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Fotogiornalismo Italiano del Dopoguerra: Nascita di un Nuovo Racconto della Realtà

Dall'eredità visiva del fascismo alla stagione dei rotocalchi e dei grandi reporter civili, il fotogiornalismo italiano del dopoguerra ridisegna il rapporto tra immagine e realtà: Patellani, Dondero, Berengo Gardin, Pinna e la nascita di uno sguardo democratico sul paese reale.

La Redazione di Storia della Fotografia 22 min di lettura

Editoriali

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Fotogiornalismo Italiano del Dopoguerra: Nascita di un Nuovo Racconto della Realtà
Photo by Nayani Teixeira on Unsplash

Il secondo dopoguerra rappresenta per la fotografia italiana non un semplice cambio di stagione, ma una frattura profonda, una riconfigurazione quasi totale del rapporto tra immagine, realtà e responsabilità dello sguardo. Quello che avviene tra il 1945 e la metà degli anni Sessanta è tra i capitoli più densi e significativi dell’intera storia della fotografia europea: un intero sistema visivo che si smonta e si rimonta su basi nuove, dove la fotografia cessa di essere strumento di Stato e diventa strumento di conoscenza, di denuncia, di costruzione democratica di un’identità collettiva. Il fotogiornalismo italiano del dopoguerra non è semplicemente la negazione della propaganda fascista: è qualcosa di più complesso, e in alcuni aspetti più contraddittorio, che merita di essere esaminato nella sua specificità storica.

Il Dopoguerra e la Rottura con la Fotografia di Regime

Il 25 luglio 1943 e poi il 25 aprile 1945 non produssero immediatamente una fotografia libera. La macchina iconografica del fascismo si sgretolò, ma i fotografi che avevano lavorato sotto di essa non scomparvero con il regime: continuarono a esercitare la professione, a consegnare immagini alle redazioni, a gestire archivi e agenzie. La discontinuità fu reale, ma non fu totale né immediata. Comprendere questo passaggio richiede di non cedere alla tentazione della rottura netta e dell’anno zero, narrativa comoda ma storicamente imprecisa.

Ciò che mutò, in modo radicale e non reversibile, fu il campo di forze entro il quale le immagini venivano prodotte e consumate. Caduto il sistema di controllo del MinCulPop, esaurita l’autorità dell’Istituto Luce come organo normativo dell’iconografia nazionale, i fotografi si trovarono a operare in uno spazio editoriale improvvisamente aperto, caotico, in ebollizione. Il sistema dei rotocalchi, che già nel primo dopoguerra aveva ripreso vita con sorprendente rapidità, divenne il terreno sul quale si sperimentavano nuove forme di rapporto tra immagine e testo, tra testimonianza visiva e narrazione giornalistica. Questa apertura era anche una sfida: senza un’istituzione centrale che stabilisse cosa fosse degno di essere fotografato e come, i fotografi dovevano costruirsi autonomamente un orizzonte etico ed estetico entro cui operare.

Fotogiornalismo Italiano del Dopoguerra: Nascita di un Nuovo Racconto della Realtà
Photo by Alexey Demidov on Unsplash

La rottura con la fotografia di regime non fu dunque un gesto collettivo consapevole e programmato, ma un processo irregolare che si sviluppò su più piani contemporaneamente. Sul piano professionale, si trattò di ridefinire il ruolo del fotografo non più come operatore al servizio di una narrazione imposta, ma come soggetto intellettuale con una responsabilità propria nei confronti della realtà che documentava. Sul piano estetico, significò abbandonare la retorica della monumentalità, dei corpi perfetti, delle folle compatte, per avvicinarsi a una soggettività più granulare, più attenta ai margini, alle rughe, alle ambivalenze. Sul piano politico, implicò la scelta, per molti fotografi della generazione formata durante la guerra e la Resistenza, di un impegno civile esplicito che la semplice adesione al regime non aveva mai richiesto. Come ha scritto il fotografo e ricercatore Angelo Ferracuti nel suo libro su Mario Dondero (Il Saggiatore, 2022), quella generazione «rifiutava la retorica e la propaganda imposta per decenni dal regime fascista e scopriva la fotografia come indagine della realtà e strumento di democrazia».

Occorre però precisare che questa rottura aveva una dimensione anche di continuità tecnica e professionale che sarebbe sbagliato ignorare. L’agenzia Publifoto, fondata a Milano nel 1937 da Vincenzo Carrese (Castellammare di Stabia, 1910 – Guanzate, 1981), aveva operato durante il fascismo come fornitrice di immagini per la stampa quotidiana e periodica, e sopravvisse alla caduta del regime diventando nel dopoguerra uno dei pilastri del nuovo sistema del fotogiornalismo italiano. Carrese, nella sua doppia esperienza di agente di immagini durante il fascismo e di imprenditore fotografico nel dopoguerra, incarna perfettamente questa continuità strutturale che nessun cambio di regime riesce del tutto ad azzerare. Le reti di distribuzione, le relazioni con le redazioni, le competenze tecniche: tutto questo sopravvisse alla caduta del fascismo e fornì l’infrastruttura materiale sul quale il nuovo fotogiornalismo andò a costruirsi.

Agenzie, Riviste e Nuovi Circuiti Editoriali

Se c’è un elemento che più di ogni altro distingue il panorama mediatico italiano del dopoguerra da quello del Ventennio, è la straordinaria fioritura della stampa illustrata, e in particolare dei rotocalchi. Tra il 1945 e il 1957, periodici come Epoca, Tempo, L’Europeo, Le Ore, Il Mondo e decine di altri titoli minori trasformarono radicalmente il rapporto degli italiani con l’immagine fotografica. Come ha documentato la ricerca pubblicata su Elephant & Castle (Università di Bergamo), questi periodici si affermarono come «prodotti mediali cruciali, in bilico tra innovazione e continuità con il periodo fascista», diventando «laboratorio visivo e narrativo, dove immagini e testi dialogavano per costruire una nuova identità collettiva». La tensione tra continuità e innovazione, che attraversa l’intera stagione della stampa illustrata del dopoguerra, non è una debolezza: è la condizione reale entro cui si costruisce qualsiasi transizione culturale, e il fotogiornalismo italiano la visse con intensità particolare.

Epoca, lanciata nell’ottobre del 1950 dall’editore Mondadori, rappresenta il caso più emblematico di questa stagione. Nata sull’esempio di Life e di Paris Match, con una vocazione esplicitamente internazionale e una cura grafica di alto livello, Epoca divenne rapidamente la palestra di alcuni dei fotografi più importanti del decennio. Mario De Biasi (Belluno, 2 giugno 1923 – Milano, 27 maggio 2013) iniziò la propria carriera da fotoreporter proprio con Epoca nel 1953, continuando a collaborarvi per quasi trent’anni. La rivista seppe costruire un modello di fotoreportage che univa la spettacolarità visiva di matrice americana con una sensibilità per la specificità italiana: non soltanto i grandi eventi internazionali, ma anche i ritratti del paese in trasformazione, i volti della ricostruzione, le contraddizioni di una modernità che avanzava a velocità diseguale tra Nord e Sud, tra città e campagna.

Le dinamiche del mercato editoriale del dopoguerra spinsero rapidamente verso la nascita di agenzie fotografiche autonome e concorrenti. Publifoto, che negli anni Cinquanta vide sorgere intorno a sé concorrenti come l’agenzia «Italia», rispose associandosi con la nascente ANSA in un servizio fotografico congiunto che durò circa due anni, prima che l’ANSA si dotasse di una propria struttura autonoma. Questo quadro di competizione e ridefinizione dei modelli di business riflette una trasformazione profonda del ruolo della fotografia nell’economia dell’informazione: non più monopolio controllato dallo Stato, ma merce circolante in un mercato aperto, con tutto ciò che questo implicava in termini di accelerazione dei tempi, pluralizzazione degli sguardi e, inevitabilmente, delle pressioni commerciali sulla qualità e sull’autonomia editoriale dei fotografi.

Un ruolo fondamentale nella costruzione del nuovo ecosistema del fotogiornalismo italiano fu svolto anche da riviste di settore come Ferrania, Fotografia (fondata a Milano nel 1948 e attiva fino al 1968), Diorama e il veterano Progresso Fotografico, che insieme formavano un circuito critico e tecnico nel quale si discuteva di estetica fotografica, si confrontavano esperienze nazionali e internazionali, si tentava di costruire un’identità per la fotografia italiana al di là della sola dimensione professionale. Questi spazi di riflessione teorica erano indispensabili in un momento in cui la fotografia italiana cercava contemporaneamente di liberarsi dal giogo della propaganda e di affermarsi come pratica culturale autonoma, capace di dialogare da pari con le tradizioni fotografiche francese, americana e tedesca.

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Photo by Jahanzeb Ahsan on Unsplash

Fotografi Chiave e Approccio Civile

La generazione di fotografi che definì l’identità del fotogiornalismo italiano del dopoguerra è, nella sua varietà e nei suoi conflitti interni, una delle più ricche della storia fotografica europea del Novecento. Non si trattava di un movimento omogeneo con un manifesto teorico condiviso: erano uomini e donne formatisi in contesti diversissimi, con biografie spesso segnate dalla guerra, dalla Resistenza, dall’emigrazione, dall’impegno politico, che convergevano su un’urgenza comune: raccontare l’Italia per ciò che era, non per ciò che il potere voleva che sembrasse.

Federico Patellani (Monza, 1911 – Milano, 1977) è convenzionalmente considerato il precursore di questa stagione, il fotografo che prima di chiunque altro in Italia comprese le potenzialità del fotoreportage come forma narrativa autonoma, non riducibile alla singola immagine ma costruita come sequenza, come racconto visivo con una sua struttura temporale e drammaturgica. Già a partire dal 1943, lavorando per Tempo e poi per una serie di testate del dopoguerra, Patellani sviluppò un approccio al reportage che guardava esplicitamente al modello di Life e degli agenzie internazionali, ma lo traduceva in una sensibilità narrativa profondamente italiana: attenta ai dettagli del costume, ai volti dei personaggi comuni, alle contraddizioni di un paese che cercava se stesso dopo vent’anni di dittatura. Il suo archivio, conservato oggi presso il Museo di Fotografia Contemporanea di Milano-Cinisello Balsamo, è uno dei documenti visivi più preziosi per comprendere l’Italia degli anni Quaranta e Cinquanta nella sua complessità quotidiana.

Figura di tutt’altra natura, ma di uguale importanza nella costruzione dell’identità del fotogiornalismo italiano, fu Mario Dondero (Milano, 6 maggio 1928 – Petritoli, 13 dicembre 2015). Partigiano giovanissimo nella Val d’Ossola durante la guerra, Dondero si avvicinò alla fotografia nell’ambiente milanese del dopoguerra, frequentando il Bar Jamaica a Brera, ritrovo straordinario di artisti, scrittori, fotografi e intellettuali che costituì uno dei laboratori culturali più fecondi dell’Italia degli anni Cinquanta. Il suo profilo professionale è difficile da incasellare: collaborò con testate di sinistra come l’Avanti, l’Unità e Le Ore, poi si trasferì a Parigi nel 1954, dove lavorò per Le Monde, France Observateur e L’Express, costruendo una carriera europea che lo portò a essere uno dei rari fotografi italiani con una vera dimensione internazionale già a partire dalla fine degli anni Cinquanta. Il suo sguardo aveva una qualità che i suoi contemporanei descrivevano come «umanità»: non la commozione facile del sentimentalismo, ma una capacità di entrare in relazione autentica con i soggetti fotografati, di restituire la loro dignità senza idealizzarla né mortificarla.

L’ambiente romano produsse figure altrettanto decisive. Franco Pinna (Roma, 1925 – Roma, 1978) costruì la sua opera più significativa nel quadro delle spedizioni etnografiche di Ernesto De Martino (1908–1965) nel Mezzogiorno italiano, in particolare in Lucania tra il 1952 e il 1959. Le fotografie di Pinna che documentano i riti magici e funebri delle comunità rurali del Sud — le prefiche, i rituali del tarantismo, le cerimonie di guarigione — sono tra le immagini più straordinarie prodotte dal fotogiornalismo italiano del dopoguerra, e la loro straordinarietà dipende esattamente dal fatto che Pinna non era un fotografo di viaggio né un etnologo dilettante: era un professionista che aveva compreso che l’unico modo di fotografare la realtà con cui De Martino lo aveva messo a contatto era di immergersi in essa con rispetto, pazienza e una disposizione all’ascolto che la fotografia di propaganda non aveva mai conosciuto.

Nel fotoamatorismo, l’altra grande corrente di rinnovamento visivo del dopoguerra si sviluppò attraverso circoli e associazioni che con il fotogiornalismo condividevano l’impegno verso la realtà ma non necessariamente la destinazione editoriale. Nino Migliori (Bologna, 1926), membro del circolo fotografico La Gondola di Venezia presieduto da Paolo Monti (1908–1982) e autore della serie Gente dell’Emilia (1956–1958), sviluppò un linguaggio fotografico che teneva insieme l’istanza documentaria e quella formale in modo tutt’altro che elementare: le sue immagini dei lavoratori, delle famiglie, delle strade della pianura padana hanno una qualità pittorica che non contraddice ma anzi approfondisce la loro vocazione testimoniale. Mario Giacomelli (Senigallia, 1925 – 2000), autodidatta marchigiano che iniziò a fotografare da adulto senza nessuna formazione professionale, portò questa tensione tra documento e visione alle sue conseguenze più estreme: i suoi bianchi e neri dai «contrasti duri ed esasperati», come li ha descritti il Macof di Brescia, trasformano i paesaggi agricoli delle Marche e i volti dei vecchi ospizi in qualcosa che non è più soltanto reportage ma non è ancora pura astrazione, un territorio visivo sospeso tra la realtà e la sua trasfigurazione.

Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930 – 2025), iniziato alla fotografia negli anni Cinquanta in modo autonomo, sviluppò nel corso dei decenni seguenti quello che il Ministero della Cultura italiano ha definito «un occhio come mestiere»: un approccio al reportage sociale che univa la precisione tecnica del professionista alla curiosità insaziabile dell’intellettuale, producendo oltre 250 libri fotografici in quasi settant’anni di carriera. La sua serie Venezia (1959), scattata con la Leica per le calli e i canali della città, è già nel 1959 un manifesto implicito del nuovo fotogiornalismo italiano: nessuna retorica, nessuna celebrazione, soltanto la vita quotidiana colta nel suo flusso ordinario, con una grazia compositiva che non si impone mai sulla realtà ma la accompagna.

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Photo by Nayani Teixeira on Unsplash

Il Racconto delle Periferie, del Lavoro e della Ricostruzione

Se esiste un tema che attraversa trasversalmente tutta la fotografia italiana del secondo dopoguerra, al di là delle differenze stilistiche e biografiche tra i singoli autori, è l’attenzione alle classi popolari, al mondo del lavoro manuale, alle periferie urbane e alle campagne del Mezzogiorno. Questa convergenza non fu casuale: rifletteva sia la matrice politica di molti fotografi, formatisi nell’antifascismo e nell’impegno di sinistra, sia una più diffusa sensibilità culturale che attraversava la letteratura, il cinema e le arti visive dell’epoca, e che trovava nella realtà sociale dell’Italia della ricostruzione il suo oggetto privilegiato. Il racconto fotografico delle classi subalterne nell’Italia del dopoguerra è, in larga misura, anche un atto politico: uno sguardo che rivendica la visibilità di coloro che la fotografia ufficiale del regime aveva sistematicamente escluso o ridotto a comparsa del grande spettacolo fascista.

La fotografia industriale e del lavoro operaio occupò una posizione di primo piano in questo repertorio tematico. Le acciaierie, i cantieri, le fabbriche del triangolo industriale nord-occidentale diventarono soggetti fotografici di pieno diritto, non più come monumenti al progresso del regime ma come ambienti vissuti da esseri umani con corpi affaticati, gesti precisi, relazioni sociali complesse. De Biasi, in questo ambito, produsse per Epoca alcuni dei suoi reportage più riusciti: la fabbrica non come scenografia della modernità fascista, ma come luogo di vita e di lavoro nel quale la dignità dell’operaio era leggibile nei dettagli più minuti, nella postura di un uomo alle presse, nel volto coperto di fuliggine di un fonditore.

Le periferie urbane — Milano, Torino, Roma, Napoli — costituirono l’altro grande teatro del fotogiornalismo civile italiano. Autori come Caio Mario Garrubba (1923–2020) e i fotografi del collettivo romano Realfoto — una cooperativa nata a Roma nei primi anni Cinquanta che riuniva giovani fotografi con un forte impegno politico — si specializzarono nel racconto dei quartieri periferici, delle baraccopoli, degli immigrati dal Sud che si ammassavano nelle cinture industriali delle grandi città del Nord. Questi reportage circolavano sulle riviste di sinistra e su pubblicazioni specializzate, ma raramente trovavano spazio sui grandi rotocalchi commerciali, che avevano altre priorità editoriali e altri pubblici da compiacere. La tensione tra il desiderio di una fotografia socialmente impegnata e le logiche del mercato editoriale è uno dei conflitti strutturali di questa stagione, e definisce molte delle scelte biografiche e professionali dei fotografi dell’epoca.

Il Meridione d’Italia rappresentò la frontiera più sfidante e più feconda di questo progetto di racconto fotografico del paese reale. Non era una scoperta del tutto nuova: già negli anni Trenta alcuni fotografi avevano documentato le condizioni di miseria del Sud, ma lo avevano fatto all’interno di un sistema editoriale che quelle immagini non avrebbe mai pubblicato. Dopo il 1945, con la possibilità di una stampa libera, il Sud divenne oggetto di una vera e propria spedizione fotografica collettiva. Il lavoro di Franco Pinna con De Martino in Lucania, già ricordato, è il caso più noto, ma non è isolato. Le fotografie di Enzo Sellerio (1924–2012) sulla Sicilia, scattate tra gli anni Cinquanta e Sessanta, documentano con ironia e affetto le scene di strada di Palermo e dei paesi siciliani, cogliendo gesti, espressioni, situazioni di una quotidianità che aveva tutto il carattere di una civiltà altro a quella dell’Italia industriale del miracolo economico.

Il Rapporto con il Cinema e il Neorealismo

La relazione tra fotografia neorealista italiana e cinema neorealista è uno dei nodi critici più discussi nella storiografia fotografica italiana, e anche uno dei più scivolosi. L’etichetta «neorealismo» applicata alla fotografia italiana del dopoguerra ha una storia complicata: nasce da un’analogia con il movimento cinematografico, ma rischia di proiettare sulla fotografia categorie nate per un’altra pratica, con conseguenze interpretative non sempre felici. Vale dunque la pena precisare cosa effettivamente le due pratiche condividessero e dove invece divergessero in modo significativo.

Il cinema neorealista — da Roberto Rossellini (1906–1977) a Vittorio De Sica (1901–1974), da Luchino Visconti (1906–1976) a Giuseppe De Santis (1917–1997) — si caratterizzava per la scelta di girare in esterni anziché in studio, di usare attori non professionisti accanto a quelli professionali, di raccontare storie tratte dalla vita delle classi popolari con una sobrietà stilistica che rifiutava l’ornamentazione retorica del cinema di regime. Questi elementi avevano una corrispondenza abbastanza diretta nella fotografia del dopoguerra: l’esterno come luogo privilegiato dello scatto, il soggetto anonimo come protagonista, la rinuncia alle composizioni troppo elaborate a favore di un’immediatezza che simulava la sorpresa del reale. La scelta del bianco e nero da parte della quasi totalità dei fotografi di questa stagione non era soltanto tecnica: era anche una dichiarazione estetica che connetteva la fotografia alla tradizione cinematografica neorealista e alla sua idea del reale come qualcosa di essenzialmente in contrasto, mai morbido o consolatorio.

Ma la relazione era anche più concreta e biografica. Molti fotografi del dopoguerra lavorarono come fotografi di scena per produzioni neorealiste, assistendo a riprese in esterni nel pieno della stagione aurea del movimento, e questa frequentazione influenzò in modo diretto il loro sguardo. La prossimità fisica con registi come De Sica o con sceneggiatori come Cesare Zavattini (1902–1989) — che teorizzava un cinema del «pedinamento» della realtà, ossia della sua osservazione paziente e discreta — lasciò tracce visibili nell’approccio di molti fotografi al reportage. Zavattini, in particolare, fu una figura di cerniera tra i due ambiti: non solo sceneggiatore di cinema ma anche teorico della fotografia e committente di inchieste fotografiche sul paese reale, a cui contribuirono molti dei fotografi che abbiamo già incontrato.

L’influenza cinematografica si manifestò anche nella struttura narrativa dei reportage fotografici dell’epoca. Patellani fu tra i primi in Italia a concepire il servizio fotografico come sequenza temporale con un suo arco drammaturgico, non come insieme di immagini autonome. Questa concezione narrativa della fotografia, che oggi appare ovvia ma che nel contesto italiano del 1945 era tutt’altro che scontata, veniva direttamente dalla lezione del cinema e dalla conoscenza della fotografia americana di Life, dove la struttura del photo-essay era già codificata come forma espressiva autonoma. Il fotoreportage come racconto visivo — con un’apertura, uno sviluppo, un climax e una chiusura — è una delle eredità più durature dell’incrocio tra fotografia e cinema neorealista nell’Italia del dopoguerra.

Esisteva però anche una divergenza fondamentale, che la critica ha talvolta sottovalutato. Il cinema neorealista, per quanto impegnato nel racconto del reale, era sempre una costruzione narrativa con attori, sceneggiatura, montaggio: la sua relazione con la realtà era mediata, controllata, intenzionale. La fotografia di reportage si muoveva invece nell’imprevedibile, nell’attimo irripetibile, in quello che Henri Cartier-Bresson (1908–2004) aveva teorizzato come il «momento decisivo». La fortuna in Italia del pensiero cartierbessoniano — il cui volume Images à la sauvette (Verve, 1952) fu letto e discusso avidamente nel milieu fotografico italiano degli anni Cinquanta — segnò una distanza teorica rispetto al neorealismo cinematografico: la fotografia non costruiva la realtà, la intercettava. Non la raccontava, la catturava. Questa differenza di metodo produceva un diverso rapporto etico con il soggetto fotografato: non un personaggio che recita, ma una persona sorpresa nel flusso della propria esistenza.

Limiti, Committenze e Sviluppo del Linguaggio

Una valutazione critica del fotogiornalismo italiano del dopoguerra non può ignorare i suoi limiti strutturali, le sue contraddizioni interne, i confini entro cui la sua libertà si esercitava concretamente. Sarebbe una idealizzazione ingiustificata presentare questa stagione come un’età dell’oro della fotografia libera e impegnata, senza interrogarsi su chi committeva i servizi, per quali pubblicazioni erano destinati, a quale pubblico si rivolgevano, e con quale grado effettivo di autonomia i fotografi potevano operare.

Il rapporto con la committenza editoriale era, per la grande maggioranza dei fotografi dell’epoca, la condizione materiale che determinava non solo cosa fotografare, ma come farlo. I grandi rotocalchi come Epoca o L’Europeo avevano logiche commerciali che non sempre si armonizzavano con gli interessi documentari dei fotografi: volevano immagini capaci di attrarre lettori, di vendere pubblicità, di competere con i prodotti stranieri. La celebrazione del «miracolo economico» italiano — la Fiat 600, la televisione, i nuovi consumi, il boom dell’edilizia — era un soggetto commercialmente sicuro, molto più dei reportage sulle baraccopoli di Roma o sulle condizioni dei braccianti siciliani. Come ha notato il Macof di Brescia nella presentazione della sua collezione permanente, il panorama del fotogiornalismo italiano «evidenzia il passaggio dagli stilemi e dalle sensibilità “neorealiste” degli anni cinquanta a forme narrative nuove legate alla modernizzazione della società italiana», un passaggio che non era soltanto un’evoluzione estetica ma anche una risposta alle pressioni del mercato.

I fotografi che operavano per le testate di sinistra — l’Unità, Vie Nuove, Noi Donne — godevano in teoria di una libertà tematica maggiore, nel senso che potevano dedicarsi ai soggetti politicamente impegnativi senza dover mediare con un editore preoccupato degli inserzionisti. Ma anche questa libertà aveva i suoi vincoli: la subordinazione a una linea politica di partito, la necessità di produrre immagini funzionali agli obiettivi propagandistici del PCI o del PSI, la tendenza a costruire una contronarrazione della realtà italiana che rischiava di essere, in senso opposto, altrettanto schematica di quella fascista. Dondero, che pure collaborò a lungo con testate di area comunista, fu uno dei pochi fotografi della sua generazione a mantenere una distanza critica da qualsiasi affiliazione partitica: «Non sono mai stato un fotografo di partito», aveva dichiarato, «sono stato un fotografo di persone». Questa distinzione, semplice nell’enunciazione, era difficilissima da praticare nel contesto politicamente polarizzato dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta.

Un altro limite strutturale riguardava la rappresentazione femminile. La fotografia neorealista italiana del dopoguerra, pur essendo molto più attenta alla realtà sociale delle classi popolari rispetto alla propaganda fascista, riproduceva spesso i medesimi stereotipi di genere che quella propaganda aveva codificato: la donna come madre, come presenza domestica, come spettatrice delle trasformazioni del paese piuttosto che come soggetto attivo. Le eccezioni esistevano — alcune fotografe come Lisetta Carmi (Genova, 1924 – Cisternino, 2022) avrebbero sviluppato negli anni Sessanta e Settanta un approccio radicalmente diverso — ma restavano appunto eccezioni. La cecità di genere del fotogiornalismo italiano del dopoguerra è uno dei suoi limiti più evidenti alla lettura storica odierna, e sarebbe sbagliato minimizzarla in nome dell’entusiasmo per i meriti innegabili di quella stagione.

Lo sviluppo del linguaggio fotografico nel corso degli anni Cinquanta seguì tuttavia traiettorie di grande interesse critico. Il dialogo con la fotografia umanista francese — Henri Cartier-Bresson, Robert Doisneau (1912–1994), Willy Ronis (1910–2009) — fu uno degli apporti teorici più fecondi per il fotogiornalismo italiano, offrendo un modello di pratica del reportage che coniugava l’impegno civile con la cura formale, il documento con la poesia. La ricezione italiana di questo modello non fu passiva: autori come Dondero, Berengo Gardin o Migliori se ne appropriarono in modo critico, traducendolo nella specificità della realtà italiana e costruendo un linguaggio che era riconoscibilmente debitore della tradizione francese ma non riducibile ad essa.

La fondazione, a Bologna, del Circolo Fotografico La Gondola a Venezia e dell’Unione Fotografica a Milano, diretta da Pietro Donzelli (1915–1998), contribuirono a creare spazi di riflessione collettiva sul linguaggio fotografico che non avevano equivalenti nell’Italia fascista. Erano luoghi di discussione teorica, di confronto tra pratiche diverse, di formazione di una coscienza fotografica che andava oltre la semplice professionalità. In questi circoli si discuteva di Cartier-Bresson e di Edward Weston (1886–1958), di Walker Evans (1903–1975) e di August Sander (1876–1964), costruendo una cultura fotografica di respiro internazionale che avrebbe portato i suoi frutti nei decenni successivi.

Alla fine del decennio, il fotogiornalismo italiano del dopoguerra aveva costruito un corpus di immagini e un insieme di posture professionali che costituivano una risposta genuina, ancorché non priva di contraddizioni, all’eredità visiva del fascismo. Non era una risposta unitaria né definitiva: erano molte risposte diverse, a volte in conflitto tra loro, che riflettevano la pluralità politica, culturale e geografica di un paese che stava cercando, con fatica e con energia straordinaria, di reinventare se stesso. La fotografia era uno degli strumenti di questa reinvenzione, e il fatto che i fotografi dell’epoca abbiano saputo usarlo con tanta varietà di approcci e tanta qualità estetica rimane uno degli episodi più affascinanti della storia visiva italiana del Novecento.

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