Il termine camera obscura fu coniato dal matematico e astronomo Johannes Kepler, che ne fece menzione nell’opera Paralipomena ad Vitellionem, pubblicata nel 1604. Con questa espressione si indicava un ambiente buio di dimensioni variabili: poteva trattarsi di una semplice scatola di legno oppure di una stanza di ampie proporzioni, accomunate da un elemento costruttivo essenziale, ovvero un piccolo foro stenopeico praticato su una delle pareti. Il termine stenopeico deriva dal greco stenòs, stretto, e opé, foro; una definizione che nella sua concisione racchiude già tutta la logica del dispositivo. Non era la grandezza dell’apertura a fare la differenza, ma la sua estrema piccolezza: un paradosso apparente che affascinò per secoli chiunque vi si avvicinasse.
Il principio ottico alla base della camera obscura è di una semplicità quasi ingannevole. I raggi luminosi provenienti da oggetti esterni, passando attraverso il foro stenopeico, si incrociano nel punto di ingresso e proiettano sulla parete opposta un’immagine capovolta degli oggetti stessi, speculare sia verticalmente che orizzontalmente. Il motivo di questo capovolgimento risiede nella natura rettilinea della propagazione della luce: i raggi provenienti dalla parte superiore di un oggetto viaggiano in linea retta verso il basso dopo aver attraversato il foro, mentre quelli provenienti dalla parte inferiore si dirigono verso l’alto, producendo inevitabilmente un’immagine rovesciata. Questo fenomeno, che ai primi osservatori dovette sembrare quasi magico, è in realtà la conseguenza diretta di una delle proprietà più fondamentali della fisica ottica.
La relazione tra la dimensione del foro e la qualità dell’immagine proiettata costituisce uno degli aspetti più delicati e interessanti del dispositivo. Tanto più piccolo è il foro stenopeico, tanto più nitida e definita risulta l’immagine proiettata sulla parete opposta; al contrario, allargando l’apertura per guadagnare luminosità, l’immagine perde progressivamente definizione, fino a diventare una macchia indistinta di luce e colore. Questo compromesso fondamentale tra nitidezza e luminosità non è un problema tecnico secondario: è una tensione strutturale che accompagnerà tutta la storia della fotografia, dalla camera obscura alle moderne ottiche digitali, dal foro stenopeico ai diaframmi delle reflex contemporanee. Ogni generazione di tecnici e artisti ha cercato, a modo proprio, di trovare un equilibrio tra questi due poli opposti; e ogni soluzione trovata ha aperto nuove possibilità espressive e tecniche, spingendo il mezzo un passo più avanti verso ciò che sarebbe poi diventata la fotografia moderna.
Vale la pena soffermarsi anche sulle dimensioni fisiche del dispositivo, perché esse rivelano quanto la camera obscura fosse, fin dalle origini, uno strumento straordinariamente versatile. Nella sua forma più elementare era una scatola di legno di dimensioni ridotte, maneggevole e trasportabile, con il foro stenopeico su un lato e una superficie di proiezione sul lato opposto. Ma poteva anche essere una stanza vera e propria, le cui pareti, porte e finestre venivano oscurate con cura, lasciando filtrare la luce esterna attraverso un unico piccolo foro praticato in una persiana o in una parete. In questo secondo caso l’immagine del mondo esterno si proiettava sull’intera parete di fronte, con dimensioni considerevoli e una fedeltà cromatica sorprendente. Questa duplice natura, al tempo stesso strumento tascabile e stanza immersiva, conferiva alla camera obscura una flessibilità di utilizzo che nessun altro dispositivo dell’epoca poteva vantare, e spiegava in parte la sua straordinaria diffusione tra categorie di utenti molto diverse tra loro: astronomi, pittori, geografi, naturalisti e semplici curiosi.

Il Rinascimento e la Sistematizzazione
Fu nel clima intellettuale del Rinascimento europeo che la camera obscura smise di essere un fenomeno da osservare e divenne uno strumento da costruire, perfezionare e usare. La stagione rinascimentale portò con sé una nuova attitudine verso il sapere: la conoscenza non era più fine a sé stessa, ma doveva tradursi in tecnica, in pratica, in risultato visibile. In questo contesto, il principio ottico descritto per secoli da filosofi e studiosi trovò finalmente una forma concreta, e la camera obscura si impose come uno degli strumenti più discussi e contesi dell’epoca, al crocevia tra scienza, arte e, talvolta, superstizione.
Leonardo da Vinci (1452–1519) fu tra i primi a sistematizzare in modo rigoroso il funzionamento del dispositivo. Nei suoi celebri taccuini, e in particolare nel Codice Atlantico, egli descrisse con una precisione straordinaria il fenomeno della proiezione luminosa attraverso un foro stenopeico. Le sue parole meritano di essere riportate direttamente, poiché costituiscono uno dei documenti più eloquenti dell’intera storia dell’ottica rinascimentale: “La sperientia che mostra come li obbietti mandino le loro spetie over similitudini intersegate dentro all’ochio nello umore albugino si dimostra quando per alcuno piccolo spiraculo rotondo penetrano le spetie delli obbietti alluminati in abitatione fortemente oscura; allora tu riceverai tale spetie in una carta bianca posta dentro a tale abitatione alquanto vicina a esso spiraculo e vedrai tutti li predetti obbietti in essa carta colle lor propie figure e colori, ma saran minori e fieno sotto sopra per causa della detta intersegatione.” Per Leonardo la camera obscura non era soltanto uno strumento ottico: era una metafora del funzionamento dell’occhio umano, un modello fisico della percezione visiva. Egli la utilizzò per spiegare l’inversione delle immagini nel campo visivo e per descrivere il funzionamento della pupilla, tecnicamente analoga al foro stenopeico per il modo in cui regola l’ingresso della luce.
Nello stesso arco temporale, il veneziano Daniel Barbaro fornì una delle descrizioni più vivide e immediate dell’utilizzo pratico del dispositivo, in una prosa che ancora oggi conserva una freschezza notevole: “Chiudi tutte le persiane e le porte fino a che nessuna luce entri nella macchina fotografica se non attraverso l’obiettivo, e di fronte tieni un pezzo di carta, che muovi avanti e indietro fino a che la scena appare nel dettaglio più nitido. Lì sulla carta vedrai l’intero panorama come è realmente, con le sue distanze, i suoi colori e le ombre e il movimento, le nuvole, l’acqua che scintilla, gli uccelli che volano.” La descrizione di Barbaro è significativa non solo per la sua precisione tecnica, ma anche per il tono meravigliato con cui egli racconta l’esperienza visiva: la camera obscura non era ancora uno strumento neutro e familiare, ma qualcosa che suscitava stupore genuino in chi vi si avvicinava per la prima volta.
Il monaco benedettino Francesco Maurolico, nella sua opera Photismi de lumine et umbra realizzata nel 1521, fornì una delle prime descrizioni scientifiche del funzionamento dell’occhio umano mettendolo esplicitamente in relazione con la camera obscura, contribuendo a costruire quel ponte concettuale tra ottica fisiologica e ottica strumentale che avrebbe avuto importanti sviluppi nei secoli successivi. Sul fronte della codificazione tecnica, fu invece il matematico olandese Rainer Frisius a disegnare per primo la camera obscura nel 1544, consegnando alla storia una rappresentazione grafica del dispositivo che ne rendeva il funzionamento comprensibile anche a chi non avesse familiarità con la letteratura scientifica dell’epoca.
La vera svolta tecnologica arrivò però a metà del XVI secolo, quando si cominciò a intervenire sul dispositivo non più solo per descriverlo, ma per migliorarlo. Nel 1550, il medico e matematico Girolamo Cardano applicò per primo una lente biconvessa dinanzi al foro stenopeico: l’effetto fu immediato e sorprendente, poiché l’immagine proiettata guadagnava in nitidezza e luminosità in modo simultaneo, superando in parte il compromesso che aveva caratterizzato il dispositivo fino ad allora. Qualche anno dopo, nel 1569, fu nuovamente Daniel Barbaro a introdurre un diaframma di dimensioni inferiori a quelle della lente, al fine di migliorare ulteriormente la qualità dell’immagine riflessa; un principio che, nelle sue linee essenziali, sopravvive intatto nelle ottiche fotografiche moderne. Fu infine Giovanni Battista della Porta a raccogliere e sistematizzare tutti questi progressi nel suo Magiae Naturalis, pubblicato nel 1558 e ampliato nel 1589: un’opera che descrisse un apparecchio dotato di lente per rendere le immagini più nitide e di uno specchio concavo per raddrizzarle, anticipando in modo sorprendente il principio delle moderne fotocamere reflex, nelle quali un sistema di specchi e prismi consente di osservare l’immagine diritta attraverso il mirino. Il Magiae Naturalis divenne rapidamente il testo di riferimento per scienziati, artisti e, come si vedrà, anche per qualche mago di troppo; la sua diffusione capillare sancì definitivamente l’ingresso della camera obscura nel patrimonio culturale e tecnico dell’Europa rinascimentale.

La Camera Obscura e i Pittori
L’ingresso della camera obscura nel mondo della pittura fu graduale, discreto e, per lungo tempo, deliberatamente taciuto. Gli artisti che cominciarono a servirsi del dispositivo come ausilio per le loro composizioni si trovavano in una posizione scomoda: da un lato, la camera obscura offriva vantaggi pratici enormi in termini di precisione prospettica e fedeltà cromatica; dall’altro, ammettere il suo utilizzo equivaleva, nell’immaginario dell’epoca, a sminuire il proprio talento artistico e a sfiorare pericolosamente il territorio dell’occulto. Fu proprio Giovanni Battista della Porta a contribuire involontariamente a questa associazione sinistra: egli costruì una camera obscura di grandi dimensioni nella quale fece accomodare i propri ospiti, avendo predisposto che un gruppo di attori si esibisse all’esterno affinché i visitatori potessero osservarne le immagini proiettate sulla parete interna. Il risultato fu catastrofico: la vista delle figure recitate capovolte e in movimento generò un panico collettivo tra gli spettatori, e della Porta fu trascinato in tribunale con l’accusa di stregoneria. L’episodio, al di là della sua dimensione aneddotica, rivela quanto il confine tra scienza e magia fosse, nel XVI secolo, ancora estremamente permeabile nella percezione comune.
Nonostante questo alone di diffidenza, o forse proprio per la sua capacità di produrre immagini di una fedeltà quasi soprannaturale, la camera obscura divenne uno strumento di lavoro largamente adottato tra i pittori dei secoli successivi. Pochi, però, avrebbero mai ammesso pubblicamente di farne uso: la reputazione artistica si costruiva sull’abilità manuale e sulla visione creativa, non sull’ausilio di dispositivi meccanici. Il silenzio attorno all’uso della camera obscura è dunque, paradossalmente, una delle prove più eloquenti della sua diffusione: si tace ciò che si usa, non ciò che si ignora. Tra i casi più documentati e discussi dalla critica storica vi è quello di Jan Vermeer (1632–1675), la cui padronanza nella resa della luce, dei riflessi e delle texture ha spinto generazioni di studiosi a ipotizzare un uso sistematico del dispositivo; la perfezione quasi fotografica delle sue composizioni, la gestione millimetrica delle sfumature luminose e la coerenza ottica delle sue scene interne difficilmente trovano spiegazione senza qualche forma di ausilio strumentale.
Ancor più dibattuto è il caso di Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571–1610), attorno al quale si sono accumulate nel tempo prove circostanziali di notevole interesse. L’assenza quasi totale di schizzi preparatori e bozzetti nella sua produzione documentata è già di per sé un’anomalia significativa per un pittore della sua epoca; a questo si aggiunge il fatto che molti dei suoi soggetti mostrano una lateralità invertita, con personaggi che impugnano oggetti con la mano sinistra in misura statisticamente anomala rispetto alla popolazione dell’epoca, esattamente come ci si aspetterebbe da figure tracciate a partire da un’immagine speculare. Lo sfondo profondamente oscuro che caratterizza la sua maniera pittorica, tecnicamente noto come tenebrismo, potrebbe inoltre trovare una spiegazione pratica nella necessità di lavorare in un ambiente quasi completamente buio, condizione indispensabile per il corretto funzionamento di una camera obscura. Alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che Caravaggio utilizzasse sostanze chimiche fotosensibili per fissare temporaneamente l’immagine proiettata sulla tela, al fine di poterne abbozzare i contorni prima di completare il dipinto in un ambiente diverso e con luce naturale; un’ipotesi affascinante che, se confermata, collocherebbe Caravaggio come un precursore involontario della fotografia chimica, oltre due secoli prima di Nicéphore Niépce.
Tra i casi meno controversi, quello di Giovanni Antonio Canal, universalmente noto come Canaletto (1697–1768), è probabilmente il più documentato. Le sue vedute veneziane mostrano una precisione prospettica e una coerenza geometrica talmente rigorose da rendere quasi certa, secondo la maggioranza degli storici dell’arte, l’adozione sistematica della camera obscura come strumento di lavoro. Lo stesso vale per Joshua Reynolds (1723–1792), membro fondatore e primo presidente della Royal Academy di Londra, e per Paul Sandby (1725–1809), anch’egli tra i fondatori della stessa istituzione: entrambi si servirono del dispositivo senza che ciò interferisse con il riconoscimento della loro eccellenza artistica, a testimonianza del fatto che, almeno nel XVIII secolo avanzato, l’uso della camera obscura aveva progressivamente perso parte del suo stigma. La pittura e la proiezione ottica non erano più percepite come antagoniste: erano diventate, silenziosamente, complici.

L’Evoluzione Tecnica
La camera obscura, nel corso del XVII secolo, cessò di essere un dispositivo artigianale e occasionale per diventare uno strumento sempre più raffinato, oggetto di attenzione sistematica da parte di scienziati e costruttori di strumenti ottici. I miglioramenti si succedettero con ritmo crescente, ciascuno introducendo un elemento nuovo che ampliava le possibilità del dispositivo e ne estendeva il campo di applicazione. Fu un processo cumulativo, nel quale ogni innovazione si appoggiava alle precedenti e preparava il terreno per quelle successive, con una logica che ricorda da vicino quella dello sviluppo tecnologico moderno.
Nel 1646 il gesuita Athanasius Kircher e il fisico olandese Christiaan Huygens realizzarono una camera obscura di dimensioni straordinariamente ampie, progettata per essere pieghevole e trasportabile pur essendo in grado di ospitare comodamente più di una persona al proprio interno. Si trattava di un passo significativo verso la democratizzazione del dispositivo: non più soltanto uno strumento da laboratorio o da studio privato, ma un apparecchio che poteva essere portato sul campo, utilizzato all’aperto, condiviso tra più osservatori contemporaneamente. Lo stesso Kircher, figura poliedrica e instancabile sperimentatore, è ricordato anche per l’invenzione della lanterna magica, il primo proiettore della storia, che condivideva con la camera obscura la logica fondamentale della proiezione luminosa su una superficie, invertendone però il senso: non più il mondo esterno proiettato verso l’interno, ma un’immagine interna proiettata verso l’esterno. Il filosofo olandese Constantijn Huygens, testimone entusiasta delle potenzialità del dispositivo, descrisse l’immagine prodotta dalla camera obscura come “la vita stessa, qualcosa di così raffinato che le parole non possono dire”; una frase che, nella sua semplicità, cattura meglio di qualsiasi trattato tecnico l’impatto emotivo che il dispositivo produceva su chi lo osservava per la prima volta.
L’innovazione successiva si deve al gesuita Kaspar Schott (1608–1666), che nel 1657 introdusse nella camera obscura un sistema di messa a fuoco variabile: realizzò in pratica due scatole sovrapposte, di cui una scorreva all’interno dell’altra. Muovendo avanti e indietro la scatola interna rispetto a quella esterna, era possibile modificare la distanza tra il foro stenopeico e la superficie di proiezione, regolando così la messa a fuoco dell’immagine in funzione della distanza del soggetto. Un principio meccanico elementare nella sua concezione, ma di portata enorme nelle sue conseguenze pratiche: per la prima volta era possibile ottenere immagini nitide di soggetti posti a distanze diverse senza dover modificare il dispositivo o ricorrere ad accorgimenti improvvisati. La Lochkamera di Schott, come venne chiamata, rappresenta un momento di svolta nella storia della camera obscura e un antecedente diretto del meccanismo di messa a fuoco delle moderne macchine fotografiche.
Il 1685 segnò un ulteriore progresso decisivo, con il contributo del matematico tedesco Johann Zahn: egli applicò all’interno della camera obscura uno specchio inclinato a 45° rispetto alla parete opposta al foro stenopeico, e posizionò sulla sommità del dispositivo un vetro smerigliato che riceveva l’immagine riflessa dallo specchio. Il risultato fu che l’immagine proiettata, anziché apparire capovolta sulla parete frontale, si presentava diritta sulla superficie superiore del dispositivo, consentendo ai pittori di appoggiarvi direttamente la tela e di tracciarne i contorni con comodità, seduti e con piena libertà di movimento. Questo schema ottico, specchio inclinato a 45° e superficie di visione orizzontale, è esattamente il principio su cui si basano le moderne fotocamere reflex, nelle quali un pentaprisma o uno specchio mobile assolvono la stessa funzione immaginata da Zahn tre secoli prima.
Il percorso evolutivo della camera obscura si chiuse idealmente nei primi anni del XIX secolo con l’invenzione della camera lucida da parte del fisico inglese William Hyde Wollaston nel 1807. A differenza della camera obscura, che richiedeva un ambiente oscurato e una superficie di proiezione, la camera lucida era un dispositivo compatto e portatile, basato su un prisma e un obiettivo montati su un supporto regolabile: il disegnatore poteva fissare un oggetto distante sovrapposto otticamente alla carta da disegno, tracciandone i contorni con precisione senza la necessità di alcun oscuramento. Era, in sostanza, una versione miniaturizzata e semplificata del principio della proiezione ottica, pensata per un uso rapido e quotidiano. La camera lucida ebbe una diffusione enorme tra artisti e viaggiatori nei decenni successivi alla sua invenzione; e non è privo di significato il fatto che essa compariva sulla scena storica esattamente nel momento in cui la ricerca chimica stava per rendere possibile la fissazione permanente dell’immagine proiettata. I due filoni, quello ottico e quello chimico, si stavano avvicinando inesorabilmente, e la fotografia era ormai a pochi decenni di distanza.

Verso la Fotografia
La camera obscura aveva percorso, nel corso di quasi tre secoli, una traiettoria straordinaria: da fenomeno osservato occasionalmente a strumento codificato, da dispositivo artigianale a macchina ottica raffinata, da curiosità filosofica ad ausilio indispensabile per artisti e scienziati. Eppure, nonostante tutta la sua evoluzione tecnica, essa continuava a scontare un limite fondamentale e insuperabile: l’immagine che proiettava era effimera. Durava il tempo dell’esposizione alla luce, poi svaniva senza lasciare traccia. Chiunque volesse conservarla doveva ricorrere alla mano di un disegnatore, con tutto ciò che questo comportava in termini di tempo, abilità e inevitabile interpretazione soggettiva. La camera obscura mostrava il mondo con una fedeltà stupefacente, ma non poteva trattenerlo.
Questa consapevolezza cominciò a farsi strada con crescente urgenza nei primi decenni del XIX secolo, alimentata da una domanda apparentemente semplice ma carica di implicazioni rivoluzionarie: era possibile fissare in modo permanente l’immagine proiettata dalla camera obscura, senza l’intervento della mano umana? La domanda non era nuova; ciò che era nuovo era la disponibilità di strumenti chimici sufficientemente avanzati per tentare una risposta concreta. La scoperta medievale del cloruro d’argento e la sua sensibilità alla luce avevano aperto, secoli prima, uno spiraglio verso questa possibilità; ma erano rimaste per lungo tempo una curiosità isolata, priva di connessioni con il mondo dell’ottica. Fu solo quando i due filoni di ricerca, quello ottico incarnato dalla camera obscura e quello chimico incarnato dai composti fotosensibili, cominciarono a essere pensati insieme che la fotografia divenne non più una fantasia, ma un problema tecnico risolvibile.
Non è un caso che proprio in questo periodo compaia la figura visionaria di Tiphaigne de la Roche, il quale nel suo romanzo fantastico Giphantie del 1760 aveva immaginato una tela in grado di trattenere le immagini trasmesse dalla luce: una profezia letteraria che, con il senno di poi, appare quasi sconcertante nella sua precisione concettuale. La cultura del XVIII secolo stava elaborando, attraverso la fantasia e la speculazione, ciò che la scienza del XIX secolo avrebbe realizzato concretamente. Gli strumenti erano quasi tutti disponibili; mancava soltanto qualcuno disposto a mettere insieme i pezzi con la pazienza, la visione e la testardaggine necessarie. Quei qualcuno avrebbero avuto un nome: Nicéphore Niépce, Louis Daguerre e William Henry Fox Talbot.
Principio di funzionamento
La camera oscura illustra il principio ottico della propagazione rettilinea della luce. Ogni punto luminoso dell’esterno emette raggi diretti che, attraversando il foro stenopeico, raggiungono l’inverso corrispondente sul piano interno.. In pratica ogni raggio che passa per il foro forma sull’altro lato un punto corrispondente dell’oggetto: ne deriva un’immagine complessiva capovolta. Il piccolo foro stenopeico funge da diaframma naturale. Confori minuti l’immagine è nitida ma debole; allargandolo l’immagine si illumina ma si sfoca (perché più raggi divergenti entrano).. Anche l’antica osservazione di Ibn al-Haytham conferma questo: egli spiegò che solo un foro molto stretto proietta la forma di mezzaluna dell’eclisse, mentre fori più ampi producono immagini sempre più sfuocate e circolar.
In sintesi, caratteristiche chiave:
L’immagine interna appare ribaltata, esattamente come avviene all’interno dell’occhio umano (sia l’immagine visiva che l’utente può ottenere sulla retina).
Le dimensioni dell’apertura determinano luminosità e nitidezza: piccolo foro = alta nitidezza, bassa luminosità; foro grande = immagine luminosa ma meno definita.
È possibile migliorare l’immagine aggiungendo lenti (per aumentare la luce e focalizzare) e specchi (per raddrizzare l’immagine).
Innovazioni chiave (breve elenco)
- 400 a.C. – Mozi (cinese) osserva l’immagine capovolta attraverso un foro.
- IV sec. a.C. – Aristotele indaga le proiezioni solari tramite ombre e fori.
- XI sec. – Alhazen (Ibn al-Haytham) descrive dettagliatamente le immagini solari durante l’eclissi.
- 1515 – Leonardo da Vinci documenta l’uso di una camera oscura con lente nel Codice Atlantico.
- 1550 – Girolamo Cardano introduce la lente convessa per migliorare la nitidezza.
- 1558-1569 – Giovanni Battista Della Porta e Daniel Barbaro introducono specchi e diaframmi nei loro modelli.
- 1604 – Keplero conia il termine camera obscura e realizza modelli portatili per studi astronomici.
- 1657 – Kaspar Schott perfeziona la messa a fuoco (due casse scorrevoli) in un modello sperimentale.
- 1685 – Johann Zahn progetta la prima camera oscura reflex con specchio e vetro smerigliato (modello per pittori).
- 1807 – William Wollaston inventa la camera lucida, un dispositivo ottico con prisma per agevolare il disegno (concettualmente affine alla camera oscura).
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Aggiornato Maggio 2026
Mi chiamo Donatella Colantuono, ho 29 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, nata tra le aule universitarie e cresciuta attraverso studi accademici in Storia dell’arte e Beni culturali. Dopo una laurea magistrale con tesi incentrata sulla fotografia del secondo Novecento, ho deciso di dedicare il mio percorso alla divulgazione critica del medium fotografico in tutte le sue dimensioni, dalla storia alle tecnologie contemporanee. Su storiadellafotografia.com mi occupo della storia della fotografia nelle sue fasi fondamentali: dalle origini ottocentesche fino alle trasformazioni del Novecento e alla rivoluzione digitale dei nostri giorni, con particolare attenzione ai contesti culturali e sociali che hanno determinato l’evoluzione del linguaggio fotografico. Curo gli approfondimenti sulle ottiche e sulle attrezzature fotografiche, perché credere che la storia della fotografia sia separabile dalla storia degli strumenti che l’hanno resa possibile sarebbe un errore: ogni obiettivo, ogni corpo macchina, ogni innovazione tecnica ha aperto possibilità visive nuove che i fotografi hanno poi trasformato in linguaggio. Mi occupo inoltre di fotografia digitale, analizzando come la transizione dal digitale all’analogico abbia trasformato non solo la tecnica ma il modo stesso di concepire, produrre e distribuire le immagini. Il mio approccio resta quello della ricercatrice: rigore storico e chiarezza espositiva, per rendere accessibile anche agli appassionati non specialisti la profondità di un medium che ha cambiato il modo in cui il mondo si vede e si racconta.


