Pochi obiettivi hanno attraversato centovent’anni di fotografia cambiando pelle senza perdere il nome. Il Planar di Carl Zeiss nasce a Jena nel 1896 dal lavoro di Paul Rudolph, un matematico e ottico che con Ernst Abbe aveva imparato a calcolare le lenti prima ancora di disegnarle. Lo schema ottico a sei elementi disposti in modo simmetrico attorno al diaframma sembrava, all’inizio, una soluzione elegante ma poco fortunata. Costava più del Tessar, pesava di più e soffriva i riflessi interni in un’epoca senza trattamenti antiriflesso. Poi sono arrivati i vetri nuovi, i rivestimenti di Alexander Smakula e il medio formato, e quella famiglia di formule ha finito per dare corpo a una larga parte dei normali luminosi che si sono montati su fotocamere professionali e amatoriali. Questo articolo ricostruisce la storia del Planar su fonti verificabili, distingue ciò che è documentato da ciò che circola per sentito dire e segue l’obiettivo fino agli impieghi odierni, dalla fotografia astronomica al cinema digitale.
In Sintesi
- Il Planar è stato progettato da Paul Rudolph presso Carl Zeiss a Jena: il brevetto è della fine del 1896 e la vendita parte nel 1897.
- L’impianto originale ha sei elementi in quattro gruppi, con due coppie di lenti incollate ai lati del diaframma, ed è un obiettivo di tipo Gauss doppio.
- All’inizio ebbe successo modesto: era più caro e pesante del Tessar (1902) e soffriva i riflessi, perché non esistevano ancora trattamenti antiriflesso.
- Il rivestimento antiriflesso di Alexander Smakula (1935), diffuso dopo la guerra, e i vetri al lantanio della fine degli anni Cinquanta ne hanno liberato il potenziale.
- Dopo la divisione di Zeiss il nome Planar è rimasto a Oberkochen, mentre Jena usava Biotar e Biometar; da lì discendono gli obiettivi per Rollei, Hasselblad, Contarex e Contax.
- Il Planar 0.7/50 del 1966, costruito in dieci esemplari, è il caso più celebre; l’Otus 55 mm porta in realtà la denominazione Distagon.
Paul Rudolph, l’uomo del calcolo ottico
Paul Rudolph nasce a Kahla, in Turingia, il 14 novembre 1858. Studia matematica e fisica a Monaco, Lipsia e Jena e a Jena lavora come assistente di Ernst Abbe, il fisico che con Carl Zeiss aveva trasformato l’ottica da mestiere a scienza. Si laurea nel 1884 e nel 1886, su raccomandazione di Abbe, entra alla Carl Zeiss come calcolatore ottico. Partecipa alla messa a punto degli obiettivi apocromatici per microscopio e al calcolo dei binocoli con campo più ampio. Dal 1888 si dedica agli obiettivi fotografici.
Il suo curriculum fotografico, nei dati della Deutsche Biographie, è denso. Nel 1889 arriva il Protar, il primo anastigmatico Zeiss. Nel 1896 il Planar, nel 1897 l’Anamorphot, un sistema anamorfico che il testo biografico indica come base del cinema panoramico. Nel 1899 brevetta l’Unar, nel 1902 inventa il Tessar, soprannominato «occhio d’aquila della fotocamera». Chi ha letto in giro che il Planar sia una evoluzione dell’Unar sbaglia l’ordine dei fatti: l’Unar è successivo.
La carriera di Rudolph a Jena si chiude male. Nel 1899 fonda a Jena la Palmos, una fabbrica di fotocamere pensata per aumentare le vendite delle lenti. I modelli risultano inservibili e l’impresa fallisce; Zeiss la rileva nel 1901 o 1902 con perdita. Da tempo, intanto, Rudolph litigava con la direzione per brevetti, licenze e produzione di apparecchi. L’arbitrato è del 1910 e nel 1911 lascia l’azienda. Nel 1913 Zeiss gli impedisce di lavorare per Voigtländer, a Braunschweig, e Rudolph si ritira in una proprietà nel Vogtland. Durante la prima guerra mondiale presta servizio civile presso Zeiss e nel 1918 mette a punto il Plasmat 1:4,5, che dal 1919 la Meyer di Görlitz costruisce con fortuna commerciale limitata. Muore a Norimberga l’8 marzo 1935.
Un dettaglio che spesso si legge al contrario: la Palmos non fu una fotocamera Zeiss su cui il Planar trovò il suo primo impiego, come si trova scritto in alcune schede. Fu un’avventura imprenditoriale di Rudolph stesso, e andò male.
Il contesto: dal Petzval all’anastigmatico
Quando Rudolph comincia a occuparsi di obiettivi fotografici, la lente di riferimento per i ritratti luminosi era ancora quella progettata da Joseph Petzval nel 1840: molto luminosa al centro, con un campo che si disfaceva rapidamente verso i bordi. I successivi rettilineari correggevano la distorsione ma rimanevano limitati in apertura. Il problema che teneva occupati i calcolatori della fine dell’Ottocento aveva un nome tecnico, l’astigmatismo, cioè la differenza di messa a fuoco tra i raggi che arrivano in piani diversi, e un nome pratico: ottenere un’immagine piana e nitida fino agli angoli senza chiudere troppo il diaframma.
La svolta avviene grazie ai vetri di Otto Schott, che mettono a disposizione dei calcolatori coppie di vetri con indice di rifrazione e dispersione scelti con maggiore libertà. Con quei materiali Rudolph firma il Protar, nel 1889, il primo degli anastigmatici di Zeiss. Il Protar si può separare in due metà usate singolarmente come obiettivi a focale diversa, e questo lo rende per i fotografi professionisti uno strumento versatile, una virtù che peserà sulle prime sorti commerciali del Planar.
La forma delle lenti, intanto, aveva già dietro di sé una tradizione. Secondo l’articolo di Zeiss sulla storia dei nomi dei suoi obiettivi, ciascuna metà del Planar somiglia a un obiettivo per telescopio descritto da Carl Friedrich Gauss nel 1817, e per questo la famiglia viene chiamata anche Gauss doppio. Obiettivi di tipo Gauss a quattro elementi circolavano in commercio già attorno al 1880. Rudolph non inventa quindi la struttura dal nulla: la prende, la raddoppia in modo simmetrico e la corregge con calcoli di precisione che prima non erano possibili.
Il Planar del 1896
Paul Rudolph deposita a Jena il primo brevetto del Planar alla fine del 1896. L’obiettivo entra nel catalogo Zeiss nel 1897 in diverse lunghezze focali, qualche anno prima del Tessar, che arriva nel 1902. Il brevetto tedesco è della fine del 1896. Il corrispondente brevetto statunitense, intitolato «Object-Glass» e firmato da Paul Rudolph per Zeiss, porta il numero 583.336 ed è stato depositato il 1° febbraio 1897 e concesso il 25 maggio 1897.
La storia Zeiss indica il prototipo del 1896 come Planar f/3,6, mentre la scheda enciclopedica sul tipo riporta f/4,5 come apertura massima. Le due cifre convivono: la prima riguarda la formula di partenza, la seconda può riguardare le versioni messe in commercio. Il Planar commerciale del 1897 viene quindi descritto come un f/4,5.
Lo schema originale ha sei elementi in quattro gruppi, in un assetto rigorosamente simmetrico. Ai lati del diaframma stanno due coppie di menischi incollati. Rudolph ingrossa i menischi interni e li costruisce con due tipi di vetro dotati di uguale indice di rifrazione ma diversa dispersione. In questo modo la scelta del raggio della superficie incollata gli permette di regolare la correzione del colore senza toccare quella delle aberrazioni monocromatiche. È una trovata di grande finezza, perché separa due problemi che normalmente si influenzano a vicenda.
Il catalogo del 1897 insisteva sul disegno nitido, in particolare nella riproduzione di documenti e opere, e avvertiva dei rischi di sovraesposizione data la forte luminosità. Gli impieghi pensati erano il ritratto in studio e la riproduzione, che richiedevano insieme apertura generosa e un campo piano.
Come funziona lo schema simmetrico
La simmetria rispetto al diaframma è il cuore dell’idea. Quando le due metà dell’obiettivo sono l’una lo specchio dell’altra, molte aberrazioni che dipendono dall’inclinazione dei raggi, in particolare coma, distorsione e aberrazione cromatica laterale, tendono a compensarsi, perché l’una metà corregge in senso opposto quel che l’altra introduce. Il calcolo deve occuparsi soprattutto di ciò che la simmetria non cancella da sola: aberrazione sferica, astigmatismo e curvatura di campo.
Il condizionamento fondamentale della correzione cromatica, per ogni gruppo di lenti sottili in contatto, richiede che la somma dei poteri diottrici divisi per i rispettivi numeri di Abbe dei vetri si annulli. È la condizione dell’acromatismo, e la disponibilità di coppie di vetri con diversa dispersione consente di soddisfarla senza rinunciare alla potenza totale. Nel Planar la condizione si combina con la richiesta di una superficie di Petzval quasi piatta, ottenuta alternando lenti positive e negative con vetri scelti con cura.
Come tutte le formule di questo tipo, il Planar paga la sua qualità con un numero rilevante di superfici aria-vetro. Nella configurazione a sei elementi in quattro gruppi se ne contano otto, e ciascuna di esse riflette una piccola parte della luce. Prima dei trattamenti antiriflesso, otto superfici significavano riflessi multipli che schiarivano le ombre e riducevano il contrasto. È la ragione principale per cui un obiettivo molto nitido sulla carta stentò a conquistare il mercato. Le cifre su curvature, spessori e tipi di vetro che si leggono su molte pagine dedicate al Planar, spesso con tre o quattro decimali, sono ricostruzioni e non dati di fabbrica.
Il problema dei riflessi e i rivestimenti
Il Planar delle origini va incontro a un destino curioso. Era molto più nitido di quasi tutto ciò che lo circondava, e tuttavia vendeva poco. Le fonti Zeiss indicano diverse ragioni. Il Protar, con le sue metà separabili, era più versatile. Il Tessar, offerto dal 1902, era più economico e molto più leggero. E il Planar pagava il tributo del flare, in un periodo in cui non esistevano trattamenti antiriflesso. Prima della comparsa dei rivestimenti efficaci il Tessar, con i suoi quattro elementi, era di solito preferito per il miglior contrasto, pur a fronte di una resa lievemente inferiore.
Il cambio di scenario arriva nel 1935. Alexander Smakula, a Jena, inventa un rivestimento antiriflesso per le superfici di vetro, noto in Zeiss come trattamento T. Nei decenni seguenti il procedimento si diffonde e, dopo la seconda guerra mondiale, il suo impiego generalizzato permette al Gauss doppio di dare tutto ciò che prometteva. La scheda enciclopedica colloca l’arrivo di rivestimenti davvero efficaci negli anni Cinquanta, e la distinzione è utile: l’invenzione è del 1935, la maturità industriale viene più tardi. Per questo le cifre molto precise che si trovano in rete sulle riduzioni di flare, sul guadagno di luce o sui contrasti misurati, attribuite a un preciso modello e a una precisa data, vanno prese con grande cautela. La sigla T*, con l’asterisco, indica la generazione successiva dei trattamenti multistrato di Zeiss; il nome compare nelle denominazioni commerciali degli obiettivi Zeiss fino ai giorni nostri.
La seconda spinta arriva dai vetri. I vetri al lantanio, usati dalla fine degli anni Cinquanta, forniscono il partner a indice medio necessario per i progetti ad alto indice e controllano meglio la dispersione. Dopo la guerra, secondo l’articolo di Zeiss sui nomi degli obiettivi, erano ormai disponibili vetri con indice di circa 1,8 e poi 1,9, contro il massimo di 1,673 disponibile nel 1927. È un salto che apre il campo alle grandi aperture, perché con indici più alti si ottengono le stesse potenze con curvature più dolci e quindi con minori aberrazioni.
Biotar, Biometar e la divisione di Zeiss
Intorno al 1927 Willy Merté, a Jena, progetta per le fotocamere a 35 mm e per la cinepresa a 16 mm due obiettivi f/2 e f/1,4 che Zeiss commercializza con il nome di Biotar. Il Biotar rompe la simmetria rigorosa del Planar di Rudolph e guadagna parametri di correzione in più. Dal Biotar discendono, secondo Zeiss, quasi tutti i moderni teleobiettivi luminosi di lunghezza media: oggi la maggior parte di essi ha sette o più elementi, ma l’impianto concettuale è quello.
Negli anni Trenta il Sonnar, progetto di diversa filosofia, era considerato il primo normale luminoso davvero utilizzabile per il 35 mm, e un Sonnar f/2 esce nel 1931 per le fotocamere Contax. Il Planar vero e proprio rimane meno presente nell’uso corrente di quegli anni. Nel 1933 Zeiss presenta il Topogon, un grandangolare con curvature più accentuate che diventa uno standard della fotografia aerea; ne esiste una versione 4/25 per la Contax.
Dopo la guerra Zeiss si divide in due: a Jena e a Oberkochen. Per Gauss doppi la ditta di Oberkochen mantiene il nome Planar, perché Jena rivendica il nome Biotar. Nei primi anni Cinquanta le Rolleiflex a doppio obiettivo montano obiettivi con l’uno o l’altro nome. La versione a cinque elementi, più semplice, resa possibile dai vetri migliorati, a Jena si chiama Biometar e a Oberkochen resta Planar. Da qui nascono Planar a cinque elementi in formati molto diversi, dal 3,5/35 per la Contax al 3,5/135 per le camere da 9×12. Secondo l’analisi di Zeiss, un Planar a sette elementi per il 6×6 non si rivelò migliore.
Medio formato: Rollei e Hasselblad
La parte più nota della storia del Planar si svolge nel medio formato. Con le Rolleiflex a obiettivi gemelli, che dai primi anni Cinquanta montano nomi Planar e Biotar, la famiglia entra nell’uso professionale quotidiano, dal ritratto al fotogiornalismo. Il passaggio che consacra il marchio è però quello con Hasselblad. Zeiss fornisce il Planar 80 mm f/2.8 C per la serie 500 di Hasselblad, avviata con la 500C nel 1957, ed è l’ottica normale che accompagna per decenni la maggior parte dei corpi. Più tardi arriva, per la serie 200, un Planar 110 mm f/2, un’ottica per ritratto molto apprezzata, e una versione analoga viene proposta per le Rolleiflex della serie 6000.
Bisogna precisare un punto che molte schede riportano in modo errato. Il Planar 80 mm non nasce con la Hasselblad 1600F del 1948, come si trova scritto in qualche testo: la serie con Planar è quella successiva del 1957. Allo stesso modo sono fantasiosi i dettagli di costruzione che accompagnano di solito quell’attribuzione, come il barilotto in lega speciale o il diaframma con un numero preciso di lamelle, che le fonti Zeiss non confermano.
Il successo nel medio formato si spiega bene con le caratteristiche dell’obiettivo. Su un fotogramma 6×6 la focale di 80 mm è un normale, e un Gauss doppio fornisce un campo piano e una resa molto uniforme, con una leggera morbidezza di transizione che i ritrattisti apprezzano. La nitidezza non viene cercata a ogni costo: il disegno è fermo ma non aggressivo, e tende a una resa dei volti che molti fotografi definiscono naturale.
Contarex e Contax: il Planar nel piccolo formato
Nel piccolo formato il Planar arriva con le reflex. Per la Contarex, la reflex di Zeiss Ikon che dal 1961 sostituisce la Contax IIa e IIIa, esiste un Planar 55 mm f/1.4, citato dall’articolo di Zeiss sui nomi tra gli esempi di rilievo. Più tardi, quando il nome Contax viene riportato in vita con Yashica, la RTS, del 1974 o 1975 a seconda delle fonti, adotta l’attacco C/Y condiviso da Zeiss e Yashica e può montare il Planar 50 mm f/1.4. Questo obiettivo accompagnò perfino una edizione limitata placcata in oro della RTS. Per le reflex Contax esiste anche un Planar 85 mm f/1.2.
Un correttivo alle schede in circolazione. Si legge spesso che il Planar 50 mm f/2 fosse l’ottica iconica della Contax II degli anni Trenta. I dati disponibili raccontano un’altra storia: sulla Contax a telemetro dell’epoca l’obiettivo di riferimento era il Sonnar f/2 del 1931, che affiancava il Tessar. Il Planar nel piccolo formato diventa un protagonista soltanto con la stagione reflex, dagli anni Sessanta in poi.
La storia dell’azienda ha avuto altri capitoli. Nel 1983 inizia la collaborazione con Kyocera, che nel frattempo aveva rilevato Yashica, e nel 2005 Kyocera cessa tutta la produzione fotografica, Contax compresa. Il marchio è oggi nelle mani di Carl Zeiss AG e si considera dormiente, ma la discendenza dei Planar di quel periodo continua nelle ottiche manuali che Zeiss ha prodotto in seguito, descritte più avanti.
Il Planar 0.7/50 della NASA e di Kubrick
Nella storia del Planar il capitolo più singolare porta il numero 0.7. Nel 1966 Zeiss presenta il Planar 50 mm f/0.7, definito «l’obiettivo più luminoso del mondo». Fu sviluppato per la NASA, nell’ambito del programma lunare, e ne furono realizzati dieci esemplari: uno rimase a Zeiss, sei andarono alla NASA e tre furono acquistati dal regista Stanley Kubrick. La struttura ha otto elementi in due gruppi, e il cerchio di copertura dell’immagine è di 27 mm, il che spiega perché l’obiettivo non fosse concepito per il formato 35 mm pieno.
Kubrick lo impiegò in Barry Lyndon per le scene illuminate soltanto dalla luce di candela, adattando le ottiche al proprio sistema di ripresa; le modifiche sono descritte da Ed DiGiulio nell’articolo «Two Special Lenses for Barry Lyndon» pubblicato su American Cinematographer. Il peso indicato nell’articolo di Zeiss è di 1850 grammi: la cifra di 2,4 chilogrammi che si legge in qualche scheda non trova riscontro. Un esemplare è stato venduto all’asta nel 2011 per 90000 euro, e un’altra asta, nel 2021, ha riportato il nome del 50 mm f/0.7 nelle cronache fotografiche con stime di oltre centomila dollari.
Occorre anche togliere di mezzo due leggende. Il Planar 0.7 non fu mai prodotto in serie, quindi la formula «obiettivo più luminoso mai prodotto in serie» è impropria, e non risulta derivato da progetti per telescopi solari né dotato di elementi in fluorite sintetica: sono affermazioni prive di conferma nella documentazione Zeiss. Resta il dato solido, e sufficiente a fare di quell’ottica un oggetto di culto: dieci esemplari, una stagione di ricerca spaziale e un film girato a lume di candela.
Riedizioni e discendenti moderni
Dopo la fine dell’era Contax, il nome Planar non si è spento. Zeiss ha continuato a costruire ottiche manuali, tra cui il Planar 2/50 ZM a baionetta M per le fotocamere a telemetro, che l’articolo di Zeiss cita tra gli esempi attuali. Esistono inoltre i Makro-Planar T* 2/50 e 2/100, due obiettivi per macrofotografia che modificano automaticamente alcuni parametri della formula quando si mette a fuoco da vicino. Con questo accorgimento il Gauss doppio rinuncia al compromesso che aveva caratterizzato le vecchie ottiche speciali per riproduzione: la resa resta buona sia all’infinito sia a distanza ravvicinata.
Gli obiettivi più alti della gamma si chiamano Otus. Va detto con chiarezza, perché le schede sbagliano spesso: l’Otus 55 mm f/1.4, uscito all’inizio del decennio scorso, è registrato da Zeiss come APO-Distagon T* e quindi non è un Planar. È invece un Planar l’Otus 85 mm f/1.4, che porta il nome APO-Planar T*. Gli Otus coprono il formato pieno 35 mm e sono disponibili per le baionette Nikon F e Canon EF in versione manuale, con elettronica equivalente a quella delle serie ZF.2 e ZE. Zeiss li presenta come obiettivi privi di compromessi per la categoria dei normali e dei corti teleobiettivi.
La parola Planar compare anche sul fronte cinematografico. La serie Compact Prime CP.2 comprende un 50 mm T2.1 indicato come Makro-Planar T*: è l’ottica che mantiene la firma ottica della famiglia sul set. Le descrizioni che parlano di ripresa a 8K o di tolleranze di centratura al micron provengono da materiale promozionale, mentre i dati stabili del CP.2 stanno nella scheda tecnica del singolo modello.
Un altro filo conduttore è quello dei gruppi flottanti, cioè gruppi di lenti che si muovono in modo indipendente durante la messa a fuoco per mantenere la correzione a tutte le distanze: nei progetti moderni sono diffusi, e il loro funzionamento è spiegato nell’articolo sul gruppo ottico flottante. Anche la distorsione, il flare e il ghosting, problemi storici dei Gauss doppi, hanno una trattazione dedicata nell’articolo sulle distorsioni, flare e ghosting.
Planar, Tessar e Sonnar a confronto
Il confronto con il Tessar è il più istruttivo, perché i due obiettivi nascono dalla stessa mano a sei anni di distanza e rispondono a obiettivi diversi. Il Tessar, del 1902, ha quattro elementi, è più compatto, più economico e più leggero. Il Planar, con otto superfici aria-vetro, offre margini di correzione maggiori e permette aperture più generose, ma nelle epoche senza rivestimenti perdeva contrasto. Quando i trattamenti antiriflesso si sono diffusi, il vantaggio del Tessar sul contrasto si è assottigliato e il Planar ha potuto far valere la sua flessibilità. Le percentuali precise di vantaggio che si leggono in alcune schede, del tipo «più quindici per cento di contrasto a 40 linee al millimetro», non derivano da misure che si possano citare.
Con il Sonnar il discorso cambia. Il Sonnar è un progetto di altra famiglia, con meno elementi e gruppi incollati più spessi, e negli anni Trenta fu giudicato il primo normale luminoso davvero utilizzabile per il 35 mm. Un Sonnar f/2 compare nel 1931 per la Contax. I Gauss doppi, nei decenni successivi, hanno rimontato la distanza grazie ai vetri ad alto indice e ai rivestimenti. È un esito che dà ragione ai due rami della famiglia: il Sonnar privilegia compattezza e luminosità, il Planar la correzione.
Un terzo confronto riguarda i Gauss doppi di altre case. Molti normali luminosi di diversi marchi, compresi i 50 mm f/1.2 e f/1.4 di fabbricanti giapponesi, adottano versioni dello stesso schema fondamentale a sei elementi simmetrici, con complicazioni moderne come lenti asferiche e vetri speciali. Affermazioni come quelle sul confronto interferometrico che dimostrerebbe errori di fronte d’onda di un quarto d’onda per Zeiss contro mezza lunghezza d’onda per i concorrenti non risultano da fonti pubbliche affidabili e vanno scartate. Il confronto serio si fa con le curve MTF pubblicate dai costruttori per ciascun modello e meglio ancora con prove indipendenti su sensori e pellicole reali.
Luoghi comuni da correggere
Intorno al Planar si è accumulata una collezione di dettagli ripetuti di sito in sito. Conviene metterli in fila, perché alcuni vengono riportati con grande sicurezza. Il primo riguarda la data del brevetto: il deposito tedesco è della fine del 1896, quello statunitense del febbraio 1897. Il secondo riguarda la struttura: l’obiettivo ha sei elementi in quattro gruppi con due coppie incollate, non una successione di tre elementi per lato con vetri indicati per sigla commerciale.
Il terzo è la presunta evoluzione del 1930 con vetri al lantanio che avrebbero portato il Planar a f/2.8: i vetri al lantanio compaiono verso la fine degli anni Cinquanta. Il quarto riguarda il torio: la presenza di vetri radioattivi in certi obiettivi è un fatto storico per altri costruttori, ma per il Planar l’attribuzione di una sigla e di un indice precisi non è documentata. Il quinto è l’Otus 55, che viene sempre presentato come un Planar e che invece Zeiss denomina Distagon. Il sesto è la leggenda del Planar 0.7 come obiettivo di serie: ne furono costruiti dieci.
Un ultimo luogo comune riguarda la natura stessa dello schema: la simmetria non rende l’obiettivo telecentrico, come si legge in qualche scheda. Un obiettivo telecentrico ha il diaframma in una posizione tale da far emergere i raggi principali paralleli all’asse, ed è una caratteristica di progetti ben diversi, usati nella metrologia. Il Planar è invece un obiettivo fotografico normale, in cui la simmetria serve a compensare le aberrazioni dipendenti dal campo.
Domande frequenti
Chi ha inventato il Planar?
Paul Rudolph, calcolatore ottico presso Carl Zeiss a Jena. Il brevetto è della fine del 1896 e l’obiettivo entra in catalogo nel 1897. Rudolph ha firmato anche il Protar, l’Unar e il Tessar.
Cos’è il Gauss doppio e che rapporto ha con il Planar?
Il Gauss doppio è la famiglia di obiettivi simmetrici che deriva da un progetto di telescopio attribuito a Carl Friedrich Gauss nel 1817. Il Planar di Rudolph ne è la versione fotografica più nota, con sei elementi in quattro gruppi, ed è la ragione per cui il tipo prende spesso il suo nome.
Perché il Planar ebbe un successo lento?
Era più pesante e costoso del Tessar, meno versatile del Protar, e con otto superfici aria-vetro soffriva il flare in un tempo senza rivestimenti antiriflesso. La situazione cambia con il trattamento di Smakula del 1935, diffuso dopo la guerra, e con i vetri migliori degli anni successivi.
Che differenza c’è tra Planar e Biotar?
Il Biotar, progettato da Willy Merté intorno al 1927, abbandona la simmetria rigorosa del Planar e guadagna parametri di correzione. Dopo la divisione di Zeiss, il nome Planar è restato a Oberkochen e il nome Biotar a Jena, dove la versione a cinque elementi si chiamò Biometar.
Quali fotocamere hanno usato un Planar?
Tra le più note, le Rolleiflex a doppio obiettivo, le Hasselblad della serie 500, con il Planar 80 mm f/2.8, la Contarex con il 55 mm f/1.4 e le reflex Contax RTS con il 50 mm f/1.4. Oggi esistono Planar anche per baionetta M, come il 2/50 ZM.
L’Otus 55 mm è un Planar?
No. Zeiss lo denomina APO-Distagon T*. Nella serie Otus il Planar è l’85 mm f/1.4, chiamato APO-Planar T*.
Quanti Planar 0.7/50 esistono?
Dieci. Uno rimase a Zeiss, sei andarono alla NASA e tre a Stanley Kubrick, che li usò per le scene a lume di candela di Barry Lyndon.
Fonti
- Wikipedia, voce Zeiss Planar: introduzione, schema a sei elementi, flare e rivestimenti
- ZEISS Lenspire, articolo tecnico sul nome Planar (storia da Gauss a oggi)
- H. Hubert Nasse per ZEISS, serie sui nomi degli obiettivi: Planar
- Deutsche Biographie, scheda su Paul Rudolph
- Wikipedia, voce Carl Zeiss Planar 50mm f/0.7
- ZEISS, tappe storiche degli obiettivi fotografici e cinematografici
- Wikipedia, voce Zeiss Otus: la serie e le denominazioni ottiche
- Wikipedia, voce Contax: dalla Contax I alla Kyocera
Aggiornato Ottobre 2026




