Rosângela Rennó (Belo Horizonte, 1962) è una delle figure più rilevanti e originali della fotografia concettuale brasiliana e internazionale. La sua pratica artistica si costruisce interamente attorno alla nozione di archivio fotografico come spazio di memoria, identità e critica sociale. A differenza di chi pratica la fotografia come atto di acquisizione di nuove immagini, Rennó lavora quasi esclusivamente con fotografie già esistenti, trovate in archivi pubblici e privati, album familiari, registri carcerari, fotografie militari, ritagli di giornale e qualsiasi altro deposito di immagini prodotte da altri in contesti diversi e spesso dimenticati. Questo approccio di appropriazione fotografica la situa al centro del dibattito teorico sulla fotografia contemporanea, in dialogo critico con autori come Christian Boltanski, Sophie Calle e Gerhard Richter.
Laureata in architettura all’Universidade Federal de Minas Gerais e successivamente in arti visive con specializzazione in fotografia, Rennó ha costruito una carriera che attraversa la produzione di installazioni, libri d’artista, videoinstallazioni e fotografie, portando sempre al centro del proprio lavoro la dimensione temporale dell’immagine e la fragilità costitutiva della memoria fotografica. La sua formazione architettonica non è irrilevante: il senso della costruzione dello spazio, dell’organizzazione degli elementi e del rapporto tra struttura e vuoto si riflette nella maniera in cui le installazioni di Rennó organizzano le immagini nello spazio fisico della mostra.
La consacrazione internazionale di Rennó avviene nel 1995, con la partecipazione alla Biennale di Venezia, dove presenta la serie Imemorial, opera che attira l’attenzione della critica internazionale per la sua capacità di coniugare rigore concettuale e forza emotiva. Da quel momento, Rennó espone regolarmente nelle più importanti istituzioni d’arte contemporanea del mondo, dalla Tate Modern di Londra al Centre Pompidou di Parigi, dal MoMA di New York al Reina Sofía di Madrid, consolidando la propria posizione come una delle voci più originali della fotografia concettuale mondiale.

Archivio, memoria e identità: una pratica teoricamente rigorosa
Il nucleo concettuale del lavoro di Rosângela Rennó risiede nella riflessione sul destino delle immagini fotografiche dopo che sono state prodotte e abbandonate o dimenticate. La fotografia, nella prospettiva di Rennó, è per sua natura un atto di preservazione, ma è anche un documento che accumula oblio: i volti nelle fotografie d’archivio sono quasi sempre anonimi, strappati al loro contesto biografico, privati del nome, della storia, della relazione affettiva che aveva motivato lo scatto originale. Il gesto artistico di Rennó consiste nel restituire a queste immagini una presenza estetica e una tensione critica, senza tuttavia ripristinare la loro identità originale, ma rendendone visibile l’irrecuperabilità e la perdita.
La serie Arquivo Universal (1992–2008), la più vasta della sua produzione, raccoglie fotografie trovate in fonti giornalistiche e archivistiche internazionali, riclassificate secondo criteri paradossali o deliberatamente assurdi, non per soggetto o data ma per caratteristiche formali o contingenti: fotografie in cui qualcuno sorride, fotografie in cui qualcuno muore, fotografie in cui qualcuno guarda l’obiettivo frontalmente. Questa riclassificazione rivela la violenza latente di qualsiasi sistema archivistico, mostrando come la categorizzazione imponga sempre un punto di vista che cancella la singolarità irriducibile del soggetto. Le didascalie che accompagnano le immagini sono frammenti di testi trovati nelle stesse fonti giornalistiche, ma non necessariamente pertinenti alle fotografie a cui sono accoppiati.
Con Cicatriz (1996), Rennó lavora con immagini di detenuti brasiliani estratte dagli archivi penitenziari. Le fotografie vengono stampate su organza semitrasparente, conferendo ai volti una dimensione spettrale e incorporea: i soggetti sembrano emergere da un velo di oblio, presenti e assenti al tempo stesso. L’opera interroga il sistema carcerario brasiliano e la sua funzione di catalogazione e controllo dei corpi, ma lo fa attraverso un intervento sulla materialità dell’immagine fotografica che trasforma il documento burocratico in un oggetto di bellezza inquietante.
Bibliotheca (1992) è forse l’opera più radicalmente concettuale di Rennó: centinaia di libri di fotografia provenienti dalla sua collezione personale vengono rilegati con copertine bianche uniformi, privi di titolo, autore e indicazioni editoriali. I libri sono esposti su scaffalature come una biblioteca reale, ma l’accesso al loro contenuto è impedito dall’assenza di ogni identificazione esterna. L’opera ragiona sulla cancellazione visiva come forma di paradossale conservazione: i libri esistono, sono fisicamente presenti, ma la loro fotografia è diventata inaccessibile, nascosta da quella copertina bianca che è essa stessa una fotografia dell’assenza.
Sul piano tecnico, Rennó utilizza una varietà straordinaria di procedure di stampa e di supporti che trasformano la materialità stessa dell’immagine fotografica: stampe su vetro, proiezioni luminose, stampe su organza e altri tessuti trasparenti, transfert su superficie non convenzionali, stampe cianotipia. Questo lavoro sulla superficie porta la riflessione concettuale a un livello fisico e tattile, invitando lo spettatore a considerare non solo cosa rappresenta l’immagine, ma come esiste materialmente nel mondo e come la sua materialità ne condiziona il significato.
La riflessione teorica di Rennó si estende alla critica del fotogiornalismo e della fotografia di reportage. La serie O Último Retrato (2002) raccoglie le ultime fotografie scattate su rullini trovati o acquistati da sconosciuti: l’ultima fotografia di un rullino è spesso un’immagine accidentale, mal inquadrata, con problemi di esposizione, uno sguardo verso la fine del film che nessuno aveva programmato. Rennó espone queste immagini come ritratti non voluti, testimonianze involontarie di una presenza che stava per esaurire la propria visione fotografica.
Le Opere principali
- Bibliotheca (1992): Installazione con centinaia di libri fotografici rilegati con copertine bianche identiche e anonime. Riflessione sulla cancellazione visiva come forma paradossale di conservazione.
- Arquivo Universal (1992–2008): Lungo progetto di riclassificazione di fotografie d’archivio secondo criteri non convenzionali. Opera teoricamente centrale nell’intera produzione.
- Imemorial (1994): Fotografie di bambini lavoratori brasiliani dei primi del Novecento, ingrandite e stampate su tela. Esposta alla Biennale di Venezia 1995, è il momento della consacrazione internazionale.
- Cicatriz (1996): Ritratti di detenuti da archivi penitenziari brasiliani stampati su organza trasparente. Opera sulla violenza archivistica e la cancellazione istituzionale dell’identità individuale.
- Duas Lições de Dança (2003): Videoinstallazione con filmati d’archivio di lezioni di ballo militari, riflessione sui dispositivi del corpo, del controllo e della disciplina.
- O Último Retrato (2002): Installazione con le ultime fotografie scattate su rullini trovati. Interrogazione del limite della fotografia come atto e come oggetto materiale.
- Menos-Valia (Leilão) (2000): Performance-installazione in cui fotografie d’archivio vengono messe all’asta al pubblico, interrogando il valore economico e culturale dell’immagine fotografica.
- A Última Foto (2006): Libro d’artista realizzato con fotografie scattate con macchine usa e getta trovate o acquistate da persone sconosciute.
Fonti
- Instituto Moreira Salles – Rosângela Rennó
- Galerie Nathalie Obadia – Rosângela Rennó
- Enciclopédia Itaú Cultural – Rosângela Rennó
- MoMA – Rosângela Rennó
- Fundação Bienal de São Paulo – Rennó partecipazioni
- Tate Modern – Rosângela Rennó, scheda artista
- Universes in Universe – Rennó Venezia 1995
questo articolo fa parte della sezione I maestri della fotografia
Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l’evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell’immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l’obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all’influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.


