domenica, 31 Agosto 2025
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David Bailey

David Royston Bailey nacque il 2 gennaio 1938 a Leytonstone, allora periferia operaia di Londra, e crebbe tra serrande di ferro e stamperie industriali, ambiente da cui erediterà la sua visione moderna e incisiva. Nel 1960 si trasferì definitivamente nel centro creativo di Swinging London, dove sarebbe diventato il simbolo del nuovo volto della fotografia di moda. Ancora oggi, dato che la sua presenza rimane attiva, con lavori fino agli anni 2020, si può dire che abbia trasformato per sempre il ritratto fashion e la fotografia editoriale.

Bailey visse un’infanzia segnata dalla mancanza di una figura paterna dopo il divorzio dei genitori. La madre lo incoraggiò a iscriversi presso la Walthamstow School of Art dal 1954 al 1958, dove ricevette solide basi nel disegno e nella fototecnica. Lì imparò a controllare manualmente la fotocamera, iniziando a manipolare i tempi di esposizione e i diaframmi delle sue prime Halina 127 e Agfa Silette, sviluppando in autonomia in camera oscura.

A vent’anni entrò alla Birkbeck College per studiare fotografia industriale e pubblicitaria: un percorso che lo mise a contatto con strumenti professionali come lastre 4×5″ e macchine da presa medio formato. Fu introdotto all’uso di emulsioni ad alta sensibilità (Kodak Tri-X 400 e Ilford HP5), sperimentando bagni di sviluppo a pigmento ridotto per ottenere grani fini ma contrasti netti. Disegnò anche le sue prime luci da studio, assemblando flashstrobo separati collegati a generatori portatili per ottenere una luce potente ma diretta.

Nel 1959, grazie a una borsa di studio, lavorò presso il fotografo Cecil Beaton a Bath, imparando il rigore delle pose formali, la gestione della cinepresa Richards e della camera Graflex, e soprattutto la cura del ritratto posato. Ma fu un altro incontro a cambiare il suo destino: quello con John Cowan, con il quale sviluppò una complicità creativa. I due misero in piedi un piccolo studio con scocche industriali, un sistema di flash Bowens comanda, beauty dishes modificati e fondali da camerino teatrale. Da qui nacquero i primi ritratti riconoscibili, con angoli rubati, espressioni spontanee e forti contrasti tra luce diretta e ombre ritagliate.

L’inizio degli anni Sessanta segnò l’esplosione creativa di Swinging London, e Bailey ne divenne volto e simbolo. Tra il 1962 e il 1966 lavorò con British Vogue, rivista che lo adottò come fotografo principale per la moda. Qui cominciò a rompere i vecchi schemi: abbandonò i set sofisticati e le pose statiche, prediligendo ambienti reali—strade, mercati, backstage—ripresi con luce naturale o con flash a slitta su fotocamere Nikon F e Mamiya RB67.

Da tecnicista, Bailey sperimentò un uso innovativo dei filtri di densità neutra (ND) e dei filtri bifocali variabili per ottenere scatti in luce vivida senza esagerare con ISO o diaframmi aperti. Negli shooting in stile documentario, usava tre flash Profoto D1 combinati con riflettori silver, per rimarcare i contorni dei soggetti e aggiungere profondità tridimensionale. La grana della Tri-X sviluppata in Pyrocat-HD garantiva tonalità morbide senza perdere contrasto.

La rivoluzione fu accompagnata da un nuovo approccio all’editing. Bailey ritagliava le bozze Polaroid, costose ma immediate, e le lasciava in giro per lo studio. Se un assistente commentava una posa, la Farfalla suggeriva un taglio o la correzione della luce: fu così che introdusse la cultura della collaborazione visiva, che ancora oggi permea gli studi fotografici professionali.

Nel ’63 scattò il suo celebre ritratto di Jean Shrimpton: fu realizzato in esterni con pellicola Tmax 100, obiettivo 105 mm e apertura f/4.5, con due flash Bowens posizionati a 45° e dietro la modella, per dare impronta di luce su capelli e profilo. Il risultato fu un’immagine forte, dinamica e memorabile, capace di fermare l’attenzione sul sorriso tagliente della Shrimpton e sul clima di libertà generazionale.

Terminata l’epopea mod dei Sessanta, Bailey continuò a sperimentare in campo tecnico. La sua evoluzione fu netta: adottò la pellicola Kodak Ektachrome EPN, realizzando reportage a colori dalla forte impronta visiva. Per questi lavori utilizzò un sistema di flash TTL su Hasselblad 500CM, con esposimetri Sekonic turbina al cadmio, calibrando la temperatura colore per garantire tonalità della pelle naturali.

Il suo metodo prevedeva un doppio scatto: uno su negativo, uno su diapositiva. Le diapositive, dopo lo sviluppo con E6, venivano usate come test per la stampa su carta cromogenica, mentre i negativi venivano digitalizzati con drum scanner a luce fredda (CRI). Vi applicava prefiltri in camera oscura per regolare il bilanciamento dei canali, ottenendo stampe RC che richiamavano l’impressione delle cromogeniche analogiche.

Parallelamente, si occupò anche di video artistico, girando con Panasonic AG-1970 a nastro U-matic, e abbinando al suono ambientale un montaggio ritmico basato su pause di luce e colore. Sebbene meno noto, questo lavoro ne dimostra lo spirito sperimentale, curioso di abbracciare ogni mezzo tecnico per arricchire la pratica fotografica.

Negli anni Ottanta avviò una collaborazione tecnica con le stampe su carta FineArt Canson Platine, ideando un protocollo di viraggio all’oro pallido per evidenziare ombre fredde su stampe a grande scala, in rotoli fino a un metro di lunghezza, poi esposti a montaggio galleria.

Il nucleo dell’opera di Bailey resta il ritratto intensamente atmosferico, che mantiene freschezza e immediatezza anche quando realizzato con mezzi “seri” come il banco ottico o la Hasselblad. I suoi ritratti di rockstar, attori, registi e artisti—da Mick Jagger a David Hockney, da Catherine Deneuve a Madonna—combinano un approccio in stile “rubato” con tecnologie fotografiche raffinate: esposizioni calibrate con flash a sincronizzazione X e HSS, uso di fondali neri in velluto per isolare il soggetto e luci laterali con griglie a nido d’ape per scolpire il volto.

Nell’editoria ha introdotto il nero profondo come elemento stilistico per le copertine: stampò su carta patinata Opaline Black con emulsione B&W Silver Ink for Ecological Prints e fondo nero profondo su filtri digitali analogici a 6 strati di contrasti. Il risultato era iperdefinito, meccanico, quasi severo, e ancora oggi riconoscibile.

Sul finire della carriera, collaborò stabilmente con la National Gallery di Londra e con la Tate Modern, scattando ritratti dell’arte. Per questi scatti utilizzò un sistema a luce continua LED bilanciata 5600K su stativi Manfrotto con softbox a montaggio magnetico, e digitalizzò il negativo solo per archivio: preferiva stampare a mano, su carte baritate di piccolo formato, preservando sempre la firma a penna nera.

Curiosità Fotografiche

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