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Un centimetro può cambiare la storia: perché il taglio originale del “Bacio” di Doisneau è perfetto (e gli altri no)

Quando si parla di fotografia iconica, il nome di Robert Doisneau emerge con naturalezza. La sua immagine più celebre, “Le baiser de l’hôtel de ville” (Il bacio davanti all’Hotel de Ville), scattata nel 1950 a Parigi, è ormai patrimonio collettivo. Chiunque conosca minimamente la storia della fotografia l’ha vista riprodotta: in manifesti, libri, riviste, cartoline, persino su tazze e magliette. Ciò che spesso sfugge, però, è che questa fotografia non è soltanto il frutto di un gesto romantico immortalato in un momento irripetibile. È soprattutto il risultato di un rigore compositivo, di una scelta millimetrica di taglio e inquadratura che determinano l’equilibrio dell’immagine.

Un singolo centimetro, un margine apparentemente insignificante, può cambiare radicalmente la lettura di una fotografia. Ed è qui che si misura la grandezza di Doisneau: nella capacità di dominare lo spazio visivo con un controllo chirurgico. I ritagli successivi, le versioni alternative pubblicate o circolate negli anni, mostrano con chiarezza quanto quell’assetto originario fosse calibrato con una precisione quasi musicale. Ogni variazione, ogni allargamento o restringimento della cornice, rompe quell’armonia e porta la fotografia in un territorio meno incisivo.

Il mito del “Bacio” non vive soltanto nel gesto affettuoso dei due giovani. Vive nel rapporto esatto tra soggetto e sfondo, nella densità della folla che scorre dietro, nella prospettiva architettonica che sostiene la scena. Vive nel fatto che Doisneau sapeva esattamente dove posizionare il rettangolo del fotogramma. Quel centimetro di troppo o di meno – in alto, in basso, a destra o a sinistra – può far collassare la tensione, trasformando un capolavoro in una foto piacevole ma non immortale.

Per comprendere davvero questa dinamica occorre analizzare non solo la fotografia in sé, ma anche il contesto tecnico e storico in cui è stata realizzata. Doisneau non scattava con una reflex digitale da decine di megapixel, pronta a essere croppata a piacimento in postproduzione. Scattava con un apparecchio analogico, con una pellicola di formato fisso, sapendo che ogni scelta in fase di inquadratura sarebbe stata definitiva.

Ed è proprio in questo senso che la perfezione del taglio originale assume un significato quasi etico, oltre che estetico: Doisneau non si affida al caso, non lascia margini al compromesso. Lui costruisce l’immagine con la stessa disciplina con cui un architetto decide le proporzioni di una facciata. Non c’è romanticismo che possa reggere senza questa ossatura invisibile, ed è per questo che il “Bacio” rimane una delle fotografie più studiate al mondo.

L’importanza del bordo: quando la geometria diventa linguaggio

Il bordo della fotografia è una frontiera silenziosa. Spesso lo si sottovaluta, concentrandosi solo sul contenuto centrale, eppure la forza di un’immagine nasce proprio dal dialogo tra ciò che entra e ciò che resta fuori. Doisneau, cresciuto come disegnatore litografico prima di diventare fotografo, aveva interiorizzato questa lezione. Ogni cornice è un atto di selezione, un “taglio nel mondo” che stabilisce le regole del gioco visivo.

Nel “Bacio”, l’occhio viene guidato verso il centro dalla diagonale della strada e dall’allineamento degli edifici, ma la stabilità dell’immagine dipende in gran parte da ciò che accade ai margini. A sinistra, la figura sfocata del passante crea un contrappunto di movimento. A destra, le auto e i pedoni bilanciano il peso visivo dei due innamorati. In alto, la facciata dell’Hôtel de Ville non invade prepotentemente la scena, ma offre una quinta architettonica che incornicia il gesto. In basso, l’asfalto e il marciapiede forniscono la base su cui si appoggia tutta la composizione.

Togliere un centimetro da uno di questi lati significa alterare l’equilibrio. Un taglio più stretto sui protagonisti elimina il respiro della città, riducendo la scena a un gesto privato e perdendo la dimensione pubblica e collettiva che fa del “Bacio” un manifesto urbano. Al contrario, un’inquadratura più larga introduce troppi elementi, disperdendo l’attenzione e riducendo l’intensità del gesto.

Da un punto di vista tecnico, questa consapevolezza si traduce in un uso rigoroso del formato fotografico. Doisneau scattava con macchine come la Rolleiflex biottica, che produceva negativi quadrati su pellicola 6×6 cm, oppure con apparecchi 35mm come la Leica. La versione più nota del “Bacio” è stata stampata in formato rettangolare, il che significa che l’autore stesso ha operato una selezione all’interno del negativo. È lì che si misura la sua maestria: nel decidere quanto spazio lasciare, quanto stringere, quanto sacrificare.

La differenza tra un grande fotografo e un semplice cronista visivo sta tutta in questa abilità di togliere senza perdere significato. Un bordo troppo invadente o troppo debole modifica il ritmo interno dell’immagine. Nel caso del “Bacio”, Doisneau individua l’esatto punto di tensione, quello in cui la coppia sembra emergere naturalmente dal flusso urbano senza mai isolarsi del tutto.

Le versioni ritagliate, diffuse soprattutto a partire dagli anni Ottanta e Novanta per esigenze editoriali, dimostrano quanto sia fragile questo equilibrio. Alcune riviste hanno tagliato in alto per concentrare l’attenzione sul gesto, altre hanno stretto sui lati per rendere più “intimo” il bacio. In tutti questi casi, però, il risultato è più povero: si perde la relazione tra i soggetti e l’ambiente, si smarrisce il respiro di Parigi, si annulla la tensione tra pubblico e privato. Un centimetro, letteralmente, cambia la storia.

Lo sguardo di Doisneau: un artigiano della composizione

Robert Doisneau non era un improvvisatore. Il mito del fotografo “poeta della strada” rischia spesso di semplificare eccessivamente il suo metodo. In realtà, la sua formazione come disegnatore tecnico lo aveva reso attentissimo alle proporzioni e ai rapporti spaziali. Ogni sua fotografia dimostra una capacità di organizzare le linee di forza che va ben oltre la semplice intuizione.

Nel caso del “Bacio”, ciò che colpisce è la costruzione piramidale dell’immagine. La coppia rappresenta il vertice, mentre la folla e gli edifici si dispongono come basi laterali. Questo schema, utilizzato sin dal Rinascimento nella pittura, garantisce stabilità e solennità. Non è un caso che l’immagine risulti immediatamente leggibile e “classica” anche a chi non ha alcuna formazione artistica: la geometria lavora a livello inconscio.

Doisneau conosceva bene queste regole. Lavorando con ottiche standard da 50mm o 75mm, evitava gli eccessi prospettici e privilegiava un’angolazione che mantenesse proporzioni naturali. La scelta del punto di ripresa, leggermente ribassato rispetto alla coppia, conferisce un senso di monumentalità senza scivolare nella retorica.

La precisione di Doisneau si nota anche nel rapporto tra figure ferme e figure in movimento. Se osserviamo attentamente, vediamo che la coppia è nitida e stabile, mentre il traffico e i passanti sullo sfondo creano una vibrazione dinamica. Questo contrasto non è casuale: deriva da una sapiente gestione dei tempi di scatto e dalla decisione di mantenere il fuoco sulla coppia. Il resto può fluttuare, può essere imperfetto, ma proprio quell’imperfezione rafforza la centralità del gesto.

Tutto questo discorso sarebbe però inutile senza la consapevolezza del taglio finale. Anche la foto meglio scattata può perdere forza se stampata con margini sbagliati. Doisneau dimostra qui la sua qualità di artigiano della stampa, uno che sapeva passare ore in camera oscura per valutare ogni dettaglio. Non basta catturare il momento: bisogna saperlo restituire con la giusta cornice.

Ed è in questa differenza che possiamo distinguere Doisneau da molti suoi imitatori. Tantissimi fotografi hanno provato a replicare la scena di un bacio in strada, spesso con belle immagini, ma quasi mai con lo stesso equilibrio. Il segreto non sta nel soggetto, ma nel rapporto invisibile tra soggetto e spazio. Quel centimetro di aria in più o in meno, quel bordo che sembra neutro e invece è decisivo, è ciò che distingue una cartolina sentimentale da un’icona della fotografia.

Il problema delle riproduzioni: quando l’editoria tradisce l’autore

Con la diffusione del “Bacio” negli anni successivi, la fotografia ha subito numerosi adattamenti. Poster, calendari, libri e riviste hanno spesso manipolato il formato per esigenze grafiche, tagliando parti della scena o allargandole con bordi falsi. In un’epoca in cui la fedeltà al formato originale non era considerata sacra come oggi, questi interventi hanno creato una serie di “versioni spurie” che hanno disorientato lo sguardo del pubblico.

Quando una fotografia viene riprodotta migliaia di volte, il rischio è che l’immagine originale venga dimenticata a favore delle sue copie deformate. Il lettore medio non sa più distinguere il vero scatto dall’adattamento editoriale. È come se un dipinto venisse sistematicamente ristampato con colori alterati: l’opera sopravvive, ma perde autenticità.

Doisneau stesso non poteva controllare ogni utilizzo della sua immagine. Negli anni Cinquanta e Sessanta, la fotografia circolava soprattutto attraverso le agenzie e le riviste, ognuna delle quali aveva le proprie esigenze di impaginazione. Un taglio più stretto facilitava l’inserimento in una colonna, un allargamento permetteva di riempire una pagina orizzontale. Ogni volta, però, l’equilibrio dell’immagine veniva compromesso.

Il problema si è accentuato con l’avvento della riproduzione digitale. Oggi è facile trovare online versioni del “Bacio” con proporzioni stravolte, margini sbagliati o addirittura manipolazioni grossolane. Per molti spettatori, la fotografia esiste in una pluralità di forme, e questo indebolisce la percezione della sua perfezione originaria.

Qui sta l’importanza, per lo storico della fotografia, di insistere sul taglio autentico voluto dall’autore. Non si tratta di una feticizzazione sterile, ma della necessità di rispettare un linguaggio. Doisneau aveva calibrato ogni centimetro con la stessa serietà con cui un musicista scrive una partitura. Modificare quell’equilibrio significa riscrivere la musica.

La materialità del negativo: perché la pellicola non perdona

La fotografia di Doisneau nasce in un contesto tecnico radicalmente diverso da quello a cui siamo abituati oggi. Nel 1950, il fotografo parigino lavorava con macchine a pellicola medio formato o 35mm, strumenti che imponevano scelte immediate e senza ritorno. Il concetto di “croppare in post-produzione” era limitato: certo, si poteva rifilare una stampa in camera oscura, ma il negativo restava quello, e ogni riduzione comportava perdita di qualità.

Il “Bacio” non sarebbe la stessa immagine se fosse stato ritagliato arbitrariamente. Un negativo 6×6 cm della Rolleiflex, ad esempio, offriva una straordinaria ricchezza tonale ma non tollerava tagli eccessivi. Lo stesso valeva per il 35mm della Leica: un piccolo spostamento in fase di scatto decideva la composizione definitiva. Il bordo del negativo era una gabbia e un’opportunità allo stesso tempo.

Qui emerge la differenza rispetto alla fotografia digitale contemporanea. Oggi il fotografo tende a scattare con margine, contando sulla possibilità di riquadrare a posteriori. Questo atteggiamento porta a immagini spesso meno rigorose, in cui il vero atto creativo avviene davanti al computer più che davanti alla scena. Doisneau, invece, doveva “pensare dentro il rettangolo” sin dall’inizio. Ogni decisione era irreversibile: posizione della macchina, distanza dal soggetto, focale, tempo di scatto, rapporto tra pieni e vuoti.

Il taglio originale del “Bacio” va letto anche in questa prospettiva. Doisneau sceglie di non stringere eccessivamente, perché sa che il contesto urbano è essenziale. Ma non allarga nemmeno troppo, perché sa che un eccesso di elementi secondari avrebbe disperso l’attenzione. È la giusta misura, trovata nel momento dello scatto e confermata in fase di stampa, a rendere l’immagine perfetta.

In camera oscura, Doisneau poteva controllare i contrasti, decidere quanto “bruciare” i neri o schiarire i grigi, ma non poteva alterare la struttura della fotografia. Quella era fissata dal negativo. La perfezione del taglio non è dunque un capriccio estetico, ma la conseguenza di un modo di lavorare in cui il margine del fotogramma coincideva con il margine del pensiero.

Gli esperimenti di ritaglio successivi mostrano come la pellicola analogica non fosse generosa con gli errori. Stringendo troppo, l’immagine diventa granulosa, perde sfumature, crolla nella resa tonale. Allargando o lasciando bordi non voluti, si tradisce l’intenzione dell’autore. Oggi, con i file digitali ad altissima risoluzione, ci si dimentica facilmente che un centimetro tolto a un negativo significava sacrificare nitidezza, qualità e profondità.

Il “Bacio” non è solo un’icona romantica, ma anche una lezione tecnica. Dimostra che la composizione deve nascere sul campo, nel momento esatto dello scatto. Lì si gioca tutto: non ci saranno seconde possibilità. E proprio per questo il taglio originale diventa intoccabile, perché non è un’aggiunta successiva ma parte integrante del processo creativo.

La dimensione urbana: il ruolo di Parigi nel fotogramma

Un altro aspetto spesso trascurato riguarda l’importanza dello sfondo. Il “Bacio” non sarebbe la stessa immagine se fosse avvenuto in una strada qualsiasi. È Parigi, con la sua architettura, con il ritmo del traffico e con l’energia dei passanti, a trasformare un gesto privato in un evento collettivo. Doisneau non fotografa semplicemente una coppia: fotografa la città che accoglie e amplifica quella coppia.

Il taglio originale, in questo senso, è fondamentale. Guardando bene, notiamo come gli edifici sullo sfondo non siano semplici comparse. La facciata dell’Hôtel de Ville, pur sfocata, è riconoscibile e conferisce all’immagine una dimensione istituzionale, quasi civica. Non è un bacio rubato in un vicolo oscuro: è un bacio davanti al cuore amministrativo della città.

La scelta del punto di ripresa permette di includere elementi urbani senza farli prevalere. Un’inquadratura più stretta avrebbe eliminato l’Hôtel de Ville, trasformando la foto in una scena sentimentale universale ma senza radici. Un’inquadratura più larga avrebbe incluso dettagli disturbanti: cartelli, veicoli, passanti estranei. Invece, Doisneau sceglie il giusto equilibrio, costruendo un’immagine in cui la città respira senza mai rubare la scena.

Il rapporto tra figure umane e spazio urbano è sempre stato centrale nella poetica di Doisneau. Le sue fotografie sono piene di bambini che giocano tra le macerie, operai che ridono davanti a una fabbrica, amanti che passeggiano lungo la Senna. La città non è mai un semplice sfondo, ma una presenza viva, una sorta di palcoscenico che conferisce senso ai gesti.

Nel “Bacio”, il taglio originale garantisce questo dialogo. I passanti sfocati sono parte integrante della narrazione: rappresentano la vita che scorre, il quotidiano che non si ferma. Senza di loro, la coppia sembrerebbe isolata, quasi teatrale. Con loro, invece, diventa parte di un flusso urbano in cui l’amore si manifesta come parentesi luminosa.

Dal punto di vista tecnico, è importante sottolineare come Doisneau usi la profondità di campo per ottenere questo effetto. Con un diaframma intermedio, riesce a mantenere nitida la coppia e leggermente sfocato lo sfondo. Non è una sfocatura totale: gli elementi restano leggibili, e proprio questa leggibilità controllata è cruciale. Se fossero stati completamente sfumati, non avremmo riconosciuto Parigi. Se fossero stati troppo nitidi, avrebbero distratto. Ancora una volta, la perfezione sta nel mezzo.

Il taglio originale, dunque, non è un semplice fatto estetico. È il modo in cui Doisneau restituisce l’anima della città. È grazie a quella cornice precisa che Parigi entra nella storia insieme ai suoi amanti, diventando coprotagonista del gesto.

Le varianti apocrife: cosa accade quando il centimetro sbaglia

Le numerose versioni alternative del “Bacio” sono la miglior prova del fatto che il taglio originale sia insuperabile. Quando negli anni Ottanta la fotografia conobbe una nuova ondata di popolarità, complice la diffusione di poster e gadget, molti editori decisero di adattarla ai formati più disparati. Il risultato fu una proliferazione di copie in cui l’equilibrio dell’immagine veniva compromesso.

Un ritaglio stretto, concentrato solo sui volti e sul gesto, trasforma la fotografia in un’immagine romantica qualsiasi. Perde la dimensione storica e sociale, smarrisce la forza di essere “il bacio di Parigi” e diventa semplicemente “un bacio”. Al contrario, un ritaglio più ampio, che include più porzioni di strada, disperde la tensione e rende il gesto quasi invisibile in mezzo al caos urbano.

Le riviste, poi, spesso tagliavano in verticale o in orizzontale per adattare l’immagine a colonne e impaginazioni. In quei casi, la piramide compositiva si rompeva, le diagonali perdevano efficacia, i bordi diventavano invadenti. Bastava un centimetro in meno sulla sinistra per eliminare il passante sfocato, e con lui veniva meno il contrappunto dinamico. Bastava un centimetro in più sulla destra per introdurre un elemento disturbante, come un cartello o un’auto.

Dal punto di vista tecnico, queste varianti rivelano quanto sia delicata la costruzione originale. Doisneau aveva calibrato ogni dettaglio. Intervenire successivamente significava forzare un linguaggio, tradire un equilibrio. È come prendere una sinfonia e tagliare qualche battuta perché non entra in un CD: il brano suona ancora, ma non è più quello pensato dal compositore.

Gli storici della fotografia insistono spesso sull’importanza del formato originale. Non è un feticcio, ma la consapevolezza che ogni bordo racconta qualcosa. Nel caso del “Bacio”, la differenza tra la versione autentica e le varianti spurie non è sottile: è abissale. La prima ha equilibrio, tensione e respiro. Le altre sono riduzioni, compromessi, adattamenti grafici che cancellano la potenza originaria.

Il paradosso è che, a forza di circolare in versione alterata, molte persone hanno imparato a conoscere il “Bacio” non nella sua forma autentica, ma in quella distorta. Questo spiega perché lo storico e il critico debbano insistere sulla fotografia originale: non per nostalgia, ma per fedeltà al linguaggio. Se un centimetro può cambiare la storia, allora ogni centimetro è responsabilità.

Il rispetto del centimetro, dunque, non è solo una questione di fedeltà filologica: è un atto critico e culturale. Quando si osserva il “Bacio” nella sua forma autentica, si percepisce immediatamente la differenza con le versioni adulterate. È come passare da un’edizione integrale di un romanzo a un riassunto scolastico: la trama rimane, ma la profondità, i silenzi, i dettagli che danno vita all’opera si perdono irrimediabilmente. In fotografia, il bordo è parte della scrittura, e ignorarlo significa amputare il testo.

Questo tema non riguarda solo Doisneau. È una questione più ampia che attraversa tutta la storia della fotografia, dal XIX secolo ad oggi. Henri Cartier-Bresson, ad esempio, rivendicava con forza l’inviolabilità del fotogramma. Le sue stampe originali conservano sempre la sottile linea nera che testimonia l’integrità del negativo: un marchio di autenticità che vietava ogni ritaglio successivo. Per Cartier-Bresson, il momento decisivo non era solo quello dello scatto, ma anche quello del taglio. Il fotogramma intero coincideva con l’atto creativo, e nulla poteva essere modificato in seguito senza snaturarlo. Doisneau, pur meno dogmatico, condivideva la stessa sensibilità: il bordo era parte integrante della composizione.

André Kertész, maestro della fotografia ungherese, aveva già mostrato come anche un piccolo spostamento di margine potesse cambiare radicalmente il senso di un’immagine. Nei suoi celebri scatti di Parigi e New York, l’equilibrio tra vuoti e pieni, tra luce e ombra, dipende sempre da un calcolo raffinato del bordo. Molti fotografi contemporanei, invece, hanno ereditato la logica opposta: scattare con abbondanza e poi ricostruire in post-produzione. Ma questa pratica, se da un lato offre libertà, dall’altro impoverisce la tensione dell’inquadratura. Quando si sa di poter “aggiustare dopo”, si tende a perdere la precisione del gesto originario.

Il “Bacio” di Doisneau, quindi, non è solo una fotografia romantica. È un documento tecnico e culturale che dimostra quanto il linguaggio fotografico dipenda da scelte invisibili, ma decisive. Non basta il soggetto, non basta l’emozione: serve una struttura che dia forma e respiro. Ed è in quella cornice, calibrata con millimetrica attenzione, che la fotografia diventa icona.

Oggi, nell’era digitale, questa lezione è più attuale che mai. In un mondo in cui le immagini vengono continuamente ritagliate, riformattate, adattate ai feed dei social o alle esigenze delle piattaforme, ricordare il valore del centimetro significa ricordare che la fotografia non è un contenitore flessibile ma un linguaggio con regole proprie. Il “Bacio” sopravvive a settant’anni di riproduzioni proprio perché la sua forma originaria è inscalfibile. Tutte le varianti spurie invecchiano male; l’originale, invece, continua a parlare con forza immutata.

Curiosità Fotografiche

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