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Gianni Berengo Gardin

Biografia di Gianni Berengo Gardin (1930-2025), maestro del reportage italiano in bianco e nero: Il Mondo, Venise des saisons, Morire di classe, il lavoro industriale, i cantieri di Renzo Piano e le grandi navi di Venezia.

La Redazione di Storia della Fotografia 19 min di lettura

I Maestri della Fotografia

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gianni berengo gardin
Di Alessio Jacona from Rome, Italy - Gianni Berengo Gardin, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=141711336

Gianni Berengo Gardin, nato il 10 ottobre 1930 a Santa Margherita Ligure, in Liguria, e morto a Genova a 94 anni (la notizia fu diffusa il 7 agosto 2025, mentre alcune fonti indicano il 6 agosto), è stato una delle figure più influenti e rispettate della fotografia italiana e internazionale. Figlio di un padre veneziano e di una madre svizzera che dirigeva un albergo a Santa Margherita, crebbe in un ambiente in cui il dialogo tra arte e vita quotidiana era una presenza costante e dove il mare, Venezia e i viaggi segnarono presto la sua educazione visiva. Nel corso di settant’anni di attività attraversò decenni di evoluzione culturale e tecnologica e contribuì in modo decisivo a un linguaggio fotografico che coniuga tecnica ed espressività.

Si definiva un documentarista più che un artista. Raccontare, diceva, gli interessava più che interpretare. Quella scelta di campo, lontana dai virtuosismi e vicina alle persone, spiega il posto che occupa nella storia del reportage italiano.

In Sintesi

  • Gianni Berengo Gardin nacque a Santa Margherita Ligure il 10 ottobre 1930 e morì a Genova a 94 anni; la notizia fu diffusa il 7 agosto 2025.
  • Autodidatta, cominciò a fotografare nei primi anni Cinquanta, pubblicò su Il Mondo di Mario Pannunzio dal 1954 e divenne professionista nel 1962.
  • Lavorò quasi esclusivamente in bianco e nero, su pellicola e con fotocamere Leica, privilegiando i volti e la vita quotidiana.
  • Tra i libri più noti figurano Venise des saisons (1965), Morire di classe (1969, con Carla Cerati) e Dentro le case e Dentro il lavoro (1977-1978).
  • Documentò per decenni l’industria italiana, i cantieri di Renzo Piano e, dal 2013, il passaggio delle grandi navi a Venezia.
  • Pubblicò oltre 250 libri fotografici, tenne più di 300 mostre personali e ricevette premi come il Leica Oskar Barnack Award, il Lucie Award alla carriera e il Leica Hall of Fame.

Indice dei Contenuti

Origini e formazione

Berengo Gardin nacque a Santa Margherita Ligure da Alberto, veneziano, e Carmen, svizzera, che dirigeva l’Hotel Imperiale della cittadina. Il contesto familiare offrì le prime ispirazioni: l’incontro tra tradizione e innovazione, tra l’amore per il paesaggio italiano e la curiosità per le trasformazioni sociali avrebbe plasmato la sua visione. Le fonti ricordano tappe in Svizzera, a Roma, a Parigi e soprattutto a Venezia, dove studiò e visse a lungo, abitando al Lido e raggiungendo ogni giorno il lavoro in vaporetto. Da giovane, raccontò, voleva fare il falegname, e per un breve periodo lavorò come bagnino in un locale svizzero senza saper nuotare.

La sua formazione fu quella di un autodidatta. Imparò da solo, guardando i grandi maestri, sfogliando riviste come Life e osservando il lavoro dell’agenzia Magnum. A Parigi, in un soggiorno di circa due anni, conobbe fotografi come Robert Doisneau e Daniel Masclet e il filosofo Jean-Paul Sartre. I suoi riferimenti furono Henri Cartier-Bresson, Willy Ronis, Édouard Boubat e Robert Doisneau, ai quali si aggiungono W. Eugene Smith e il circolo veneziano La Gondola, di cui fu membro.

L’apprendimento iniziale non si limitò alle regole elementari. Berengo Gardin approfondì le tecniche di compensazione della luce, l’uso della profondità di campo e la gestione delle omogeneità tonali. Già da giovane mostrò un’attenzione particolare per le sfumature e per il modo in cui la luce naturale poteva essere modulata per raccontare storie quotidiane, portando alla luce dettagli e contrasti che il pubblico spesso trascura.

Il clima storico in cui si sviluppò la sua giovinezza fu segnato da profondi mutamenti sociali e culturali. La ricostruzione post-bellica e il boom economico trasformarono l’Italia, e il racconto visivo divenne un modo per interpretare una società in rapido cambiamento. Berengo Gardin si inserì in quel contesto con una prospettiva originale, in cui il rigore della precisione tecnica si univa a una narrazione ricca di emozione e umanità.

Il Mondo, Venezia e la scelta della professione

Cominciò a fotografare come amatore nei primi anni Cinquanta e nel 1954 vide pubblicate le sue prime immagini su Il Mondo, il settimanale diretto da Mario Pannunzio, per il quale lavorò fino al 1965. Secondo una ricostruzione, i primi contatti con la stampa passarono per Leo Longanesi e per Il Borghese. Le fotografie di Berengo Gardin occuparono una parte consistente dello spazio illustrato del settimanale: si ricorda che più di un terzo delle immagini pubblicate dalla rivista portava la sua firma.

All’inizio degli anni Sessanta una parente americana lo mise in contatto con Cornell Capa, che gli procurò libri di fotografia. Berengo Gardin chiese anche consiglio a Romeo Martinez, direttore della rivista Camera, sull’opportunità di diventare professionista. Nel 1962 iniziò la carriera di fotoreporter e si trasferì a Milano, dove visse a lungo; la data del trasloco oscilla tra il 1962 e il 1964 a seconda delle fonti. A Milano aprì uno studio per lavori commerciali e di moda, mentre continuava a perseguire il reportage.

Il Mondo non fu l’unica testata. Le sue fotografie comparvero su Domus, Epoca, L’Espresso, Le Figaro, Time, Stern, Vogue Italia, Réalités e La Repubblica. Un’immagine del 1960 gli diede una fama duratura: il Vaporetto, Venezia, realizzato con un solo scatto sfruttando il riflesso nelle porte a specchio di un battello. Il fotografo la scattò mentre si recava al lavoro, e fu inclusa nel libro Venise des saisons (1965). Henri Cartier-Bresson lo scelse tra gli ottanta fotografi della mostra «Les choix d’Henri Cartier-Bresson», nel 2003.

Carriera artistica e sviluppo tecnico

La carriera artistica di Berengo Gardin si configura come un lungo percorso di sperimentazione tecnica e di dedizione alla documentazione della realtà. Fin dai primi anni il fotografo utilizzò al massimo le potenzialità degli strumenti dell’epoca. L’esperienza giornalistica lo spinse a sviluppare un metodo personale, basato sullo studio della luce, del contrasto e della composizione, evoluto in decenni di intensa attività.

Lavorò quasi esclusivamente in bianco e nero, su pellicola, e utilizzò fotocamere Leica fin dall’inizio della carriera, con le serie M come strumento di riferimento. Si avvicinò alla tecnica del negativo con la stessa passione che lo caratterizzava già negli anni precedenti, e impiegò le pellicole in bianco e nero per catturare la complessità delle scene quotidiane con una resa tonale impeccabile. La sua ricerca puntava alla massima definizione e alla nitidezza, con una padronanza quasi scientifica dei parametri di esposizione, apertura e messa a fuoco.

Approfondì le tecniche della fotografia analogica, che richiedevano un approccio quasi artigianale nella gestione dei tempi di esposizione e nella regolazione delle aperture. La padronanza della camera oscura gli permise di sperimentare con diverse tecniche di sviluppo e di trasformare ogni scatto in una testimonianza di elevata qualità. Quando in seguito il lavoro di archivio e di stampa si confrontò con il digitale, anche la gestione tonale e il bilanciamento del bianco entrarono nel suo orizzonte di riferimento, senza però cambiare il suo attaccamento alla pellicola.

Negli anni Cinquanta e Sessanta la fotografia viveva una rivoluzione grazie all’introduzione di nuovi materiali e processi di stampa. Le pellicole più sensibili e le apparecchiature più sofisticate gli permisero di affinare la capacità di cogliere l’istante decisivo. Le fotocamere di piccole dimensioni e dalla struttura ergonomica diventarono strumenti indispensabili, e la scelta dell’obiettivo, mai casuale, rispondeva a un’analisi attenta delle caratteristiche ottiche e della capacità di riprodurre fedelmente la scena, per valorizzare l’atmosfera e il contenuto narrativo.

L’adozione di tecniche come il contrasto elevato e l’uso dei filtri accentuava le sfumature e i momenti più significativi della scena. La scelta dei tempi di esposizione garantiva la cattura del movimento e della luce, in immagini in cui il tempo sembra fermarsi. La cura per la composizione fotografica e l’attenzione ai dettagli portarono a uno stile personale e riconoscibile, nel quale l’analisi dei fenomeni ottici si lega a una sensibilità artistica capace di catturare l’essenza della vita quotidiana. Il suo approccio fu sempre un dialogo con i maestri e con le innovazioni del settore, senza chiusure verso scuole di pensiero diverse.

Il passaggio dall’analogico alle tecnologie più recenti si presentò come una naturale evoluzione del suo linguaggio visivo. Nell’era digitale la sfida riguardò soprattutto la gestione dell’archivio: i software di post-produzione e le tecniche di digitalizzazione consentirono di migliorare ulteriormente la resa delle stampe e la fedeltà dei dettagli, mentre i principi che avevano guidato la sua carriera restarono intatti. Per una generazione di fotografi divenne un punto di riferimento nel conciliare il rispetto per la tradizione con l’impulso verso il nuovo.

La sua capacità di fondere la tecnica con la narrazione visiva si tradusse in lavori che hanno documentato il volto dell’Italia e le sue trasformazioni sociali e culturali. Il contributo di Berengo Gardin va dall’ambito documentaristico alla sperimentazione, dove il linguaggio visivo diventa strumento per interpretare e commentare la realtà. Ogni scatto è il risultato di un processo deliberato, in cui l’attenzione ai dettagli e la conoscenza dei processi fotografici si fondono per andare oltre la mera rappresentazione.

I grandi temi: manicomi, lavoro, margini

Il primo libro che ne fissò la fama fu Venise des saisons (1965), con testi di Giorgio Bassani e Mario Soldati, la prima raccolta dedicata a Venezia. Il volume mostrò una città lontana dalle cartoline, osservata nelle stagioni e nelle abitudini di chi la abita. Berengo Gardin vi mise a frutto gli anni al Lido e i viaggi quotidiani in vaporetto.

Nel 1969 uscì Morire di classe (Einaudi), realizzato con Carla Cerati, con testi scelti da Franco Basaglia. Il libro documentava la condizione dei manicomi italiani ed è considerato il suo volume più celebre. La critica gli riconosce un ruolo nella formazione della sensibilità pubblica che portò alla legge Basaglia. Negli anni successivi tornò sul tema, e nel 2022 il film Nei giardini della mente ha raccontato la sua esperienza negli ospedali psichiatrici.

Dopo Un paese vent’anni dopo (1973), realizzato con Cesare Zavattini a Luzzara come seguito di Un paese (1955) di Paul Strand, vennero Dentro le case (1977) e Dentro il lavoro (1978), pubblicati da Electa con Luciano D’Alessandro. Nel 1981 uscì India dei villaggi. Il filo conduttore è l’indagine sociale: case, fabbriche, comunità, minoranze.

All’inizio degli anni Novanta Berengo Gardin visse tra le comunità rom, un lavoro da cui nacquero La disperata allegria, sulle famiglie rom di Firenze, e Zingari a Palermo (1994 e 1997). Il reportage gli valse il Leica Oskar Barnack Award, assegnato nel 1994 o nel 1995 a seconda delle fonti.

Berengo Gardin rivendicava questa impostazione. Si descriveva come un documentarista e ripeteva di voler raccontare senza interpretare, perché il suo lavoro, spiegava, aveva una funzione sociale e civile prima che artistica. Prediligeva i volti e la vita di tutti i giorni alle immagini costruite, e la scelta del bianco e nero rispondeva a questa idea di essenzialità.

Alla rappresentazione delle minoranze e dei soggetti marginali si affiancò il racconto del mondo industriale. Berengo Gardin lavorò per Olivetti, Alfa Romeo, Fiat, Italsider (poi Ilva), concentrandosi sulla vita degli operai. Il suo sguardo, sempre critico, accompagnato da un approccio quasi analitico agli strumenti, produsse immagini diventate simboli di una narrazione autentica e priva di artifici estetici, dall’architettura industriale ai paesaggi rurali, dalla vita nelle città ai soggetti marginali.

Venezia, le grandi navi e l’impegno civile

Dal 1966 al 1983 Berengo Gardin collaborò con il Touring Club Italiano, per cui realizzò una serie di volumi sull’Italia e su altri paesi europei: Toscana, Francia, Gran Bretagna, Roma. Collaborò anche con De Agostini. Dal 1979 al 2012, per trentatré anni, documentò i cantieri e i progetti di Renzo Piano, un lavoro raccolto in Foto Piano. Fu amico dell’architetto Carlo Scarpa, di cui fotografò opere come la tomba Brion.

Nel 2013 il quotidiano La Repubblica gli affidò un servizio sulle grandi navi da crociera che attraversano la laguna di Venezia, un reportage di denuncia mostrato nel 2014 con il titolo Mostri a Venezia a Villa Necchi Campiglio, a Milano, con il sostegno del Fondo Ambientale Italiano, e poi a Venezia nel negozio Olivetti con il titolo Venezia e le grandi navi. Berengo Gardin partecipò inoltre a un’iniziativa di cittadini veneziani che chiedeva di ridurre il turismo crocieristico.

Questa parte del suo lavoro mostra una continuità: dal Lido degli anni Cinquanta alle navi del Duemila, Venezia è la città a cui tornò più volte, osservandola con l’occhio di chi la vive e ne conosce la fragilità. La sua fotografia non rinunciò mai alla funzione civile, ereditata dalla tradizione del reportage e dalle riviste per cui lavorò.

Opere principali

Le opere di Gianni Berengo Gardin occupano un posto di rilievo nella storia della fotografia italiana e mondiale, e rappresentano testimonianze visive di un’Italia in trasformazione e di un’epoca in cui il racconto documentaristico aveva un ruolo fondamentale nella comprensione della realtà sociale e culturale. La produzione si caratterizza per l’approccio tecnico e la meticolosità con cui ogni immagine è concepita, insieme alla sensibilità di chi sa cogliere l’istante più significativo. Il fotografo sceglieva con cura l’angolazione e la profondità della scena per enfatizzare il messaggio che intendeva trasmettere, e la sua marcata preferenza per il bianco e nero evidenzia le contrapposizioni tra luce e ombra, tra movimento e staticità.

Venise des saisons (1965)

Il primo libro su Venezia, con testi di Bassani e Soldati. Contiene il celebre Vaporetto del 1960 e rimane un riferimento per la fotografia della città.

Morire di classe (1969)

Il reportage dagli ospedali psichiatrici, realizzato con Carla Cerati per Einaudi, con testi curati da Franco Basaglia. È il libro che più ha inciso sul dibattito pubblico.

Un paese vent’anni dopo (1973)

Il ritorno a Luzzara con Cesare Zavattini, a vent’anni dal volume del 1955 realizzato con Paul Strand. Un confronto tra il tempo e un luogo.

Dentro le case (1977) e Dentro il lavoro (1978)

Due libri realizzati con Luciano D’Alessandro per Electa. Raccontano gli interni domestici e i luoghi di lavoro dell’Italia del dopoguerra. Il fotografo ricerca la veridicità espressiva e documenta con rigore le trasformazioni di un paese in evoluzione.

India dei villaggi (1981)

Un reportage sulle comunità rurali indiane, nella tradizione del racconto di viaggio che Berengo Gardin coltivò anche con i volumi del Touring Club.

La disperata allegria e Zingari a Palermo (1994-1997)

I reportage sulle comunità rom in Italia, che gli valsero il Leica Oskar Barnack Award. Mostrano una comunità senza compiacimento.

Foto Piano (1979-2012)

Trentatré anni di fotografie dei cantieri di Renzo Piano, un lungo racconto del lavoro, dell’architettura e dei suoi protagonisti.

Il racconto del riso (2013)

Un’indagine sul lavoro nelle risaie, che gli valse il Premio Marco Bastianelli 2014.

Mostri a Venezia e Venezia e le grandi navi (2014-2016)

Il reportage sulle navi da crociera in laguna, esposto a Milano e a Venezia. È l’ultimo grande intervento civile della sua carriera.

In festa e Parole povere (2017-2021)

In festa. Viaggio nella cultura popolare (2017) riunisce fotografie del 1957 al 2009 sulle feste popolari italiane. Parole povere (2021), con Susanna Berengo Gardin, è una raccolta autobiografica.

Altri volumi ricordati dalle fonti sono Reportage in Sardegna 1969-2006, Reportrait (2009), le raccolte dedicate a Giorgio Morandi, Scanno, Roma e In treno attraverso l’Italia, con Ferdinando Scianna e Roberto Koch. Tra gli altri lavori si distinguono immagini simbolo come la fotografia, scattata nel 1968 durante le proteste alla Biennale di Venezia, di un poliziotto che alza il manganello: il fotografo ricordava che l’agente gli aveva rotto un pollice. Le sue fotografie sono diventate documenti storici, finestre aperte sul tempo, capaci di rivelare le dinamiche sociali e ambientali di un’epoca.

Riconoscimenti e mostre

Il percorso di Berengo Gardin è costellato di riconoscimenti. Ricevette un premio al World Press Photo nel 1963, il Premio Scanno nel 1981, il Prix Brassaï a Parigi nel 1990 e il Leica Oskar Barnack Award nel 1995. Nel 1972 la rivista Modern Photography lo inserì tra i trentadue migliori fotografi del mondo. Seguirono il Premio Werner Bischof nel 2007, il Lucie Award alla carriera a New York nel 2008, la laurea honoris causa in storia e critica dell’arte dell’Università degli Studi di Milano nel 2009 e l’Ambrogino d’oro del Comune di Milano nel 2012. Nel 2015 il Consiglio nazionale degli architetti gli conferì il titolo di architetto honoris causa. Nel 2017 entrò nella Leica Hall of Fame.

Le mostre personali furono più di trecento, secondo le fonti più recenti più di trecentosessanta, in Italia e all’estero. Tra le tappe principali si ricordano la Architectural Association di Londra nel 1961, il Musée de l’Élysée di Losanna nel 1991, la Leica Gallery di New York nel 1999, la Maison Européenne de la Photographie di Parigi nel 2005 e Les Rencontres d’Arles nel 1987. Nel 1994 le sue fotografie furono incluse nella mostra «The Italian Metamorphosis, 1943-1968» al Guggenheim di New York. Nel 2013 fu invitato alla mostra di Leica a Wetzlar sui cento anni della fotografia Leica. Nel 2016 il Palazzo delle Esposizioni di Roma gli dedicò «Vera fotografia», con oltre duecentocinquanta immagini. Nel 2017 «In festa» a Pistoia mostrò sessanta fotografie realizzate tra il 1957 e il 2009, e le sue immagini furono presenti anche a Expo Milano 2015. Nell’estate 2025 la Galleria Nazionale dell’Umbria ha ospitato la mostra sulle fotografie dello studio di Giorgio Morandi, a cura di Alessandra Mauro.

Archivio ed eredità

Il suo archivio comprende, secondo le stime, da oltre un milione e mezzo fino a circa due milioni di negativi, ed è gestito dalla Fondazione Forma per la Fotografia di Milano. Dagli anni Novanta fu rappresentato dall’agenzia Contrasto. Nel corso della vita pubblicò più di duecentocinquanta libri fotografici (le fonti più recenti parlano di oltre duecentosessanta). Le sue opere sono presenti, tra l’altro, nelle collezioni del MoMA di New York, del MAXXI di Roma, della Bibliothèque nationale de France, della Maison Européenne de la Photographie, del Musée de l’Élysée e del Museo Reina Sofía.

Le sue immagini restano un modello di eccellenza tecnica e di dedizione alla fotografia. Per la storia della fotografia italiana Berengo Gardin è una figura imprescindibile, nella quale innovazione e tradizione trovano un equilibrio. La sua esperienza, maturata in un’epoca in cui ogni immagine richiedeva un lavoro meticoloso, è ancora un riferimento per fotografi e storici dell’arte visiva. Giovanna Calvenzi ne ha descritto il lavoro come una fotografia limpidamente essenziale, dagli intenti di sobria onestà.

Il rapporto con artisti e architetti attraversa tutta la sua opera. Oltre a Piano e a Scarpa, fotografò lo studio di Giorgio Morandi e pubblicò raccolte sui ritratti del pittore (2009). Un altro episodio riguarda l’artista Maria Lai: un cugino del fotografo, Piero, documentò a Ulassai, l’8 settembre 1981, l’operazione «Legarsi alla montagna», e nel 2008 il Museo Stazione dell’arte di Ulassai ha acquisito quelle immagini.

I reportage nelle aree urbane e rurali dell’Italia documentano con rigore le trasformazioni di un paese, e le scene di vita quotidiana diventano testimonianze storiche. La sua opera racconta un’Italia che cambia senza cedere alla retorica, e dimostra come la fotografia di documentazione possa essere anche un esercizio di rispetto verso le persone ritratte.

Libri e riferimenti

Per chi vuole approfondire, il punto di partenza è Gianni Berengo Gardin Fotografo, l’antologia del 1990, e la monografia pubblicata da Contrasto nel 2005 in occasione della retrospettiva alla Maison Européenne de la Photographie. Tra i volumi tematici si segnalano Morire di classe per il lavoro sui manicomi, Dentro le case e Dentro il lavoro per l’indagine sociale, Il gioco delle perle di Venezia (2016), realizzato con Marco D’Anna e Hugo Pratt, e Architetture di pietra (2017), dedicato alla Sardegna nuragica. L’autobiografia Parole povere restituisce la voce del fotografo, mentre le interviste pubblicate in occasione della scomparsa offrono un quadro essenziale della sua carriera.

Domande frequenti

Quando e dove nacque Gianni Berengo Gardin?

Nacque a Santa Margherita Ligure il 10 ottobre 1930. Il padre era veneziano, la madre svizzera, e crebbe e studiò soprattutto a Venezia.

Quando e dove morì?

Morì a Genova a 94 anni. La notizia fu diffusa il 7 agosto 2025, e alcune fonti indicano il 6 agosto come data del decesso.

Quali sono i suoi libri più importanti?

Tra i più noti ci sono Venise des saisons (1965), Morire di classe (1969, con Carla Cerati), Dentro le case (1977) e Dentro il lavoro (1978) con Luciano D’Alessandro, e La disperata allegria (1994) sulle comunità rom.

Con quali fotocamere lavorava?

Usava soprattutto fotocamere Leica, in particolare le serie M, e lavorava quasi sempre in bianco e nero su pellicola.

Che cosa sono Mostri a Venezia e Venezia e le grandi navi?

Sono i due titoli con cui fu esposto il suo reportage sulle grandi navi da crociera nella laguna di Venezia, commissionato nel 2013 da La Repubblica e presentato a Milano nel 2014 e a Venezia negli anni successivi.

Dove si trova il suo archivio?

L’archivio, di oltre un milione e mezzo di negativi, è gestito dalla Fondazione Forma per la Fotografia di Milano. Altre opere sono nelle collezioni di istituzioni come il MoMA e il MAXXI.

Gli altri profili di autori e autrici si trovano nell’indice I grandi fotografi della storia.

Fonti

Aggiornato Ottobre 2026

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