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Elio Ciol

Elio Ciol (Casarsa della Delizia, 1929), fotografo friulano: dal paesaggio agrario nella nebbia ai libri su Assisi e Venezia, con due premi Kraszna-Krausz.

La Redazione di Storia della Fotografia 9 min di lettura

Fotografi Italiani I Maestri della Fotografia

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Photo by AiCanvas on Pixabay

Elio Ciol appartiene a quella categoria rara di fotografi che hanno saputo essere insieme artisti e tecnici di documentazione, senza che le due funzioni si ostacolassero. Nato a Casarsa della Delizia, in provincia di Pordenone, il 3 marzo 1929, cresciuto nella bottega fotografica paterna, ha costruito lungo sette decenni un corpus che unisce il paesaggio friulano, la documentazione del patrimonio artistico italiano e una ricerca formale sul bianco e nero di rara coerenza. Le sue immagini sono entrate in collezioni come il Metropolitan Museum of Art di New York, l’Art Institute of Chicago e il Victoria and Albert Museum di Londra.

In Sintesi

 

  • Elio Ciol, nato a Casarsa della Delizia nel 1929, è tra i maggiori paesaggisti e documentaristi d’arte della fotografia italiana del Novecento.
  • Si forma nello studio fotografico del padre, apprendendo fin dall’infanzia le tecniche di ripresa, sviluppo e stampa.
  • Nel 1963 è fotografo di scena de Gli ultimi, film di Vito Pandolfi.
  • Il paesaggio agrario del Friuli, con le sue nebbie, i filari, la neve e le geometrie dei campi, costituisce il tema che ne definisce la poetica.
  • Il suo primo libro, Assisi (1969), è uscito in più edizioni; quella del 1991 ha vinto il premio Kraszna-Krausz nel 1992.
  • Ha fotografato anche Aquileia (retrospettiva al MAMM di Mosca, 2019) e altri monumenti italiani.
  • Il suo linguaggio si fonda su un bianco e nero contrastato, sulla riduzione degli elementi e su una costruzione geometrica quasi astratta.
  • Sue opere sono al Metropolitan Museum of Art, all’Art Institute of Chicago, al Victoria and Albert Museum e ai Civici Musei di Udine.

Elio Ciol: biografia, formazione e definizione di una poetica

La vicenda di Elio Ciol comincia dentro una camera oscura. Il padre, fotografo professionista, gestiva a Casarsa della Delizia uno studio che serviva la comunità locale con ritratti, cerimonie, documentazione e lavoro commerciale. Il figlio vi entra da bambino e apprende il mestiere con l’apprendistato quotidiano.

Questa formazione artigianale, precedente a qualunque ambizione autoriale, spiega una caratteristica costante della sua opera, ovvero il controllo tecnico assoluto, la capacità di ottenere esattamente il risultato immaginato in fase di ripresa.Il contesto è quello del Friuli occidentale, una terra di pianura e di risorgive, segnata da un’agricoltura di sussistenza, da una fortissima emigrazione e da una vita culturale che negli anni Quaranta conobbe un momento di eccezionale intensità. Casarsa era il paese materno di Pier Paolo Pasolini, che vi trascorse lunghi periodi e vi animò un cenacolo letterario dedicato alla lingua friulana. Il padre e lo zio avevano aperto lo studio accanto alla casa di Pasolini: Ciol fotografò l’Academiuta di lenga furlana e poi lo stesso Pasolini, a Casarsa, a Roma e ad Assisi (1967). Nel 1963 fu fotografo di scena de Gli ultimi di Vito Pandolfi.

La ricerca personale prende forma in parallelo all’attività professionale nello studio; la prima personale fuori dal Friuli, Il Silenzio, è a Milano nel 1962. Ciol comincia a fotografare il paesaggio agrario della propria terra. Le sue immagini si distinguono immediatamente per una radicale sottrazione: pochi elementi, ampie superfici vuote, orizzonti bassi o assenti, alberi isolati, filari che si perdono nella nebbia, tracce di aratura sulla neve. Non c’è la figura umana, o compare come segno minimo. Non c’è aneddoto. Non c’è pittoresco.Il risultato è una fotografia che sfiora l’astrazione pur restando rigorosamente descrittiva.

La nebbia, condizione atmosferica dominante nella pianura friulana per buona parte dell’anno, diventa lo strumento principale di questa riduzione: cancella lo sfondo, isola le forme, appiattisce la profondità, trasforma un campo arato in una successione di linee su fondo bianco. La neve svolge una funzione analoga. Ciol lavora sistematicamente in queste condizioni, che la maggior parte dei fotografi considerava sfavorevoli, e ne ricava una tavolozza di grigi altissimi e di neri puntuali che costituisce la sua firma tecnica.

Documentazione d’arte, Assisi e il rigore del bianco e nero

Il secondo grande versante dell’attività di Elio Ciol è la fotografia di documentazione del patrimonio artistico, ambito in cui ha operato per decenni con committenze pubbliche, ecclesiastiche ed editoriali. Si tratta di un lavoro tecnicamente esigente, che richiede la resa fedele di superfici, colori, rilievi e stati di conservazione, l’illuminazione controllata di ambienti architettonici complessi, la correzione delle deformazioni prospettiche e la capacità di operare su ponteggi e in condizioni logistiche difficili.Il caso più significativo è quello della Basilica di San Francesco ad Assisi. Il suo primo libro, Assisi, è del 1969 (cinque edizioni in varie lingue); l’edizione del 1991 (Motta) ha vinto il premio Kraszna-Krausz nel 1992.

Ciol ha fotografato anche Aquileia (retrospettiva From Neorealism to Aquileia, MAMM di Mosca, 2019) e altri monumenti italiani.

In questi lavori Ciol adotta un approccio che rifiuta l’interpretazione soggettiva a favore della leggibilità, ma che non rinuncia mai alla qualità formale: le sue riprese di dettaglio architettonico hanno una tensione compositiva evidente anche quando il fine è puramente descrittivo.La coesistenza dei due versanti, quello autoriale e quello documentario, è la chiave della sua opera. Il rigore appreso nella documentazione d’arte alimenta la precisione delle immagini di paesaggio; l’attitudine compositiva sviluppata nel lavoro personale rende le riprese di monumenti qualcosa di più di un rilievo.Ha lavorato prevalentemente in bianco e nero. Le sue stampe, realizzate personalmente o sotto la sua diretta supervisione, si caratterizzano per una gamma tonale che privilegia i valori alti, con bianchi ampi e strutturati e neri concentrati in aree ridotte, spesso ridotti a segni grafici.

Ha vinto due volte il premio Kraszna-Krausz (1992 per Assisi, 1996 per Venezia), il Premio Speciale Friuli Venezia Giulia per la fotografia del CRAF di Spilimbergo (1995) e il Fotopadova 2003 per il miglior libro fotografico (Ascoltare la luce). Tra le mostre: Aberystwyth (1977), Fotografia Europea a Reggio Emilia (2018) e la retrospettiva al MAMM di Mosca (2019). Le sue opere sono nel Metropolitan Museum of Art di New York, nell’Art Institute of Chicago, al Victoria and Albert Museum di Londra e ai Civici Musei di Udine.Un elemento distintivo della sua vicenda è la dimensione familiare del lavoro. Lo studio di Casarsa, aperto dal padre e dallo zio negli anni Venti, è rimasto il centro della sua attività; il figlio Stefano, anch’egli fotografo, ha firmato con lui La Provincia Bella (1998).

Le Opere principali

L’opera di Elio Ciol si distribuisce tra la ricerca personale sul paesaggio e le grandi campagne di documentazione del patrimonio artistico, condotte parallelamente per oltre sessant’anni.

  • Corpus sul paesaggio agrario friulano. Nucleo centrale della ricerca personale, dedicato alla pianura di Casarsa e del Friuli occidentale, con nebbie, filari, campi arati, neve e alberi isolati, costruito attraverso una radicale sottrazione degli elementi.
  • Venezia (1995, Motta). Libro con introduzione di Carlo Della Corte; premio Kraszna-Krausz 1996.
  • Ascoltare la luce (2003, Il Leggio). Miglior libro fotografico al Fotopadova 2003.
  • Campagne fotografiche sulla Basilica di San Francesco ad Assisi. Assisi (1969; nuova edizione Motta 1991, premio Kraszna-Krausz 1992).
  • Fotografie di Aquileia. Al centro della retrospettiva From Neorealism to Aquileia (MAMM, Mosca, 2019).
  • Campagne sui monumenti e sui cicli affrescati italiani. Ampia serie di documentazioni condotte su architetture romaniche e gotiche, complessi monastici, sculture e apparati decorativi, per committenze pubbliche, ecclesiastiche ed editoriali.
  • Gli ultimi (1963). Fotografo di scena del film di Vito Pandolfi, da un’idea di David Maria Turoldo.
  • La Provincia Bella (1998, Motta). Libro realizzato con il figlio Stefano Ciol.
  • Volumi d’arte e monografie. Tra gli altri: Friuli un piccolo universo (1984), Italia Black and White (1985, Jaca Book), Turoldo e Gli Ultimi (2001, Motta).
  • Archivio dello studio di Casarsa. Studio aperto negli anni Venti dal padre e dallo zio, ancora attivo a Casarsa.

Domande Frequenti su Elio Ciol (FAQ)

Chi è Elio Ciol?

Un fotografo italiano nato a Casarsa della Delizia nel 1929, tra i maggiori paesaggisti e documentaristi del patrimonio artistico della fotografia italiana del Novecento.

Come si è formato?

Nello studio fotografico del padre, apprendendo fin dall’infanzia le tecniche di ripresa, sviluppo e stampa attraverso un apprendistato quotidiano di bottega.

Che rapporto ha avuto con il cinema?

Nel 1963 fu fotografo di scena de Gli ultimi, film di Vito Pandolfi.

Qual è il tema centrale della sua ricerca personale?

Il paesaggio agrario del Friuli occidentale, colto attraverso nebbie, campi arati, filari, neve e alberi isolati, con una riduzione radicale degli elementi presenti nell’inquadratura.

Perché fotografa così spesso nella nebbia?

Perché la nebbia cancella lo sfondo, isola le forme e appiattisce la profondità, trasformando il paesaggio in una composizione di linee e superfici vicina all’astrazione pur restando descrittiva.

Che cosa rende importanti le sue fotografie di Assisi?

Il libro Assisi (1969) è stato il suo primo photobook; l’edizione del 1991 ha vinto il Kraszna-Krausz nel 1992.

Che cosa ha fotografato ad Aquileia?

Aquileia è al centro della retrospettiva From Neorealism to Aquileia, presentata al MAMM di Mosca nel 2019.

Lavora in bianco e nero o a colori?

Ha lavorato prevalentemente in bianco e nero.

Che differenza c’è tra la sua fotografia d’autore e quella di documentazione?

Nella sua opera le due attività si alimentano a vicenda: il rigore della documentazione sostiene il lavoro personale.

Che attrezzatura utilizza?

Non risultano fonti affidabili sull’attrezzatura; è documentato che nel 1946 sperimentava la pellicola all’infrarosso.

Che ruolo ha la famiglia nel suo lavoro?

Lo studio di Casarsa è stato aperto dal padre e dallo zio negli anni Venti; il figlio Stefano è anch’egli fotografo.

Fonti

 

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