunque, Lumholtz intraprese nuove spedizioni, tra cui quella nel Borneo (1913-1917), dove si concentrò sulle popolazioni del Kalimantan. Il titolo del libro, Through Central Borneo: An Account of Two Years’ Travel in the Land of Head-Hunters Between the Years 1913 and 1917, fissa queste date, mentre alcune voci enciclopediche indicano come fase principale il biennio 1915-1917. Partì da New York nell’autunno del 1913, giunse a Batavia il 10 novembre e nel 1914 raggiunse l’interno. Risalì il fiume Kayan fino a Kaburau e proseguì a piedi alla ricerca dei Punan. Una grande spedizione attraversò poi il sud-est del Borneo: secondo la voce norvegese, fu il primo europeo a risalire uno degli affluenti del Barito per poi scendere il Mahakam fino alla costa orientale.

Anche in questo contesto fece largo uso della fotografia, adattandosi a condizioni climatiche difficili e sfruttando attrezzature leggere. Nel libro ricorda che le lastre e le pellicole furono per lo più opera sua, con qualche immagine di altri tre fotografi, e fra i suoi compagni compare Ah Sewey, un fotografo cinese di Singapore. Lumholtz mostrò ai Kayan semplici immagini in movimento. Il materiale comprende fotografie di Kayan, Kenyah, Punan, Penihing e Penyahbong, e film. Il documentario Borneo Gefilmd, di circa quaranta minuti, fu presentato ad Amsterdam nel 1916, e un film sull’attraversamento del Borneo, Land of the Headhunters, fu proiettato a Londra nel 1920, motivo per cui la voce norvegese lo considera un pioniere del documentario. Le immagini raccolte in Borneo testimoniano ancora una volta la sua attenzione ai dettagli della vita quotidiana, più che agli aspetti spettacolari o pittoreschi. L’archivio dell’American Museum of Natural History conserva, per la spedizione, sessantatré negativi e tre negativi su vetro. Una selezione di fotografie del Borneo fu esposta al Museo etnografico dell’Università di Oslo nell’autunno del 1993.

La spedizione ottenne il sostegno della Società geografica norvegese, della Royal Geographical Society di Londra e della società geografica olandese. Lumholtz incontrò Dayak e Punan e descrisse questi ultimi come un popolo che aveva abbandonato la caccia alle teste. Segnalò inoltre due nuove specie di scoiattoli volanti e una nuova specie di colugo. Lumholtz morì di tubercolosi a Saranac Lake, dove si trovava in un sanatorio per curarsi, il 5 maggio 1922, mentre progettava un nuovo viaggio in Nuova Guinea.

Pubblicazioni e riconoscimenti

Parallelamente, continuò a pubblicare i risultati delle sue ricerche. I suoi libri ebbero un ampio successo, poiché univano rigore scientifico a uno stile narrativo capace di attrarre il grande pubblico. Le opere principali sono Among Cannibals (1889), Unknown Mexico (1902), New Trails in Mexico (1912), Through Central Borneo (1920) e l’autobiografia My Life of Exploration (1921), per un totale di sei libri secondo una voce enciclopedica. Il titolo norvegese della seconda opera fu Blandt Mexicos indianere (1903). Le edizioni inglesi moderne dei volumi sono state ripubblicate tra il 1979 e il 1991.

Questa capacità di comunicare fece di Lumholtz una figura di spicco nel panorama etnografico internazionale, al pari di altri esploratori-fotografi come Lamberto Loria o Félix-Louis Regnault. Fu membro dell’Accademia delle scienze di Kristiania dal 1886, cavaliere dell’Ordine di Sant’Olav nel 1889 e insignito di decorazioni danese, svedese e francese, tra cui la Legion d’onore. Il pittore Eivind Engebretsen lo ritrasse nel 1921, e un busto in bronzo di Johan Fahlstrøm, del 1927, si trova a Lillehammer, nel parco Søndre. Il suo apparecchio fotografico è esposto al Museo Preus di Horten.

Negli anni Novanta (1991 o 1994, secondo le fonti) un parco nazionale del Queensland settentrionale fu intitolato a Lumholtz, e nel 2003 è stato ribattezzato Girringun National Park, nome indigeno che riflette il cambiamento di sensibilità storica. Al suo nome sono legati anche il pino messicano Pinus lumholtzii e il serpente Calamaria lumholtzi, oltre al canguro arboricolo già ricordato.

Influenza scientifica e lettura critica

La sua influenza si esercitò soprattutto nell’ambito dell’antropologia visiva. Sebbene non elaborasse una teoria esplicita del ruolo della fotografia in etnografia, la sua pratica dimostrava come le immagini potessero essere utilizzate per illustrare e, soprattutto, per analizzare e classificare fenomeni culturali. Il sito ha dedicato a questo tema l’articolo sulla fotografia etnografica tra tecnica, rappresentazione e ideologia, e il caso di Lumholtz è citato anche nella panoramica sulla fotografia di paesaggio, dove viene presentato come esempio di un uso della macchina fotografica come strumento di documentazione e non come espressione d’autore.

La lettura critica contemporanea ricorda che le sue spedizioni si svolsero in un contesto coloniale e scientifico che non è più il nostro. L’esplorazione si svolgeva con il sostegno di musei, società geografiche e finanziatori privati interessati a raccogliere oggetti e conoscenze prima che le società indigene venissero, secondo la convinzione dell’epoca, assorbite dalla modernità. Nei suoi scritti il rispetto per i popoli che studiava convive con le categorie della sua epoca. Le sue immagini restano preziose proprio perché permettono di leggere insieme il soggetto ripreso e lo sguardo di chi lo riprendeva.

Il lavoro editoriale del 2014, affidato a cinque curatori, è un esempio di come una collezione storica possa essere riletta identificando ogni fotografia e riportando le note dell’autore, in modo che nome, luogo e contesto dei soggetti ripresi tornino visibili. È un passaggio che riguarda l’intera storia della fotografia documentaria, di cui Lumholtz è un capitolo.

Archivi e riscoperta

I suoi archivi fotografici, oggi conservati in gran parte presso l’American Museum of Natural History di New York e presso il Museo di storia culturale dell’Università di Oslo, rappresentano un patrimonio di straordinaria importanza per la storia della fotografia etnografica. Nella biblioteca del museo newyorkese le fotografie sono catalogate con riferimento alle spedizioni in Messico del periodo 1890-1898, e l’archivio conserva anche materiali dedicati alla ricerca sulle collezioni di immagini di Lumholtz e a un progetto di mostra fotografica curato da Phyllis La Farge.

La riscoperta moderna passa dal volume Among Unknown Tribes: Rediscovering the Photographs of Explorer Carl Lumholtz, pubblicato dalla University of Texas Press nel 2014 a cura di Bill Broyles, Ann Christine Eek, Phyllis La Farge, Richard Laugharn ed Eugenia Macías Guzmán, con oltre duecento fotografie, molte delle quali inedite. Le immagini sono state riscansionate dai negativi originali e riprodotte senza tagli, con le note dello stesso Lumholtz. Per chi vuole accostarsi al suo lavoro, il libro è il punto di partenza più efficace.

Carl Lumholtz morì nel 1922 a Saranac Lake, negli Stati Uniti, lasciando un’eredità che ancora oggi viene studiata tanto dagli storici della fotografia quanto dagli antropologi. La sua vita e le sue opere testimoniano la centralità della fotografia come strumento scientifico nell’etnografia a cavallo tra XIX e XX secolo.

Domande frequenti

Chi era Carl Lumholtz?

Fu un esploratore, naturalista ed etnografo norvegese, nato a Fåberg il 23 aprile 1851 e morto a Saranac Lake, nello stato di New York, il 5 maggio 1922. Studiò teologia, poi si dedicò a spedizioni in Australia, Messico, Arizona e Borneo.

Dove lavorò in Australia?

Nel Queensland settentrionale, tra il 1880 e il 1884, in particolare nella regione di Herbert e Burdekin e nella foresta pluviale del fiume Herbert.

Quali popoli fotografò in Messico?

Soprattutto Tarahumara, Huichol, Cora e Tepehuane della Sierra Madre occidentale, e poi Pima meridionali e Tohono O’odham tra Arizona e Messico settentrionale.

Quali sono i suoi libri principali?

Among Cannibals (1889), Unknown Mexico (1902), New Trails in Mexico (1912), Through Central Borneo (1920) e My Life of Exploration (1921).

Dove sono conservate le sue fotografie?

All’American Museum of Natural History di New York e al Museo di storia culturale di Oslo. Una selezione di oltre duecento immagini è stata pubblicata nel 2014 nel volume Among Unknown Tribes.

Usò anche il cinema?

Sì, in Borneo. Il documentario Borneo Gefilmd fu presentato ad Amsterdam nel 1916 e un film sull’attraversamento del Borneo fu proiettato a Londra nel 1920.

Perché la sua opera è importante per la storia della fotografia?

Perché mostra la fotografia usata in modo sistematico come fonte scientifica, organizzata in serie e accompagnata da note, e perché le sue lastre sono tra le prime immagini di molti popoli indigeni del Messico.

Per altri profili di autori e autrici si veda l’indice I grandi fotografi della storia.

Fonti

Aggiornato Ottobre 2026

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