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Hyppoliyte Bayard e Sir John Herschel

Hippolyte Bayard

Hippolyte Bayard nacque il 20 gennaio 1801 a Breteuil in Francia e trascorse l’infanzia in un ambiente di modeste condizioni economiche. Studiò a Parigi, ottenendo un impiego presso il Ministero delle Finanze, ma il suo vero interesse rimase sempre la chimica applicata alla luce. A metà degli anni Trenta dell’Ottocento cominciò a dedicarsi all’uso del cloruro d’argento sulla carta come supporto fotosensibile. In un laboratorio improvvisato mise a punto un procedimento che si distaccava sia dal dagherrotipo di Daguerre sia dal calotipo di Talbot: il direct positive su carta, capace di produrre un’immagine diretta, unica e non riproducibile tramite negativo.

Bayard preparava un foglio di carta imbevuto di cloruro d’argento, poi trattato con ioduro di potassio per aumentarne la sensibilità. Dopo un’asciugatura controllata, l’esposizione in camera oscura durava tempi che oscillavano tra 10 e 15 minuti, a seconda dell’intensità luminosa. Il successivo fissaggio, effettuato con tiosolfato di sodio, arrestava la reazione e rendeva permanente l’immagine, evitando che i sali non esposti continuassero a scurire il supporto. La sensibilità limitata costringeva a soggetti statici: statue, nature morte o strutture architettoniche, nelle quali il rischio di mosso era nullo. Il ritratto umano era possibile soltanto con estrema immobilità, tanto che Bayard suggeriva ai soggetti di chiudere gli occhi per evitare riflessi voluti.

Il 24 giugno 1839 presentò per la prima volta al pubblico le sue stampe, ottenendo un piccolo riconoscimento da François Arago, supervisore del dipartimento scientifico francese. Il compenso però si trasformò in un “buonuscita del silenzio”, poiché Arago consigliò a Bayard di tacere sul proprio lavoro in favore del processo di Daguerre, recentemente approvato dal governo. L’amarezza di Bayard trovò espressione drammatica nel suo celebre autoritrattato come “cadavere annegato”, in cui il fotografo simulava il proprio suicidio per protesta contro l’assenza di riconoscimenti economici e istituzionali. Sul retro dell’immagine scrisse un breve testo che denotava la frattura tra innovazione tecnica e meccanismi di potere: la fotografia poteva attribuire prestigio ma non garantiva sostegno.

Il legame di Bayard con la neonata Société héliographique e in seguito con la Société française de photographie dimostra la sua volontà di condividere conoscenze e sviluppare la fotografia come disciplina. Durante le missioni Héliographiques del 1851, fu inviato a documentare monumenti storici in tutta la Francia, collaborando con Baldus, Le Gray e altri pionieri. Le sue immagini di chiese, ponti e palazzi rimangono testimonianze uniche di un’architettura percepita attraverso una sensibilità chimico-visiva ancora allo stato sperimentale. La sua presenza negli archivi dello Stato testimonia un’evoluzione continua: da ritocchi manuali sulle stampe fino all’adozione di tecniche di stampa albuminata, che migliorarono nitidezza e contrasto.

Innovazioni chimiche e tecniche di Bayard

Le ricerche di Bayard approfondirono ogni aspetto del processo fotografico su carta, sperimentando non solo vari sali d’argento, ma anche differenti agenti sviluppanti e fissatori. Nel 1840 depositò in due lettere all’Académie des sciences una formula per un positivo latente su carta: la carta veniva sensibilizzata con nitrato d’argento e cloruro di sodio, quindi esposta in oscurità, sviluppata con vapori di mercurio—in analogia con i dagherrotipi—e infine fissata con tiosolfato. Pur non avendo mai goduto della stessa risonanza di Daguerre, Bayard anticipò il concetto di immagine latente seguita da sviluppo, aprendo la strada alle sperimentazioni successive sul negativo a camera oscura.

Per superare i limiti dell’intervallo dinamico dei sali d’argento, Bayard padroneggiò la tecnica della combination printing. Realizzava negativi distinti per il cielo e per il paesaggio: il primo esposto brevemente per conservare le nuvole e i dettagli, il secondo con tempi più lunghi per catturare il terreno e le architetture. Nel laboratorio di Bayard si procedeva a un’incisione manuale dei fotogrammi sovrapposti, creando un solo foglio di stampa in cui venivano uniti dettagli di esposizioni diverse. Questo approccio anticipò il concetto di HDR analogico, in cui più esposizioni permettono di visualizzare contemporaneamente alti e bassi valori di luminosità.

Le emulsioni di Bayard erano caratterizzate da uno strato estremamente sottile di cristalli d’argento: analisi moderne hanno confermato la scelta di una concentrazione ridotta per ottenere gradazioni tonali morbide, a costo però di risoluzione minore rispetto alle albumine. Il processo di iodazione e asciugatura in ambiente umido consentiva di controllare la sensibilità, spostandola leggermente verso l’infrarosso e migliorando la riproduzione di alcune superfici scure. Gli appunti sulla spremitura e filtraggio delle soluzioni chimiche, conservati nell’album Recueil No. 2, illustrano la precisione con cui Bayard registrava le variabili di laboratorio, dalle proporzioni esatte (1 g di nitrato per 6 ml d’acqua) ai tempi di immersione.

Bayard fu anche un precursore del cianotipo ben prima della divulgazione di Herschel: alcuni esperimenti su carta trattata con ferro ammonio citrato e ferricianuro di potassio produssero risultati mediocri tra il 1840 e il 1841. Pur non perfezionando mai il procedimento, gli appunti segreti testimoniano che Bayard intuì la rapidità di sviluppo del blueprint e la stabilità del pigmento blu. L’interesse per la chimica dei pigmenti lo portò a testare polveri vegetali e metodi di asciugatura alternata, ipotizzando soluzioni a base di estratti vegetali, anticipando le ricerche sul phytotype.

L’uso espressivo della fotografia come strumento narrativo emerse nelle sue serie di ritratti simbolici: Bayard duplicava lo stesso inquadramento, sostituendo il proprio volto con altri oggetti per illustrare concetti allegorici. Affrontò la sovrapposizione meccanica di negativi, creando fotomontaggi in cui pozzi, statue e dettagli architettonici dialogavano con figure umane finite in primo piano. Queste sperimentazioni, raramente datate e conservate in collezioni private, prefigurano decenni dopo pratiche di manipolazione concettuale. La combinazione di rigore chimico e ricerca visiva rende Bayard un precursore di un approccio integrato tra tecnica e creatività.

Sir John F. W. Herschel

Sir John Frederick William Herschel, nato il 7 marzo 1792 in Inghilterra, rappresenta la fusione perfetta tra scienza della luce e pratica fotografica. Figlio dell’astronomo William Herschel, ampliò le competenze del padre in ottica e chimica, sperimentando già negli anni Venti le radiazioni ultraviolette. Nel 1819 scoprì che il tiosolfato di sodio era in grado di dissolvere i sali d’argento non esposti, fornendo così il primo agente fissatore pratico. La condivisione di questa sostanza con Talbot e Daguerre rese possibile la stabilizzazione degli esperimenti pionieristici, segnando la transizione dal fugace al duraturo.

Nel marzo 1839 presentò alla Royal Society l’articolo “On the Art of Photography; or the Application of the Chemical Rays of Light to the Purpose of Pictorial Representation”. In quel documento definì termini che ancora oggi costituiscono il vocabolario della disciplina: photography, negative, positive, emulsion. Questa codifica terminologica permise un dialogo internazionale tra sperimentatori e la nascita di manuali standardizzati, senza i quali la fotografia sarebbe rimasta un insieme di procedimenti eterogenei.

L’intuizione di Herschel riguardava non soltanto la chimica ma anche la misurazione dell’azione luminosa. Inventò un actinometro per misurare la potenza delle radiazioni solari, studiando l’interazione tra le luci ultraviolette e le emulsioni fotografiche. Scoprì l’influenza delle diverse lunghezze d’onda sulla sensibilità dei sali d’argento, gettando le basi per l’uso consapevole di filtri e per gli studi sulla cecità ai colori nell’immagine fotografica. Tali ricerche si inserirono nel più ampio dibattito sulla natura fisica e chimica della luce, avvicinando la fotografia alla pratica sperimentale dei laboratori.

Il settembre 1839 vide la realizzazione della prima fotografia su vetro, raffigurante il telescopio da 40 piedi di William Herschel. Preparò lastre di vetro ricoperte di nitrato d’argento e ioduro, fissate con tiosolfato, e sperimentò esposizioni prolungate fino a un’ora. L’immagine, conservata presso la Royal Society, testimonia l’attenzione estrema alle variabili di laboratorio: qualità del vetro, omogeneità dell’emulsione, controllo della temperatura durante l’esposizione.

Herschel non brevettò i suoi procedimenti chimici, scegliendo di divulgarli apertamente in Philosophical Transactions e in manuali accademici. Così nacquero il cyanotype (1842), con il caratteristico blu prussia ottenuto da ferricianuro di potassio e ferro ammonio citrato, e il chrysotype, che impiegava sale d’oro su supporto ferrico per ottenere immagini dorate. Le sue formule chimiche e i protocolli dettagliati divennero la base di molti usi pratici: i cyanotipi furono adottati da Anna Atkins per il primo atlas fotografico botanico, mentre i chrysotipi rimasero un esperimento per pochi appassionati a causa dei costi elevati.

Metodi sperimentali e influenza di Herschel sulla fotografia scientifica

Herschel concepì la fotografia come mezzo di indagine scientifica, sperimentando materiali e strumentazioni in un approccio sistematico. L’actinometro che inventò nel 1825 misurava l’irradiazione solare in diversi momenti dell’anno, permettendo di regolare i tempi di esposizione con precisione. Studiò il potere di degradazione della luce sui pigmenti vegetali, definendo i parametri per le prime anthotipi, fotografie ottenute dall’azione della luce sui succhi di fiori e foglie. Pur non essendo pratiche comuni, queste prove esplorarono la potenzialità della luce come agente chimico, anticipando l’uso di materiali biochimici nelle arti visive.

Il suo contributo più duraturo rimane però la terminologia: la definizione di negative e positive rese possibile la produzione di più esemplari da un’unica lastra, standardizzando il negativo come matrice. Concentrò inoltre l’attenzione sull’emulsione, descrivendo la sospensione di cristalli d’argento in una base gelatinosa o cartacea. I suoi protocolli dettagliavano i rapporti tra componenti, i tempi di agitazione e le temperature ottimali, fungendo da manuale per laboratori amatoriali e istituzionali.

La collaborazione con William Henry Fox Talbot fu intensa: Herschel fornì i dati sul fissaggio con hypo e condivise gli studi sulle emulsioni bromurate. Talbot pubblicò poi i risultati nella rivista della Royal Society, ringraziando Herschel come “principale sostenitore e divulgatore della chimica fotografica”. Daguerre, informato dal confronto tra scienziati, adottò anch’egli il tiosolfato, rendendo universale un elemento che ancora oggi costituisce il cuore dei procedimenti di fissaggio.

Il gusto per la condivisione spinse Herschel a redigere articoli popolari destinati al grande pubblico: in riviste di divulgazione illustrava diagrammi di camere oscure, disegni di attrezzature di supporto e fotografie sperimentali. La sua capacità di tradurre concetti complessi in schemi chiari ebbe un impatto decisivo sulla diffusione della fotografia in Inghilterra e in Europa. Grazie a questi scritti, molti chimici e ottici furono indotti a costruire camere oscure portatili e a sperimentare emulsioni artigianali, gettando le basi per l’esplosione della pratica fotografica nel decennio successivo.

Aggiornato Luglio 2025

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