venerdì, 29 Agosto 2025
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Il braketing espositivo

Il bracketing espositivo nasce come risposta concreta ai limiti fisici dei materiali fotosensibili e degli strumenti di misura disponibili nei primi anni della fotografia. Le prime lastre al collodio umido, introdotte nella metà del XIX secolo, avevano una latitudine di posa estremamente ristretta: l’intervallo tra la sovraesposizione delle alte luci e la sottoesposizione delle ombre era di pochi stop. Ciò significava che, in scene caratterizzate da forte contrasto – come interni con luce proveniente da finestre o paesaggi in piena luce solare – il fotografo era costretto a scegliere quale parte della scena rappresentare correttamente.

Alcuni pionieri, come Gustave Le Gray, già nella seconda metà dell’Ottocento, sperimentarono con stampe composite ottenute da negativi esposti in modo differente per catturare separatamente le alte luci e le ombre. Questo approccio, pur rudimentale, rappresenta un embrione concettuale del bracketing. Durante il periodo della pellicola in bianco e nero, la situazione migliorò solo parzialmente, poiché le emulsioni più sofisticate offrirono una gamma dinamica più ampia, ma ancora lontana dalla percezione umana. I fotografi professionisti iniziarono allora a eseguire più scatti della stessa scena, variando leggermente il tempo di esposizione, per garantire almeno un negativo perfettamente bilanciato.

Negli anni ’40 e ’50, con la diffusione della fotografia su larga scala e la standardizzazione della scala ASA (poi ISO), i produttori di fotocamere iniziarono a consigliare sistematicamente il bracketing come tecnica per assicurare risultati ottimali, specialmente in condizioni di luce non uniforme. Manuali di riferimento come quelli pubblicati da Kodak e Zeiss spiegavano con attenzione come “scalare l’esposizione” di ±1 o ±2 stop per assicurare una copertura efficace della scena. Nella pratica del grande formato, dove ogni scatto rappresentava un investimento considerevole, il bracketing veniva considerato un’assicurazione contro esposizioni errate. Alcuni esposimetri portatili, come il Weston Master V, integravano scale di riferimento proprio per agevolare la scelta dei tempi alternativi per un corretto bracketing.

L’avvento dell’elettronica nelle fotocamere, tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80, segnò una svolta. L’introduzione del bracketing automatico (AEB) divenne un punto fermo dei sistemi reflex professionali. Canon, Nikon e Minolta furono tra i primi a introdurre corpi macchina con motorizzazione dell’otturatore e circuiti logici TTL in grado di regolare in automatico una sequenza di esposizioni variabili. Il concetto si rafforzò con l’arrivo della fotografia digitale, dove le immagini RAW permisero una flessibilità senza precedenti nella post-produzione, ma mantennero il valore del bracketing come strumento di precisione, in particolare nella fotografia HDR.

Meccanismi di controllo esposimetrico

Il controllo dell’esposizione in un sistema fotografico digitale si basa sulla combinazione di tre parametri fondamentali: tempo di posa, apertura del diaframma e sensibilità ISO. Il bracketing, nel suo senso più stretto, interviene sul primo, lasciando costanti gli altri due per isolare le variazioni dovute alla quantità di luce integrata nel tempo. Nelle moderne DSLR e mirrorless, la funzione di bracketing automatico AEB si avvale del firmware della fotocamera, che programma una sequenza predefinita di tempi di posa attorno al valore centrale determinato dalla misurazione esposimetrica.

Il sistema di misurazione TTL, che utilizza una matrice di fotodiodi per analizzare la luce riflessa dal soggetto, fornisce la base per il calcolo dell’esposizione. Alcuni modelli adottano sistemi a 100.000 pixel RGB+IR, capaci di distinguere anche il tipo di soggetto inquadrato, influenzando l’esposizione centrale. A partire da questa, il circuito di temporizzazione programma variazioni progressive di ±1/3, ±1/2 o ±1 stop. Le variazioni sono realizzate attraverso otturatori controllati elettronicamente: gli otturatori meccanici a scorrimento verticale, mossi da motori passo-passo, oppure otturatori elettronici globali, nei sensori di ultima generazione.

La precisione temporale è affidata a clock interni al processore (cristalli quarzati con tolleranze inferiori al millisecondo), mentre i diaframmi motorizzati garantiscono una chiusura identica tra uno scatto e l’altro, mantenendo costante la profondità di campo. Le sequenze vengono spesso accompagnate da otturazione silenziosa, per ridurre vibrazioni e permettere l’uso su treppiede anche in situazioni sensibili. Alcune fotocamere, come la Fujifilm GFX, consentono di specificare anche il numero di scatti e il delta tra ciascuno, mentre sistemi come Magic Lantern (per Canon) permettono un controllo ancora più fine, introducendo bracketing espanso e ISO bracketing.

Variazioni avanzate di bracketing

L’evoluzione tecnica ha portato il concetto di bracketing oltre la semplice variazione di tempo di posa. Una delle declinazioni più interessanti è il bracketing ISO, in cui si mantengono costanti apertura e tempo di esposizione, variando la sensibilità del sensore. Questo consente di ottenere versioni della scena con livelli diversi di rumore, da utilizzare nella post-produzione per una fusione selettiva delle aree più critiche. Simile ma ancora più specifico è il bracketing del bilanciamento del bianco, implementato in molte fotocamere mirrorless e reflex avanzate: attraverso microvariazioni della temperatura colore simulata, il fotografo ottiene versioni più calde o fredde della stessa immagine, un approccio particolarmente utile in ambienti misti (tungsteno e LED) o in situazioni in cui il colore della luce non è prevedibile.

Un’altra estensione è rappresentata dal bracketing di messa a fuoco (focus bracketing), utile nella macrofotografia e nella fotografia di prodotto. Pur essendo esterno al tema dell’esposizione, viene spesso integrato nei sistemi di controllo avanzati, che gestiscono contemporaneamente più parametri in funzione della scena. Alcuni dispositivi implementano un vero e proprio bracketing multidimensionale, in cui esposizione, ISO, temperatura colore e fuoco sono tutti soggetti a variazione controllata. Questo tipo di approccio trova applicazione nei flussi di lavoro scientifici, nel campo dei beni culturali e nella documentazione per l’analisi forense o geospaziale.

Bracketing e HDR

Uno dei campi di applicazione più noti del bracketing è la fotografia HDR (High Dynamic Range), in cui la fusione di scatti con esposizioni differenti consente di estendere la gamma dinamica percepibile in un’unica immagine. L’algoritmo HDR si basa su un’analisi della luminanza media per ciascun pixel e su un sistema di ponderazione che assegna più peso alle esposizioni più vicine alla soglia ottimale, escludendo i dati saturati.

Nei software più avanzati, come Photomatix o Adobe Lightroom, il flusso prevede prima la registrazione geometrica dei fotogrammi – essenziale quando le immagini sono state scattate a mano libera – e poi la loro fusione in uno spazio a 32 bit per canale. A questo punto interviene il tone mapping, operazione che riduce la gamma dinamica dell’immagine finale per adattarla ai dispositivi di visualizzazione (monitor, stampa). Le curve di mapping, globali o locali, possono essere lineari, logaritmiche, sigmoidali, o derivate da modelli di percezione visiva.

Il ruolo del bracketing in questo contesto è cruciale, poiché fornisce una base dati ampia e flessibile per adattare l’elaborazione a diverse condizioni di luce. In molte fotocamere moderne, la modalità HDR è automatica e integra già il bracketing, con fusione immediata on-camera e anteprima in tempo reale.

Workflow pratico e considerazioni operative

Il corretto impiego del bracketing richiede una conoscenza approfondita della scena e della risposta del sensore. È essenziale partire da una misurazione esposimetrica accurata, preferibilmente in modalità spot ponderato o media pesata al centro, per evitare che la presenza di zone ad alta riflettanza o bassa luminosità influisca in modo eccessivo sulla misura complessiva. Una volta determinata l’esposizione base, si imposta una scala di variazione, che nei casi più comuni varia tra ±1 e ±2 stop, con intervalli di 1/3 o 1/2 stop.

In condizioni statiche, come la fotografia architettonica o paesaggistica, si possono realizzare fino a sette o nove esposizioni, utilizzando un treppiede solido e, se possibile, un telecomando o timer per evitare vibrazioni. In ambienti dinamici, con soggetti in movimento, è preferibile ridurre il numero di scatti per minimizzare l’insorgenza di artefatti da movimento (ghosting) nella fusione HDR.

Alcuni fotografi utilizzano il bracketing come metodo di esplorazione tonale, cioè come strumento per decidere in fase di post-produzione quale resa visiva adottare. In tal caso, anche se non si effettua la fusione, la disponibilità di più esposizioni permette di scegliere quella che meglio interpreta l’intenzione estetica dell’autore.

La memorizzazione dei file in formato RAW a 14 o 16 bit è consigliata per massimizzare la latitudine di intervento, in quanto consente la regolazione fine dell’esposizione anche in post-produzione, senza perdita significativa di qualità.

Curiosità Fotografiche

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