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Flash slow sync e rear sync: come combinare lampo e luce ambiente

Slow sync e rear sync spiegati con tendine, tempo di sincronizzazione, impostazioni passo per passo, numero guida, high-speed sync e otturatore elettronico.

La Redazione di Storia della Fotografia 26 min di lettura

Luce e Illuminazione Le tecniche e le tecnologie fotografiche

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slow sync, rear sync,
Photo by Lareised Leneseur on Unsplash

Con il flash in modalità automatica una scena notturna viene quasi sempre fotografata nello stesso modo: il soggetto in primo piano è illuminato, lo sfondo sprofonda nel nero. Le due tecniche descritte qui, slow sync e rear sync, servono a cambiare questo risultato. La prima concede all’ambiente il tempo di imprimersi sul sensore, la seconda decide in quale momento dell’esposizione scatta il lampo e di conseguenza dove si disegnano le scie di luce. Il risultato, quando funziona, è una fotografia che mostra insieme il soggetto nitido e il luogo in cui si trova, con un senso di movimento.

Per usarle con sicurezza bisogna capire tre cose: come si dividono i compiti tra luce ambiente e lampo, come lavorano le tendine dell’otturatore, e che cosa cambia quando il flash viene collegato a una mirrorless con otturatore elettronico. Le pagine che seguono partono da qui, passano alle impostazioni pratiche e si chiudono con gli errori più comuni.

In Sintesi

  • Il tempo di posa controlla la luce ambiente, il diaframma e la potenza del flash controllano il lampo: sono due esposizioni che si sommano nello stesso fotogramma.
  • Con la sincronizzazione sulla prima tendina, impostazione predefinita, il lampo parte subito e la scia dell’ambiente si disegna davanti al soggetto in movimento, come se andasse all’indietro.
  • Con la sincronizzazione sulla seconda tendina il lampo parte poco prima della chiusura dell’otturatore e la scia si dispone dietro il soggetto, in modo coerente con il movimento.
  • Lo slow sync consente tempi lenti con il flash, in modo che anche lo sfondo riceva luce. Serve quasi sempre un treppiede o un appoggio.
  • Oltre il tempo di sincronizzazione, in modalità FP o high-speed sync, il lampo si ripete durante la corsa della tendina e la seconda tendina non ha più significato.
  • Con otturatore elettronico a scansione i flash possono illuminare solo alcune righe del fotogramma: va verificata la compatibilità della fotocamera.

Due esposizioni in una sola fotografia

Una fotografia scattata con il flash in una scena poco illuminata contiene due esposizioni che si sommano. La prima è quella della luce ambiente, continua e debole: insegne, lampioni, finestre, fari delle auto. La seconda è quella del lampo, brevissimo e molto più potente. Le due componenti rispondono a comandi diversi. Il tempo di posa regola la quantità di luce ambiente che raggiunge il sensore, e non modifica l’esposizione del lampo, perché l’impulso del flash è molto più veloce dell’otturatore. L’esposizione del lampo dipende dal diaframma, dalla potenza emessa e dalla distanza dal soggetto.

Un esempio numerico chiarisce. Passare da un tempo di posa di un secondo a 1/200 di secondo fa perdere all’ambiente oltre sette stop e mezzo di luce, mentre il lampo rimane quello di prima. Un fotografo che lavora in automatico si ritrova quindi con un soggetto ben illuminato e uno sfondo nero, perché la fotocamera, per sicurezza, sceglie spesso un tempo veloce quando il flash è attivo. La prima regola per ottenere uno sfondo visibile consiste nel liberare il tempo di posa dalla soglia imposta dall’automatismo e portarlo al valore che l’ambiente richiede davvero.

Ogni pixel del sensore registra un solo valore di esposizione accumulata. Non esiste uno strato di lampo posato sopra uno strato di ambiente: nel punto in cui il soggetto è stato colpito dal flash e al tempo stesso si è mosso, le due luci si sommano e il risultato dipende dall’intensità relativa. Con un soggetto fermo il problema non si pone. Con un soggetto che si muove nascono le scie, e la loro posizione rispetto al soggetto dipende dal momento del lampo. Qui entrano in gioco le tendine.

Il rapporto tra apertura, tempo e sensibilità, che regola tutta questa costruzione, è riassunto nel cheat sheet sul triangolo dell’esposizione. Per chi vuole ripassare i singoli parametri, l’articolo sul tempo di esposizione e quello sull’apertura del diaframma offrono il quadro completo.

Le tendine e il tempo di sincronizzazione

Nelle fotocamere reflex e in molte mirrorless l’otturatore è composto da due tendine che scorrono davanti al sensore, nel piano focale. A tempi lunghi la prima tendina si apre scoprendo tutto il sensore e, trascorso il tempo di posa, la seconda tendina si chiude. A tempi brevi la seconda parte prima che la prima abbia finito la corsa, e il sensore viene esposto da una fessura che scorre sul fotogramma. Il flash, che dura troppo poco per illuminare una fessura che si muove, funziona correttamente quando l’intero sensore è scoperto nello stesso istante. Il tempo più breve a cui questo accade si chiama tempo di sincronizzazione, o X-sync.

Il valore dipende dal modello. Le fonti pratiche citano per le fotocamere attuali tempi massimi di sincronizzazione intorno a 1/200 di secondo, e indicano tempi come 1/250, 1/180 o 1/60 per apparecchi diversi. Con un tempo di posa pari o più lento del tempo di sincronizzazione una tendina si apre e l’altra si chiude dopo il tempo impostato, e l’intero fotogramma è esposto. Con tempi più brevi viene esposta solo una banda del fotogramma. Gli otturatori centrali, collocati nell’obiettivo, aprono tutta la luce e permettono di sincronizzare il flash a ogni tempo: i massimi tipici sono di 1/500 di secondo per i modelli a diaframma di alta specifica e di 1/125 per quelli semplici.

Le due tendine danno il nome alle modalità. Il lampo che parte quando la prima tendina ha terminato la corsa è la sincronizzazione sulla prima tendina, detta anche frontale o first curtain. Il lampo che parte poco prima della chiusura della seconda è la sincronizzazione sulla seconda tendina, o rear curtain sync. Su alcune fotocamere la prima compare nei menu come «On» o «Flash On». La scelta modifica il momento del lampo nel corso dell’esposizione e lascia invariata la qualità della luce.

La storia di questa convenzione ha radici nelle lampadine monouso, che impiegavano tempo a raggiungere la massima luminosità e per questo venivano accese prima dell’apertura dell’otturatore, con tempi lenti tra 1/10 e 1/50 di secondo. L’avvento del tubo elettronico a scarica, introdotto da Harold Edgerton nel 1931, rese possibile un lampo quasi istantaneo, e con esso la sincronizzazione moderna. Le tappe di questa evoluzione sono raccontate nell’articolo sulla storia del flash fotografico.

La prima tendina e il suo difetto

Con la sincronizzazione predefinita il lampo parte subito dopo l’inizio dell’esposizione. Il soggetto viene congelato nel punto in cui si trova all’inizio, poi la luce ambiente continua a registrare e, se qualcosa si muove, disegna una scia a partire da quel punto. Se un’auto attraversa l’inquadratura, il lampo la ferma all’ingresso e le luci rosse e bianche si allungano davanti al veicolo, nella direzione verso cui sta andando. L’occhio interpreta la scena in modo opposto a quello atteso, e l’auto sembra procedere in retromarcia.

Il fenomeno è noto ai fotografi come dragging the shutter, trascinare l’otturatore. Quando è voluto, può rendere un effetto di instabilità o di vertigine, utile in alcune immagini di concerto o di danza. Quando non lo è, l’immagine appare innaturale. Dipende dall’ordine degli eventi: il lampo congela il soggetto all’inizio e le scie descrivono tutto ciò che accade dopo.

La sincronizzazione sulla prima tendina resta la scelta giusta in molte circostanze. Con tempi veloci non c’è scia da gestire. Con soggetti statici, il momento del lampo importa poco. Con tempi lenti e soggetti molto prevedibili, per esempio un attore che entra in scena, la posizione iniziale può essere il punto che si vuole fermare. Un fotografo di reportage che deve reagire in un istante preferisce la sincronizzazione frontale perché il lampo parte nell’istante dello scatto, senza ritardi.

La seconda tendina: il lampo alla fine

La modalità rear sync sposta il lampo in fondo all’esposizione. Il manuale Canon la descrive in questi termini: il flash si accende subito prima che l’esposizione termini, cioè alla chiusura della tendina. Con tempi lenti, la luce ambiente registra durante tutto l’intervallo il percorso del soggetto in movimento, e il lampo lo fissa nella posizione finale. La scia si dispone dietro il soggetto. L’auto sembra avanzare, il ballerino si trascina dietro un alone di luce, la persona che corre lascia una striscia alle spalle.

Un altro modo di vedere la differenza consiste nel guardare alla causalità. La scia che precede il soggetto appare contraria all’esperienza, perché una scia nasce da ciò che è già accaduto. Con la seconda tendina il tempo scorre nell’ordine corretto: prima la traccia, poi il soggetto che la chiude. La modalità lascia invariati movimento e sfocatura e sposta la scia rispetto al punto nitido.

La tecnica non produce alcun effetto visibile se l’esposizione non è abbastanza lunga da registrare il movimento dell’ambiente. A 1/125 o a 1/60 di secondo, con soggetti che si muovono lentamente, la differenza tra le due modalità è praticamente invisibile. Le prime prove vanno quindi fatte con tempi che partano da mezzo secondo, come indica anche l’articolo di Canon sulle scie di luce, e si accorciano o si allungano in base alla lunghezza desiderata della traccia. Una scia troppo corta non comunica dinamismo, una troppo lunga rischia di cancellare il soggetto.

Perché il lampo parta prima della chiusura, la fotocamera deve anticiparlo di un tempo sufficiente a farlo concludere, e non conosce in anticipo la durata effettiva. Nei sistemi TTL, dove un pre-lampo serve a misurare la potenza, l’impulso di misura avviene prima: Canon lo segnala nel manuale spiegando che il flash scatta due volte e che il primo lampo serve a determinare l’emissione, senza essere un malfunzionamento. Chi ha un soggetto umano deve ricordare che il pre-lampo può far chiudere gli occhi e, con la seconda tendina, il momento critico cade proprio a ridosso della fine dell’esposizione. Il funzionamento di questi sistemi è descritto negli articoli sul dialogo TTL tra flash e fotocamera e sul sistema E-TTL e i-TTL.

Lo slow sync: dare tempo all’ambiente

La parola slow sync, sincronizzazione lenta, indica una condizione dell’esposizione più che un modo di far partire il lampo. In molte fotocamere, quando si scatta in priorità di diaframma o in programma con il flash acceso, un limite minimo per il tempo di posa impedisce di scendere sotto un valore di sicurezza, in genere intorno a 1/60 di secondo. È una scelta ragionevole per evitare il mosso nelle foto a mano libera, ma lascia lo sfondo scuro. La sincronizzazione lenta ignora quel limite e consente alla fotocamera di usare il tempo che la luce ambiente richiede, anche di diversi decimi di secondo o di secondi.

Il risultato è un lampo che illumina il soggetto vicino e un’esposizione prolungata che porta sul sensore lo sfondo: la vetrina, le luci della città, il cielo del crepuscolo. Una guida di B&H presenta lo slow sync proprio in questi termini, come la combinazione tra flash e una posa più lunga che dà abbastanza luce al fondale nelle scene in cui il solo lampo non basterebbe a illuminare tutto. Su alcune fotocamere Nikon la modalità sulla seconda tendina include già lo slow sync.

Il prezzo dello slow sync è la stabilità. Con tempi lunghi, quando si fotografa a mano, tutto ciò che è illuminato dall’ambiente appare mosso. Il lampo congela il soggetto vicino, ma lo sfondo rischia di avere una doppia immagine o una sfocatura di movimento. Per questo la guida consiglia un treppiede o un monopiede quando si vuole che lo sfondo risulti nitido, ammettendo che un po’ di sfocatura del fondale sia accettabile in certi casi, per esempio quando lo sfondo è già fuori fuoco. Le tecniche per evitare il mosso sono spiegate più a fondo nell’articolo sul mosso e micromosso.

Va ricordato che slow sync e sincronizzazione sulla seconda tendina sono modalità indipendenti, anche se spesso si combinano. È possibile avere lo slow sync con la prima tendina, e in questo caso il lampo parte subito e le scie seguono il soggetto. È possibile usare la seconda tendina a tempi veloci, ma allora la differenza è irrilevante. La combinazione più efficace per le scie è quasi sempre quella dei tempi lenti con il lampo a fine esposizione.

Impostazioni passo per passo

Una sequenza di lavoro ordinata evita tentativi inutili al buio. Il primo passo è scegliere la modalità di esposizione manuale, che separa il tempo di posa dal diaframma e dalla sensibilità e consente di stabilire in modo indipendente la luce ambiente e il lampo. Nell’esempio che Canon propone per le scie di auto, l’esposizione è manuale a f/3,5 e un secondo, con 400 ISO e una compensazione dell’esposizione flash di meno 0,7 EV, scattando con un 18 mm, corrispondente a un 28 mm in formato pieno.

Il secondo passo è scegliere il tempo di posa per l’ambiente. Canon suggerisce di partire da mezzo secondo fino a un secondo e di abbassare il valore se le scie risultano troppo corte. La scelta dipende dalla velocità del movimento e dal tipo di traccia: le auto veloci disegnano linee lunghe anche a tempi brevi, un pedone o una bicicletta richiedono tempi maggiori. Il diaframma conviene tenerlo aperto in condizioni di scarsa luce, mentre la sensibilità può essere lasciata in automatico, con una nota di cautela spiegata più avanti.

Il terzo passo riguarda il lampo. Il diaframma determina quanta luce del flash arriva al sensore, perciò aprirlo o chiuderlo ha effetto sia sull’ambiente sia sul lampo, mentre il tempo agisce solo sull’ambiente. La potenza del flash si regola direttamente. Per scegliere la potenza si può ricorrere al numero guida. Il numero guida è il prodotto del numero f per la distanza e si riferisce di norma a 100 ISO. Un flash con numero guida 44 metri, a f/4, illumina correttamente un soggetto a 11 metri. A f/8 lo stesso soggetto va tenuto a 5,5 metri. Il valore varia con la radice quadrata del rapporto tra sensibilità: un dato a 200 ISO è più alto di circa il 41 per cento rispetto a 100. A potenza ridotta il numero guida scende con la radice quadrata della frazione: un numero guida 48 a un sedicesimo di potenza diventa 12.

Il quarto passo è il bilancio tra ambiente e lampo. Per un ambiente visibile ma non dominante, si abbassa la compensazione del lampo, come nell’esempio di Canon con meno 0,7 EV. Per un soggetto più chiaro e un ambiente più scuro, si fa il contrario. Lo scopo è che l’esposizione del lampo non cancelli il lavoro della posa lunga. Una compensazione negativa tiene il volto naturale e lascia vivere lo sfondo.

Il quinto passo è il supporto. Canon consiglia di usare un treppiede e di collocare la fotocamera il più in basso possibile quando si fotografano le scie delle auto. Il fotografo di strada che lavora a mano libera può contare solo su tempi non troppo lunghi e su un soggetto in movimento deliberato. Il consiglio generale è provare, controllare sul display e correggere. Il lavoro con un flash staccato dalla fotocamera apre possibilità in più, per le quali si rimanda all’articolo sul flash off-camera.

Sul fronte della sensibilità, con i tempi lunghi il rumore diventa un fattore. Un valore ISO basso mantiene l’immagine pulita, ma richiede più luce. Un valore alto permette di accorciare la posa a parità di apertura, con più rumore digitale. In pratica conviene partire da un valore moderato e salire solo se il tempo risulta troppo lungo per il soggetto. Chi usa l’automatismo della sensibilità, come nell’esempio di Canon, accetta che la fotocamera compensi, ma perde il controllo diretto del rapporto tra ambiente e lampo.

Durata del lampo e tempismo dello scatto

Il lampo di un flash elettronico è brevissimo, e la sua durata dipende dalla potenza impostata. Su un flash di uso corrente a un trentaduesimo di potenza, la durata misurata in un esempio di prova è di 1/17.800 di secondo, mentre per una durata lunga la stessa fonte propone una stima prudente di circa 5 millisecondi. È un tempo molto più breve di qualsiasi posa, e per questo il soggetto illuminato dal solo lampo appare nitido a prescindere dal tempo di posa.

La brevità del lampo ha una conseguenza pratica per la seconda tendina. La fotocamera deve far partire il flash abbastanza presto perché il lampo si esaurisca prima della chiusura dell’otturatore. Poiché non conosce in anticipo la durata esatta, lascia un margine. Il risultato è che il momento del lampo coincide con la fine dell’esposizione, e il soggetto è fissato in quella posizione. Per questo il fotografo, quando scatta con la seconda tendina, deve prevedere dove sarà il soggetto alla fine del tempo di posa e non dove si trova al momento in cui preme il pulsante.

Con le auto, Canon suggerisce un riferimento pratico: premere il pulsante quando il veicolo si trova a tre o quattro metri dall’ingresso nell’inquadratura, con un tempo di un secondo. Se si scatta troppo tardi, il lampo parte dopo che l’auto è uscita dal campo e nel fotogramma restano soltanto le scie. A 1/15 di secondo l’anticipo è molto più semplice da gestire, ma le tracce sono troppo corte per risultare dinamiche. Il compromesso va cercato scena per scena, e conviene scattare più fotogrammi variando il momento del click.

Chi fotografa persone dovrebbe anche avvisarle di restare ferme fino alla chiusura dell’otturatore. In situazioni stradali vale una norma di buon senso ricordata dallo stesso Canon: lampeggiare ripetutamente in prossimità del traffico può distrarre i conducenti, per cui è bene esercitarsi con un’auto parcheggiata di un amico.

High-speed sync: dove la seconda tendina perde senso

La modalità FP, o high-speed sync, permette di usare il flash con tempi più brevi del tempo di sincronizzazione. Il tubo emette una sequenza di impulsi mentre la fessura attraversa il sensore, simulando una luce continua per la durata della corsa. Questo cambia le regole del gioco: poiché il flash lavora per tutta l’esposizione, parlare di lampo all’inizio o alla fine non ha più senso. La nota di una fonte tecnica lo esprime con chiarezza: la sincronizzazione sulla seconda tendina non significa nulla in modalità FP, dato che il flash scatta durante l’intera esposizione.

Il costo è la potenza. Il numero guida diminuisce all’incirca con la radice quadrata del rapporto tra il tempo di posa e il tempo di corsa dell’otturatore. L’esempio riportato dall’enciclopedia online mostra un numero guida di 100 che scende a circa 32. L’high-speed sync è quindi adatto a ritratti ravvicinati e a soggetti vicini, o a casi in cui serve una profondità di campo ridotta in piena luce, e meno adatto a lampi lontani. Lo slow sync, al contrario, vive nella condizione opposta: tempi lunghi, luce ambiente debole, lampo a bassa potenza.

Chi desidera lavorare con ambienti molto luminosi e profondità di campo ridotta, per esempio un ritratto in controluce con sfondo morbido, trova nell’high-speed sync lo strumento giusto, e può leggere i dettagli dell’effetto bokeh per scegliere diaframma e distanza dallo sfondo. Per le scie e la luce mista la strada passa invece dai tempi lenti.

Un’ultima conseguenza pratica riguarda l’uso combinato con più unità. Con diversi flash in radio, uno principale a fine esposizione e uno secondario di schiarita durante la posa, il fotografo può modellare il soggetto e controllare il contesto. Prima di scattare conviene verificare che ogni unità sia impostata nello stesso modo e provare l’intera catena.

Mirrorless, otturatore elettronico e flash

Le fotocamere mirrorless possono avere un otturatore meccanico, uno elettronico o una combinazione dei due. Con l’otturatore elettronico a scansione il sensore viene letto riga dopo riga, come spiega l’articolo sul rolling shutter: le righe sono registrate in momenti diversi, e se un lampo dura solo per una parte dell’esposizione, soltanto alcune righe del fotogramma ne vengono illuminate. L’esempio tipico è un fotogramma in cui il terzo superiore è luminoso e il resto scuro. Per questo molte fotocamere limitano o disattivano il flash quando si usa l’otturatore elettronico a scansione.

La gravità dell’effetto dipende dalla velocità di lettura del sensore: più è rapida, più il problema si attenua. La soluzione più semplice per chi lavora con il flash consiste nell’attivare l’otturatore meccanico, oppure l’otturatore elettronico di prima tendina, dove disponibile, e nel verificare nel manuale della fotocamera quali combinazioni sono permesse.

Un caso diverso è quello del global shutter, che trasferisce le cariche di tutti i pixel nello stesso istante ed evita le distorsioni da scansione. Alcuni sensori impilati permettono un otturatore elettronico veloce quanto uno meccanico a piano focale, e certe fotocamere, come la Nikon Z9, non hanno otturatore meccanico. Quanto alla sincronizzazione del flash con questi sistemi, il comportamento varia per modello e va verificato di volta in volta nelle specifiche del costruttore.

Gli otturatori centrali meritano una menzione a parte. Poiché scoprono l’intera luce nello stesso istante, sincronizzano il flash a qualsiasi tempo e rendono banali alcune operazioni che con le tendine sono vincolate dal tempo di sincronizzazione. Si trovano in numerosi obiettivi per medio e grande formato, dove il flash di schiarita in piena luce è per questo più semplice da gestire.

Luce mista e colore

La fusione tra flash e luce ambiente introduce un problema di colore. Il lampo ha una temperatura di colore vicina a quella della luce diurna, mentre le sorgenti presenti nell’ambiente cambiano molto: tungsteno calde, LED neutri o freddi, neon con dominanti diverse. Un soggetto illuminato dal lampo appare di un colore, lo sfondo di un altro, e la combinazione può essere gradevole o disturbante. Molti fotografi usano questa differenza come scelta espressiva: il volto neutro su uno sfondo arancione di città di notte è un’immagine che funziona.

Quando si desidera maggiore coerenza, si ricorre ai gel colorati sul flash, scelti in modo da avvicinare il lampo al colore dominante dell’ambiente. In seguito si imposta il bilanciamento del bianco sul colore ambiente, e il flash filtrato risulta allineato. Scattando in RAW si può correggere in sviluppo, ma partire da una base ragionevole in macchina riduce il lavoro. Le nozioni di base sono spiegate nell’articolo sulla temperatura del colore e nel cheat sheet sul bilanciamento del bianco.

Un ultimo suggerimento riguarda la scelta del punto di vista. Se lo sfondo contiene molte sorgenti vicine, con colori contrastanti, il fotografo può cercare un’inquadratura in cui una sola dominante prevalga, oppure accettare il contrasto e costruirvi attorno la composizione. Un fondale con luci fuori fuoco e un soggetto nitido e ben illuminato è uno degli schemi più riusciti della fotografia notturna, come mostrano molti ritratti urbani.

Situazioni tipiche

La fotografia notturna urbana è il caso più frequente. Un ritratto ambientato in una strada con insegne luminose trae vantaggio dallo slow sync: il lampo, a bassa potenza e con una compensazione negativa, illumina il volto, e un tempo di posa di un decimo o di mezzo secondo registra le insegne. Con un soggetto fermo si può anche tenere la fotocamera a mano, a patto di accettare un po’ di mosso nello sfondo, mentre con il treppiede si ottiene la nitidezza completa.

Le scie di luce di veicoli, biciclette o persone in corsa richiedono il lampo a fine esposizione. Il tempo da cui partire è mezzo secondo o un secondo, il diaframma aperto, il grandangolo, la fotocamera bassa e stabile. La posizione del soggetto al momento del lampo è il punto nitido, e la scia che lo precede nel tempo lo accompagna. Nel light painting la logica si estende: chi disegna con una luce in movimento può chiudere l’esposizione con un lampo che fissa la propria figura.

Gli eventi con musica e danza sfruttano spesso le due tecniche per rendere il movimento. Qui il tempo lungo con il lampo frontale dà un’energia confusa, mentre la seconda tendina costruisce un’immagine più leggibile, con le tracce dietro i gesti. Quando il soggetto è molto veloce, il rischio principale è sbagliare la posizione del lampo, e bisogna accettare un certo numero di scarti.

Anche nella fotografia di interni con finestre, per esempio un ritratto in una stanza dove la luce del giorno entra da una porta-finestra, lo slow sync permette di non bruciare l’esterno e di illuminare il soggetto con un lampo morbido, rimbalzato sul soffitto o schermato. Ne beneficiano i dettagli del paesaggio visibile fuori dalla finestra e la naturalezza del volto. Per avere più controllo sulla luce si può passare a un flash staccato, con un modificatore, come descritto negli articoli sulle luci continue e flash.

Per le tecniche di bracketing, utili quando si esita sull’esposizione dell’ambiente, si può consultare l’articolo sul bracketing fotografico, che include anche la variante applicata al flash.

Errori comuni

Il primo errore è lasciare l’esposizione automatica e aspettarsi uno sfondo visibile. In programma o in priorità di diaframma la fotocamera può limitare il tempo minimo con il flash e il fondale resta nero. La soluzione passa dal passaggio alla modalità manuale oppure dall’attivazione esplicita dello slow sync.

Il secondo errore è scegliere un tempo troppo breve per vedere la differenza tra le due sincronizzazioni. A tempi veloci le scie non esistono, o sono tanto corte da non indicare direzione. Si risolve allungando il tempo di posa e cercando soggetti o luci che si muovano abbastanza.

Il terzo errore è sovraesporre il lampo. Un lampo troppo forte cancella il lavoro dell’ambiente, appiattisce il soggetto e crea alone attorno a particelle in sospensione come pioggia, nebbia o polvere. Si risolve con una compensazione negativa o con una potenza ridotta.

Il quarto errore è dimenticare il supporto. Anche con un soggetto ben illuminato, lo sfondo mosso toglie nitidezza all’immagine. Un treppiede leggero, un piano d’appoggio o una scelta di tempi moderati risolvono il problema nella maggior parte dei casi.

Il quinto errore riguarda la fotocamera. Alcuni apparecchi con otturatore elettronico non accettano il flash o lo limitano a certe condizioni, e un lampo che illumina soltanto una fascia del fotogramma rovina lo scatto. Una prova prima del lavoro vero, in modalità meccanica, evita sorprese.

Il sesto errore è dimenticare di tornare alle impostazioni normali. Canon, nell’articolo sulle scie, ricorda di riportare la sincronizzazione sulla prima tendina dopo l’uso, per evitare di scattare per sbaglio in rear sync nelle occasioni successive. Un’abitudine semplice che risparmia fotogrammi inutilizzabili.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra slow sync e rear sync?

Lo slow sync permette di usare tempi lenti insieme al flash, in modo che l’ambiente venga esposto. La rear sync, o sincronizzazione sulla seconda tendina, stabilisce che il lampo parta alla fine dell’esposizione. Si possono usare separatamente o insieme, e la combinazione dà le scie più naturali.

Con quale tempo di posa conviene iniziare?

Canon, nell’esempio delle scie di auto, indica da mezzo secondo a un secondo come punto di partenza, da ridurre se le scie risultano troppo corte. Con tempi vicini al tempo di sincronizzazione la differenza tra prima e seconda tendina è quasi invisibile.

La rear sync funziona con l’high-speed sync?

No, perché in modalità FP il flash scatta più volte durante tutta l’esposizione e la nozione di lampo finale perde significato. Le due tecniche appartengono a condizioni opposte: tempi lunghi con lampo singolo da una parte, tempi molto brevi con lampi ripetuti dall’altra.

Serve il treppiede?

Quando si vuole lo sfondo nitido, sì. Con i tempi lunghi il mosso è inevitabile a mano libera, e la guida di B&H raccomanda un treppiede o un monopiede, accettando un po’ di sfocatura quando il fondale è già fuori fuoco.

Posso usare lo slow sync con l’otturatore elettronico?

Dipende dalla fotocamera. Con la scansione a righe un lampo breve può illuminare solo una parte del fotogramma, e molti apparecchi limitano il flash quando l’otturatore elettronico è attivo. Conviene verificare nel manuale e, in caso di dubbio, usare l’otturatore meccanico.

Che compensazione usare sul flash?

Dipende dalla scena. L’esempio di Canon usa meno 0,7 EV per mantenere il lampo discreto accanto a una posa di un secondo. Come punto di partenza una compensazione negativa tra meno uno e zero è ragionevole, da correggere guardando il risultato.

Per il quadro generale dell’evoluzione tecnica si veda la sezione La tecnologia fotografica.

Fonti

Aggiornato Ottobre 2026

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