Guy Bourdin nasce il 2 dicembre 1928 a Parigi, Francia, e muore il 29 marzo 1991 nella stessa città. È considerato uno dei fotografi più innovativi e influenti nel campo della fotografia di moda e pubblicitaria del XX secolo. La sua carriera si sviluppa soprattutto nel periodo tra gli anni Cinquanta e Ottanta, segnando una svolta nel modo di intendere e realizzare immagini pubblicitarie e editoriali grazie a un linguaggio visivo audace, sperimentale e profondamente tecnico.
Guy Bourdin si avvicina alla fotografia da autodidatta, con una formazione che passa attraverso lo studio della pittura e del disegno, ma è nella tecnica fotografica che riesce a esprimere appieno la sua visione artistica. I primi esperimenti li compie utilizzando macchine fotografiche analogiche di medio formato come la Rolleiflex 6×6 e la Hasselblad 500C, strumenti che gli permettono di lavorare con elevata qualità d’immagine e di sperimentare composizioni rigorose.
La scelta del medio formato è strategica: permette una resa del dettaglio superiore rispetto al 35 mm e una maggiore qualità tonale, fondamentale per i suoi scatti caratterizzati da composizioni ricche di texture e particolari visivi. Bourdin predilige pellicole a colori di alta qualità come la Kodak Ektachrome e la Fuji Velvia, utilizzate per la loro saturazione e brillantezza, che sono diventate marchi di fabbrica del suo stile cromatico.
Dal punto di vista tecnico, Bourdin è meticoloso nell’uso dell’illuminazione artificiale, sfruttando sistemi di flash da studio come il Profoto Pro-7a e il Broncolor Mobil, combinandoli spesso con riflettori e diffusori per modellare la luce in modo da ottenere effetti plastici e scultorei. Sperimenta inoltre con luci a incandescenza per creare atmosfere più morbide e calde, modulando l’equilibrio cromatico in base alla narrativa visiva del progetto.
Nel processo di scatto, Bourdin cura ogni dettaglio: dal bilanciamento del bianco (impostato manualmente tramite filtro di correzione), alla scelta dell’apertura del diaframma, tipicamente tra f/5.6 e f/11 per garantire un buon equilibrio tra profondità di campo e nitidezza, fino all’uso di tempi di posa che variano da 1/125 a 1/250 per congelare i soggetti e gli oggetti in scena senza perdita di definizione.
Lo stile di Guy Bourdin è noto per la sua forte componente visiva, fatta di colori saturi, composizioni audaci e un uso rivoluzionario della luce e dello spazio. Contrariamente alla fotografia di moda tradizionale dell’epoca, che puntava a rappresentare il soggetto in modo elegante e posato, Bourdin crea immagini che spesso sfidano la percezione, giocando con angolazioni estreme, prospettive distorte e composizioni frammentate.
Dal punto di vista tecnico, Bourdin utilizza frequentemente tecniche di esposizione multipla, sovrapponendo più immagini su una singola lastra fotografica per ottenere effetti surreali e sovrapposizioni di elementi grafici. In camera oscura, si cimenta con la stampa selettiva e la mascheratura, applicando manipolazioni di contrasto localizzato per enfatizzare dettagli specifici, come texture della pelle o materiali tessili.
Uno dei suoi marchi distintivi è l’uso del colore come protagonista assoluto: Bourdin adotta filtri colorati davanti all’obiettivo o direttamente sugli apparecchi di illuminazione per modificare la resa cromatica. Nei suoi lavori per campagne pubblicitarie, questo si traduce in palette cromatiche vivaci e accese, spesso su sfondi monocromatici o con colori complementari che creano tensione visiva.
L’illuminazione da lui scelta alterna luci dure e ombre nette a morbidezza diffusa, ottenuta attraverso diffusori in nylon o plexiglass smerigliato. A seconda della composizione, Bourdin usa luci laterali fortemente angolate per scolpire i soggetti, conferendo tridimensionalità e dinamismo, oppure luce frontale per una resa più piatta e astratta.
Un’altra innovazione importante riguarda l’uso di pellicole a contrasto elevato e granulosità accentuata per conferire un aspetto materico e tattile alle immagini, soprattutto nelle stampe in bianco e nero, dove il grano diventa parte integrante della narrazione visiva.
Guy Bourdin ha collaborato con molte delle più prestigiose riviste di moda e case di moda internazionali, in particolare Vogue e Harper’s Bazaar. Le sue campagne per Charles Jourdan sono emblematiche: caratterizzate da immagini sensuali, dinamiche e fortemente narrative, che rivoluzionano il concetto stesso di fotografia commerciale.
In questi progetti, Bourdin mette in atto una combinazione di elementi tecnici e artistici: usa set costruiti con minuziosa cura, dove ogni dettaglio è calibrato per creare tensione visiva; integra oggetti di scena scelti per il loro valore simbolico e cromatico; e dirige modelli con un linguaggio non convenzionale, spesso spingendoli a pose estreme e dinamiche, che vengono catturate con tempi di scatto precisi per mantenere nitidezza e definizione.
L’impatto tecnico di queste collaborazioni si riflette anche nell’uso di materiali e tecnologie all’avanguardia: Bourdin sperimenta pellicole ad alta sensibilità e bassa grana, come la Kodak T-Max 400, in combinazione con lenti ad alta definizione Carl Zeiss e ottiche macro per catturare dettagli fino a livelli microscopici, evidenziando trame di tessuti e accessori.
L’approccio di Bourdin ha influito anche nel campo della fotografia pubblicitaria, con campagne che utilizzano composizioni inusuali, giochi di luci e ombre, sovrapposizioni e manipolazioni analogiche che anticipano molte delle tecniche digitali usate oggi. Le sue immagini sono spesso caratterizzate da una forte componente narrativa, che si sviluppa attraverso un uso innovativo della sequenza fotografica e della multipla esposizione.
Opere principali
Tra le opere più celebri di Guy Bourdin spiccano le campagne pubblicitarie realizzate per Charles Jourdan, in cui la sua capacità di fondere tecnica fotografica e linguaggio artistico raggiunge vette straordinarie. Le immagini, realizzate su pellicola colore di alta qualità, sono stampate in grande formato su carta baritata, per enfatizzare la resa dei dettagli e la brillantezza cromatica.
Un altro progetto significativo è la sua collaborazione con il museo di fotografia di Parigi, dove sono state esposte raccolte di stampe vintage ottenute tramite stampe in camera oscura con processi sperimentali di viraggio al selenio e alla vaniglia, che conferiscono alle immagini tonalità uniche e una durata superiore nel tempo.
Nel 2016, la mostra “Guy Bourdin: Image Maker” al Jeu de Paume di Parigi ha raccolto oltre 300 fotografie originali, evidenziando il percorso tecnico e stilistico dell’artista. Tra i pezzi esposti, spiccano stampe vintage in formato 30×40 cm e 40×50 cm, ottenute con ingranditori Durst Lambda a luce LED, che garantiscono qualità e uniformità nell’esposizione.
Guy Bourdin ha influenzato profondamente la fotografia contemporanea, soprattutto nell’uso consapevole del colore, della composizione e dell’illuminazione artificiale. Il suo lavoro anticipa molte delle tendenze della fotografia digitale, non solo per l’estetica ma anche per l’approccio metodico e sperimentale nella fase di scatto e sviluppo.

Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma anche come testimonianza storica e culturale. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l’evoluzione tecnica e stilistica della fotografia. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell’immagine. Su storiadellafotografia.com condivido ricerche, approfondimenti e riflessioni, con l’obiettivo di trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.