HomeLe tecniche e le tecnologie fotograficheLuce e IlluminazioneSchema luci ritratto: come posizionare Rembrandt, loop e split

Schema luci ritratto: come posizionare Rembrandt, loop e split

La comprensione della luce nel ritratto fotografico non può prescindere da una rigorosa analisi fisica e geometrica dell’onda elettromagnetica che si propaga nello spazio e interagisce con la materia biologica del volto umano. Il fotografo che opera con consapevolezza scientifica non si limita a disporre sorgenti luminose all’interno di uno studio ma agisce come un vero e proprio architetto che plasma la percezione della tridimensionalità su un supporto bidimensionale sia esso il sensore al silicio di una moderna fotocamera digitale o la pellicola ai sali d’argento di un banco ottico di grande formato. Per dominare questa disciplina è necessario comprendere che ogni volto possiede una propria topografia complessa fatta di volumi concavi e convessi che reagiscono in modo differente alla qualità e alla direzione della radiazione luminosa.

La propagazione rettilinea della luce definisce i confini netti tra le zone di massima illuminazione e le zone d’ombra delineando quello che in gergo tecnico viene definito il gradiente di sfumatura o zona di transizione. Quando un fascio di luce colpisce la pelle del soggetto una parte di esso viene riflessa immediatamente dalla superficie epidermica secondo le leggi della riflessione speculare mentre una parte penetra negli strati più profondi del derma subendo una diffusione interna prima di riemergere. Questo fenomeno fisico noto come subsurface scattering è il principale responsabile della resa morbida e vitale dell’incarnato umano e la sua gestione ottimale dipende interamente dalla qualità della sorgente utilizzata e dalla distanza della stessa dal soggetto. Una sorgente di grandi dimensioni posizionata a breve distanza genera un angolo di incidenza ampio sui singoli punti del volto riducendo l’evidenza delle imperfezioni cutanee e ammorbidendo la transizione tra luce e ombra mentre una sorgente puntiforme e distante enfatizza ogni minima rugosità a causa di ombre proiettate estremamente nette e definite.

La misurazione scientifica dell’illuminazione sul set richiede l’utilizzo di strumenti di precisione come l’esposimetro esterno che permette di valutare la luce incidente anziché quella riflessa evitando così le letture falsate che i sistemi di misurazione esposimetrica integrati nelle fotocamere compiono quando si trovano di fronte a sfondi particolarmente chiari o scuri. L’esposimetro a luce incidente dotato di calotta emisferica orientata verso l’obiettivo della fotocamera misura la quantità esatta di luce che investe il soggetto consentendo di stabilire con assoluta certezza il diaframma di lavoro ideale come ad esempio f/8 per ottenere la massima nitidezza ottica del sensore eliminando al contempo le aberrazioni sferiche tipiche delle aperture massime.

Attraverso questa rigorosa quantificazione dell’energia luminosa il fotografo può pianificare il rapporto di contrasto o lighting ratio tra la sorgente principale denominata key light e la sorgente di riempimento denominata fill light impostando intervalli precisi che determinano l’atmosfera psicologica dello scatto. Un rapporto di 2:1 indicherà una differenza di un solo stop tra le due aree producendo un’immagine morbida e rassicurante mentre un rapporto di 8:1 o superiore creerà un contrasto drammatico e marcato tipico delle produzioni a basso registro tonale dove il nero profondo diventa elemento compositivo strutturale e non semplice assenza di segnale. La calibrazione di questi parametri fisici rappresenta la base imprescindibile per l’applicazione consapevole di qualsiasi schema di illuminazione codificato dalla storia dell’arte e della fotografia.

Schema luci ritratto: come posizionare Rembrandt, loop e split

LA GEOMETRIA DELLA LUCE DI TAGLIO NELLO SCHEMA SPLIT

L’analisi dei singoli schemi di illuminazione deve necessariamente partire dalla configurazione più estrema e geometricamente rigorosa ovvero lo schema denominato split lighting o illuminazione a taglio netto. Questa tecnica prevede il posizionamento della sorgente principale a un angolo di esattamente 90 gradi rispetto all’asse ottico che unisce l’obiettivo della fotocamera al volto del soggetto ponendo l’illuminatore alla stessa altezza degli occhi di quest’ultimo. Dal punto di vista ottico e geometrico questa disposizione divide simmetricamente il viso in due emisferi perfetti uno completamente illuminato e l’altro interamente immerso nell’ombra proiettata dalla cresta ossea nasale e dalla struttura frontale.

L’impiego dello split lighting risponde a precise esigenze di modellazione volumetrica ed è particolarmente indicato per enfatizzare la forza espressiva di tratti somatici marcati o per ridurre visivamente la larghezza di un viso particolarmente tondo poiché dimezza letteralmente l’area visibile esposta alla luce principale. Tuttavia la sua corretta esecuzione richiede una precisione millimetrica nel posizionamento del soggetto che deve mantenere lo sguardo rivolto dritto verso l’ottica senza compiere micro-rotazioni del capo che altererebbero la simmetria del taglio luminoso. Se il soggetto ruota la testa anche solo di pochi gradi verso la sorgente l’ombra del naso non cadrà più lungo la linea mediana del volto ma si sposterà sulla guancia opposta rompendo l’effetto grafico della divisione netta.

Per ottenere il massimo controllo su questo schema si utilizza generalmente una sorgente di luce dura o moderatamente direzionata come un proiettore con lente di Fresnel o una parabola riflettente con griglia a nido d’ape da 20 gradi che limita la dispersione laterale dei fotoni impedendo alla luce di rimbalzare sulle pareti dello studio e di contaminare l’area d’ombra. Nel caso in cui si desideri mitigare la durezza intrinseca di questo schema senza distruggerne la struttura geometrica si può posizionare un pannello riflettente argentato o bianco sul lato in ombra ad una distanza calcolata per ottenere un rapporto di illuminazione controllato ma non invasivo.

Nello studio dei ritratti storici è possibile analizzare l’evoluzione di questa tecnica nell’opera di grandi maestri del Novecento che hanno sfruttato la divisione del volto per esplorare la dualità psicologica dei soggetti ritratti. Per approfondire l’evoluzione storica dei ritrattisti e l’analisi critica delle loro opere si consiglia di consultare le collezioni e i saggi della National Portrait Gallery dove sono conservati capolavori che mostrano l’applicazione di questa drammatica configurazione geometrica su figure chiave della cultura mondiale. L’accuratezza tecnica dello split lighting risiede proprio nella sua impietosa capacità di rivelare la tessitura cutanea e la struttura ossea rendendolo uno degli schemi più complessi da gestire dal punto di vista della messa a fuoco e dell’esposizione che deve essere calcolata con estrema attenzione sulle alte luci per evitare la saturazione del canale del bianco nel file RAW.

Schema luci ritratto: come posizionare Rembrandt, loop e split

IL CHIAROSCURO PITTORICO NELLA CONFIGURAZIONE REMBRANDT

Prendendo il nome dal celebre pittore fiammingo Rembrandt van Rijn che ne fece il fulcro della sua ricerca espressiva sulla tela questo schema di illuminazione rappresenta il perfetto connubio tra estetica classica e rigore tecnico fotografico. La caratteristica distintiva e non negoziabile dell’illuminazione Rembrandt è la presenza di un piccolo triangolo di luce sulla guancia del soggetto posizionata sul lato in ombra che deve avere una larghezza non superiore all’occhio sovrastante e una lunghezza che non deve superare la linea inferiore del naso. La fisica che sottende alla creazione di questa specifica figura geometrica luminosa richiede il posizionamento della key light a un angolo compreso tra i 45 gradi e i 60 gradi rispetto all’asse fotocamera-soggetto e sollevata di circa 45 gradi rispetto al piano degli occhi del soggetto stesso puntata verso il basso.

La genesi di questo triangolo luminoso è determinata dall’interazione tra l’ombra proiettata dal naso e l’ombra della guancia che si uniscono sul volto lasciando libera solo una porzione cutanea delimitata dallo zigomo dall’asse nasale e dall’orbita oculare inferiore. Se la sorgente viene posizionata troppo in alto l’ombra del naso si estenderà eccessivamente verso il basso coprendo completamente il labbro superiore mentre se la sorgente è troppo bassa il triangolo non si chiuderà lasciando la luce della guancia unita alla luce del resto del viso trasformando di fatto lo schema in un loop lighting. La gestione di questo confine è critica e richiede che il fotografo analizzi costantemente la fisionomia del soggetto che varia inevitabilmente da individuo a individuo a seconda della sporgenza del setto nasale e della profondità delle orbite oculari.

La qualità della luce ideale per un ritratto Rembrandt è storicamente morbida ma direzionale ottenibile attraverso l’uso di un softbox rettangolare di medie dimensioni dotato di griglia in tessuto per evitare la dispersione della luce sullo sfondo. Lo sfondo infatti deve rimanere visibilmente più scuro rispetto al soggetto per creare quell’effetto di separazione tonale e profondità tridimensionale tipico della pittura barocca. Per ottenere una misurazione impeccabile dell’esposizione si deve impostare la fotocamera in modalità di lettura spot misurando la zona di massima luminosità del triangolo sulla guancia e regolando il diaframma affinché questo valore si collochi circa una stop e mezzo sopra il grigio medio al fine di preservare tutti i dettagli della texture della pelle senza rischiare il clipping dei canali colore.

Dal punto di vista dell’esposizione si raccomanda l’utilizzo di tempi di scatto di sicurezza come 1/160s o superiori per prevenire il micromosso causato dai movimenti involontari del soggetto soprattutto quando si opera con lunghezze focali medio-tele come l’ottica da 85mm o 105mm che rappresentano gli standard indiscussi per questa tipologia di ritratto. Lo studio del chiaroscuro rembrandtiano ha radici profonde nella storia dell’arte ed è ampiamente documentato nei trattati di conservazione e catalogazione delle opere storiche accessibili anche online attraverso piattaforme accademiche e istituzioni museali come il Rijksmuseum che conserva le opere originali del maestro e offre risorse dettagliate sulla sua tecnica di stesura del colore e direzione della luce d’ambiente.

IL DISEGNO FLUIDO DEL LOOP LIGHTING E LE SUE VARIANTI

Lo schema denominato loop lighting rappresenta senza dubbio la configurazione più versatile e diffusa nella fotografia di ritratto commerciale ed editoriale grazie alla sua straordinaria capacità di adattarsi a quasi ogni conformazione fisionomica offrendo un perfetto equilibrio tra modellazione tridimensionale dei volumi e valorizzazione estetica dei lineamenti del soggetto. Questo schema si realizza posizionando la sorgente luminosa principale a un angolo di circa 30-45 gradi rispetto all’asse ottico della fotocamera e leggermente più in alto rispetto alla linea degli occhi del soggetto orientando il flusso luminoso verso il basso con un’inclinazione che solitamente si attesta intorno ai 30 gradi.

Il nome dello schema deriva direttamente dalla forma dell’ombra che si viene a creare sul volto del soggetto che assume l’aspetto di un piccolo anello o cappio (loop in lingua inglese) situato sulla guancia dal lato opposto alla sorgente luminosa. Quest’ombra generata dal naso si proietta verso il basso e lateralmente ma a differenza dello schema Rembrandt non deve mai congiungersi con l’ombra della guancia rimanendo separata e lasciando una chiara transizione di luce continua lungo l’asse dello zigomo e del volto. La precisione in questo caso risiede nel mantenere l’ombra del naso corta e sollevata impedendole di toccare l’angolo esterno della bocca il che creerebbe un effetto visivo sgradevole ed esteticamente penalizzante che invecchierebbe precocemente il viso del soggetto ritratto.

Per la realizzazione di un perfetto loop lighting si prediligono modificatori di luce di grandi dimensioni come gli ombrelli parabolici con foglio diffusore o i softbox ottagonali detti octabox aventi un diametro non inferiore a 120 centimetri. La scelta di un modificatore di tale portata consente di ottenere una luce estremamente avvolgente che genera ombre dai bordi molto sfumati e morbidi riducendo drasticamente il contrasto micro-locale e attenuando visivamente le rughe d’espressione o le imperfezioni cutanee del soggetto. Se si desidera dare una maggiore tridimensionalità allo schema senza alterarne la delicatezza di base si può inserire una seconda luce definita rim light o luce di contorno posizionata posteriormente al soggetto sul lato opposto alla sorgente principale con il compito di delineare la linea dei capelli e della spalla staccando fisicamente la figura dal fondo dello studio.

Schema luci ritratto: come posizionare Rembrandt, loop e split

La calibrazione del rapporto tra la luce principale e la luce di riempimento in questo schema si attesta solitamente su un valore di 3:1 o 4:1 facilmente controllabile tramite l’uso di un pannello riflettente in polistirolo bianco posizionato appena fuori dall’inquadratura sul lato in ombra del volto. L’ottimizzazione del segnale sul sensore della fotocamera in queste condizioni avviene impostando la sensibilità nominale dello strumento sul valore minimo di targa solitamente ISO 100 o ISO 64 al fine di massimizzare la gamma dinamica del file ed evitare l’insorgenza di rumore digitale nelle aree di transizione d’ombra che in questo schema occupano porzioni significative dell’immagine finale.

LA SIMMETRIA DELLA LUCE BUTTERFLY E LA VALORIZZAZIONE DELLA FORMA

Lo schema di illuminazione denominato butterfly lighting noto anche nel settore cinematografico e della moda come paramount lighting deve il suo nome alla caratteristica ombra a forma di farfalla che si proietta simmetricamente sotto il naso del soggetto. Questo schema incarna l’essenza stessa della simmetria applicata alla ritrattistica e si costruisce posizionando la sorgente luminosa principale direttamente in asse con la fotocamera e posizionata ad un’altezza notevole rispetto alla testa del soggetto inclinata verso il basso con un angolo che varia dai 45 gradi ai 60 gradi a seconda della profondità delle orbite oculari della persona ritratta.

La fisica dietro la configurazione butterfly è estremamente rigorosa poiché la luce provenendo dall’alto proietta l’ombra del naso in modo perfettamente verticale lungo il solco naso-labiale arrestandosi poco prima del labbro superiore del soggetto. Contemporaneamente questo posizionamento genera ombre marcate sotto gli zigomi che contribuiscono a snellire visivamente la struttura del volto ed enfatizza la linea della mascella rendendo questo schema il preferito in assoluto per la fotografia di bellezza e di cosmesi. Tuttavia presenta un limite intrinseco significativo legato alla fisionomia del soggetto se gli occhi sono particolarmente infossati la luce zenitale non riuscirà a penetrare all’interno delle orbite oculari lasciando lo sguardo completamente in ombra e privo del riflesso vitale denominato catchlight che conferisce espressività e profondità all’iride.

Per ovviare a questo problema strutturale e per ammorbidire le ombre sotto il mento e sotto il naso lo schema butterfly viene quasi sempre implementato nella configurazione avanzata denominata clamshell o a conchiglia. Questa tecnica prevede il posizionamento di una seconda sorgente luminosa o più comunemente di un pannello riflettente argentato sagomato a semiluna posto immediatamente sotto il petto del soggetto angolato a circa 45 gradi verso l’alto. Questo riflettore raccoglie la luce proveniente dalla sorgente principale sovrastante e la proietta nuovamente verso l’alto riempiendo delicatamente le ombre degli occhi del naso e del mento senza creare una seconda ombra proiettata e garantendo una luminosità diffusa e radiosa su tutto il volto del soggetto.

La sorgente principale ideale per questa configurazione è un beauty dish d’argento o bianco da 55 centimetri uno strumento progettato appositamente per concentrare la luce al centro con una caduta morbida verso i bordi ideale per esaltare il micro-contrasto e la texture del trucco e della pelle. L’esposizione deve essere misurata accuratamente sulla fronte e sugli zigomi impostando l’apertura del diaframma su valori intermedi come f/11 per garantire una profondità di campo sufficiente a mantenere nitida sia la punta del naso che i lobi delle orecchie del soggetto.

Lo sviluppo tecnico di questi modificatori dedicati alla bellezza ha subito un’accelerazione straordinaria grazie alla ricerca ingegneristica di marchi storici del settore fotografico le cui specifiche e test fisici di riflettanza dei materiali sono consultabili direttamente sulle pagine tecniche di produttori leader come Profoto che descrivono dettagliatamente il comportamento della luce emessa dai loro sistemi di modellazione professionali.

LA COMPOSIZIONE DELLO SPAZIO E LA GESTIONE DEL CONTRASTO SUL SET

Una volta appresi e padroneggiati i singoli schemi di illuminazione descritti nei capitoli precedenti il fotografo deve affrontare la sfida cruciale di integrare queste configurazioni geometriche all’interno di uno spazio tridimensionale reale gestendo le interazioni fisiche tra le diverse sorgenti luminose il soggetto e lo sfondo dello studio. Questa fase operativa richiede non solo un’estrema precisione nell’uso degli strumenti di misurazione ma anche una profonda comprensione della dinamica di registrazione dei sensori digitali e della cinematica del movimento all’interno dell’area di ripresa. La corretta disposizione degli elementi nello spazio si fonda sull’applicazione della legge dell’inverso del quadrato della distanza la quale stabilisce che l’intensità della luce irradiata da una sorgente puntiforme è inversamente proporzionale al quadrato della distanza dalla sorgente stessa.

I = \frac{P}{4\pi d^{2}}

Questa legge fisica fondamentale ha implicazioni pratiche devastanti sul set fotografico poiché determina la rapidità con cui la luce decade nello spazio e di conseguenza il livello di contrasto tra il soggetto e lo sfondo dell’immagine. Se posizioniamo la sorgente luminosa molto vicina al soggetto la differenza di distanza tra il soggetto e lo sfondo sarà percentualmente elevata e la luce decadrà rapidamente portando lo sfondo a risultare significativamente più scuro o completamente nero anche se di colore grigio chiaro. Al contrario se allontaniamo la sorgente dal soggetto e aumentiamo l’intensità della stessa per compensare la perdita di esposizione la variazione di distanza relativa tra soggetto e sfondo diminuirà drasticamente con il risultato che lo sfondo risulterà illuminato quasi quanto il soggetto riducendo la separazione tonale complessiva dello scatto.

La gestione del contrasto globale richiede l’uso combinato di bandiere tagcialuce o v-flat realizzati in materiale assorbente come il polistirolo nero o il velluto che vengono posizionati strategicamente ai lati del set per eliminare i riflessi parassiti che potrebbero provenire dalle pareti o dal soffitto dello studio fotografico. Questi pannelli assorbenti operano come veri e propri sottrattori di luce consentendo di definire con precisione assoluta il lato in ombra del volto del soggetto e mantenendo intatta la purezza del nero dello schema geometrico impostato.

Inoltre la scelta dello sfondo non è puramente estetica ma influenza direttamente la percezione visiva del contrasto dovuto al fenomeno dell’interazione cromatica e tonale per cui un medesimo tono di grigio apparirà visibilmente più chiaro se circondato dal nero e più scuro se accostato al bianco assoluto. Per approfondire gli aspetti percettivi e la teoria del contrasto legati alla resa delle immagini nel ritratto si rimanda alle pubblicazioni scientifiche disponibili su IEEE Xplore che analizzano l’elaborazione dei segnali visivi e la riproduzione del colore nei moderni sistemi di acquisizione digitale.

Durante la sessione di ripresa l’operatore deve monitorare costantemente l’istogramma visualizzato sullo schermo della fotocamera o sul monitor di servizio configurato per il tethering in tempo reale con software professionali di sviluppo del file negativo digitale come Capture One Pro. L’istogramma rappresenta graficamente la distribuzione dei toni nell’immagine e deve essere utilizzato per verificare che non vi siano perdite di dati nelle alte luci ovvero il temuto fenomeno del clipping che renderebbe irrecuperabili i dettagli della pelle del volto del soggetto né d’altro canto una sottoesposizione eccessiva che genererebbe rumore cromatico distruttivo nelle ombre più profonde in fase di post-produzione.

La calibrazione dell’esposizione deve mirare a posizionare l’incarnato all’interno della zona tonale corretta preservando al contempo la texture microscopica garantita dall’uso di ottiche a elevata risoluzione spaziale accoppiate a sensori privi di filtro passa-basso. La comprensione di queste dinamiche fisiche operative trasforma il posizionamento delle luci da un mero esercizio accademico a un processo creativo guidato da una logica scientifica ferrea e replicabile.

LA CALIBRAZIONE DEI MODIFICATORI E IL CONTROLLO COERENTE DELLA DIFFUSIONE

Il successo nell’applicazione pratica dei quattro schemi fondamentali risiede nella capacità di calibrare e modificare la qualità intrinseca della sorgente luminosa attraverso l’uso consapevole dei modificatori di luce. Un modificatore non si limita semplicemente ad attenuare l’intensità del flusso luminoso ma ne altera la struttura geometrica modificando la dimensione apparente della sorgente rispetto al soggetto. In fisica la dimensione della sorgente determina l’estensione della zona di penombra ovvero la transizione tra l’area di luce piena e l’ombra assoluta ed è questa transizione a definire la morbidezza visiva del ritratto.

Quando si lavora con un softbox ad esempio la luce prodotta dal tubo flash o dal LED integrato nell’illuminatore attraversa uno o più strati di materiale diffusore solitamente nylon trattato per garantire la neutralità cromatica senza alterare la temperatura colore della sorgente che deve attestarsi stabilmente intorno ai 5600 Kelvin equivalenti alla luce solare diurna media. La scelta tra un diffusore interno e uno esterno consente di modulare la distribuzione dell’intensità luminosa sulla superficie frontale del modificatore eliminando l’effetto hotspot ovvero il punto centrale di massima luminosità che creerebbe una luce disomogenea e difficile da gestire sul volto del soggetto.

Per ottenere un controllo ancora più rigoroso della direzione del flusso luminoso e impedire la contaminazione delle aree d’ombra si applicano le griglie a nido d’ape dette grid che limitano la dispersione laterale dei fotoni convogliandoli in un fascio parallelo e concentrato. L’uso della griglia trasforma un softbox di grandi dimensioni in una sorgente direzionale ma morbida un paradosso apparente che permette di illuminare selettivamente solo il volto del soggetto mantenendo lo sfondo completamente scuro anche in ambienti ristretti.

Nel caso in cui si utilizzi un beauty dish la calibrazione avviene tramite l’inserimento di un deflettore centrale che impedisce alla luce diretta della lampadina di raggiungere il soggetto costringendola a rimbalzare sulla parabola posteriore d’alluminio prima di fuoriuscire creando così un caratteristico fascio di luce concentrato ma privo della durezza tipica dei riflettori aperti.

Un altro fattore fondamentale da considerare è il calcolo della perdita di trasmissione luminosa causata dall’inserimento di questi modificatori sul percorso ottico della sorgente. Ogni strato di materiale diffusore introduce una perdita di intensità che solitamente varia da un minimo di mezzo stop fino a oltre due stop completi di esposizione e questa riduzione deve essere compensata aumentando la potenza dell’illuminatore tramite i controlli digitali della centralina di alimentazione espressi in frazioni di potenza o in valori decimali assoluti.

Il fotografo deve saper calibrare questa potenza in relazione al diaframma impostato sulla fotocamera garantendo la perfetta corrispondenza tra il valore misurato dall’esposimetro e il valore effettivo registrato dal sensore al momento dello scatto per mantenere la coerenza tonale desiderata. Per approfondire gli standard internazionali di calibrazione del colore e dell’esposizione fotografica si consiglia di consultare i documenti tecnici e le linee guida del ColorScience Association che definiscono le specifiche per una gestione del colore accurata e ripetibile in tutta la filiera produttiva dell’immagine digitale.

Fonti

  • National Portrait Gallery (London): Archivio storico e analisi critica del ritratto d’autore. National Portrait Gallery

  • Rijksmuseum (Amsterdam): Collezione e studi scientifici sulle tecniche pittoriche di chiaroscuro di Rembrandt van Rijn. Rijksmuseum

  • Profoto Technical Resources: Guide ingegneristiche sulla fisica dei modificatori di luce e sulla propagazione del flusso luminoso in studio. Profoto

  • IEEE Xplore Digital Library: Paper scientifici dedicati all’elaborazione del segnale visivo e alla riproduzione dell’incarnato nei sensori digitali. IEEE Xplore

  • International Color Consortium (ICC): Standard internazionali per la calibrazione e la gestione del profilo colore nei sistemi di acquisizione e stampa. Color Consortium

  • Adams, A. (1983): The Negative, New York Graphic Society. Trattato fondamentale sulla gestione del sistema zonale e sul controllo del contrasto in ripresa ed esposizione.

  • Hunter, F., Biver, S., & Fuqua, P. (2015): Light Science and Magic: An Introduction to Photographic Lighting, Focal Press. Il testo di riferimento per lo studio fisico dell’interazione tra luce e materia nel ritratto fotografico.

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