Yevonde Cumbers Middleton, conosciuta professionalmente come Madame Yevonde, nacque il 5 gennaio 1893 a Streatham, Londra, e morì il 22 dicembre 1975. La sua vicenda biografica si intreccia con uno dei periodi più dinamici e turbolenti della storia britannica: dalla fine dell’età vittoriana alla piena modernità del Novecento. La sua vita attraversò due guerre mondiali, i cambiamenti nei costumi sociali e soprattutto le profonde trasformazioni della fotografia, che da pratica artigianale e scientifica divenne linguaggio artistico e strumento commerciale di massa.
Proveniente da una famiglia della borghesia londinese, Yevonde ricevette un’educazione adeguata alla sua condizione sociale. Tuttavia, fin da giovane mostrò un carattere anticonformista e una spiccata indipendenza intellettuale. Durante la giovinezza aderì al movimento delle suffragette, un impegno politico che non soltanto la mise in contatto con ambienti progressisti e femministi, ma le fornì un’idea precisa di emancipazione. La fotografia divenne per lei un terreno su cui affermare la propria autonomia professionale e artistica, in un’epoca in cui le donne erano ancora relegate a ruoli marginali.
La scelta della fotografia avvenne quasi per caso, quando nel 1911, a soli diciotto anni, decise di abbandonare un percorso universitario convenzionale per iscriversi come apprendista presso lo studio fotografico di Lallie Charles, una ritrattista londinese molto in voga. Qui apprese le basi della posa, della gestione della luce artificiale e dell’interazione con una clientela di alto profilo, composta da aristocratici, attrici teatrali e membri dell’alta società. Questo apprendistato le fornì non solo competenze tecniche, ma anche la consapevolezza che la fotografia poteva essere al tempo stesso un mestiere e un’arte, una professione rispettabile e un campo di sperimentazione creativa.
La fondazione del suo primo studio indipendente, avvenuta nel 1914 in Victoria Street, Londra, segnò l’inizio di una carriera autonoma che si sarebbe protratta per oltre cinquant’anni. La sua traiettoria personale e professionale testimonia il percorso di una donna che seppe imporsi in un campo dominato da uomini, sfruttando le proprie doti tecniche e la propria capacità di interpretare i mutamenti estetici del tempo.
Lo studio fotografico londinese e le tecniche di lavoro
Lo studio fotografico di Madame Yevonde a Victoria Street divenne presto uno degli atelier più frequentati dell’alta società londinese. Fin dall’inizio la fotografa si distinse per l’uso innovativo delle tecniche di illuminazione artificiale, che le consentivano di scattare immagini indipendentemente dalle condizioni di luce naturale. In un’epoca in cui molti studi si affidavano ancora prevalentemente alla luce diurna, filtrata da grandi finestre o soffitti vetrati, Yevonde fece largo uso di lampade elettriche e sistemi di riflessione, ottenendo un controllo più preciso dell’esposizione e un’estetica più teatrale.
Dal punto di vista tecnico, i suoi primi lavori furono ritratti in bianco e nero realizzati su lastre di vetro, sviluppati e stampati su carta al bromuro d’argento. La sua abilità consisteva nel modellare i volti attraverso contrasti delicati e nel valorizzare i dettagli degli abiti e degli accessori. Già negli anni Dieci e Venti la sua cifra stilistica si differenziava per una certa attenzione alla dimensione psicologica: i suoi ritratti non erano semplici raffigurazioni statiche, ma intendevano comunicare carattere e personalità del soggetto.
Negli anni Venti e Trenta, Yevonde adottò con entusiasmo le nuove fotocamere a lastre e a medio formato, che consentivano una maggiore flessibilità nella composizione e nella gestione della messa a fuoco. Il suo studio si dotò di apparecchi reflex e di un ampio corredo ottico, indispensabile per adattarsi alle esigenze di una clientela variegata. La fotografa sperimentò inoltre tecniche di stampa al carbone e alla gelatina bromuro, cercando soluzioni estetiche raffinate che conferissero profondità e ricchezza tonale alle immagini.
Ma l’aspetto più innovativo del suo percorso tecnico fu l’introduzione della fotografia a colori. A partire dagli anni Trenta, Yevonde divenne una delle principali promotrici in Gran Bretagna del processo Vivex, un sistema tricromatico sviluppato da Colour Photography Ltd. Questo procedimento, basato sulla separazione dei tre colori primari e sulla successiva ricombinazione mediante sovrastampa, consentiva di ottenere fotografie a colori stabili e di altissima qualità. La tecnica era complessa e costosa, richiedeva precisione nella registrazione delle tre immagini e abilità nel controllo dei filtri cromatici, ma Yevonde vi si dedicò con entusiasmo, vedendovi la possibilità di portare il ritratto fotografico in una dimensione del tutto nuova.
L’uso del colore trasformò radicalmente il suo linguaggio visivo. I ritratti realizzati con il processo Vivex erano vibranti, intensi, capaci di valorizzare non solo i lineamenti del volto, ma anche gli abiti, gli sfondi e gli oggetti scenografici. Il colore, lungi dall’essere un semplice ornamento, divenne per Yevonde uno strumento espressivo, con cui costruire atmosfere e caratterizzare i soggetti. Questa scelta la pose in anticipo rispetto a molti colleghi, che ancora diffidavano della fotografia a colori, considerata da alcuni come meno “artistica” rispetto al bianco e nero.
Il suo studio londinese, attrezzato con laboratori specializzati per lo sviluppo e la stampa a colori, divenne negli anni Trenta un centro all’avanguardia. Molti dei suoi assistenti e collaboratori furono formati da lei alla pratica del Vivex, contribuendo alla diffusione della tecnica. Sebbene il processo fosse destinato a declinare con l’avvento della seconda guerra mondiale e con l’affermazione di sistemi più pratici come il Kodachrome, la stagione del Vivex rappresenta uno dei momenti più alti della fotografia cromatica britannica, e Yevonde ne fu indiscussa protagonista.
Il linguaggio estetico e la fotografia come messa in scena
L’arte fotografica di Madame Yevonde non si limitava alla padronanza tecnica, ma trovava la sua forza nella capacità di costruire un linguaggio estetico originale. La fotografa concepiva il ritratto come una vera e propria messa in scena, in cui la luce, i costumi, gli sfondi e gli oggetti contribuivano a creare una narrazione visiva. Questo approccio teatrale si traduceva in immagini ricche di simbolismi, in cui il soggetto non era mai neutro, ma inserito in un contesto che ne ampliava il significato.
Un esempio paradigmatico di questo stile è la celebre serie di ritratti denominata “Goddesses”, realizzata nel 1935. In occasione di una mostra alla Albany Gallery di Londra, Yevonde propose una galleria di donne ritratte come divinità mitologiche, vestite con costumi elaborati e circondate da scenografie fantasiose. L’uso del colore Vivex esaltava l’effetto teatrale, trasformando i soggetti in figure quasi pittoriche, a metà strada tra la fotografia e la pittura simbolista. Questa serie rappresenta uno dei punti più alti della sua produzione, dimostrando come la fotografia potesse trascendere la semplice documentazione per divenire arte autonoma.
L’approccio di Yevonde rifletteva anche le influenze culturali del suo tempo. Negli anni Trenta, l’Europa e l’Inghilterra erano attraversate dalle avanguardie artistiche, dal surrealismo all’art déco. Le sue fotografie mostrano una sensibilità vicina a queste correnti, pur senza mai aderire completamente a un movimento specifico. La fotografa era attenta al design, alla moda, all’uso dei colori audaci e delle forme geometriche, tutti elementi che trovano spazio nei suoi ritratti.
Un altro aspetto distintivo era la capacità di valorizzare la femminilità. I suoi soggetti preferiti erano spesso donne: aristocratiche, attrici, intellettuali, artiste. Yevonde non le ritraeva come semplici icone decorative, ma le trasformava in protagoniste, conferendo loro forza e individualità. In questo senso, la sua fotografia era intrisa di un sottile messaggio femminista, coerente con le sue origini suffragette: dimostrare che le donne potevano essere ritratte come divinità, eroine, figure di potere e non solo come oggetti di contemplazione.
Anche la fotografia commerciale, che costituiva una parte importante della sua attività, veniva trattata con la stessa attenzione estetica. Yevonde lavorò per riviste di moda, case editrici e aziende pubblicitarie, producendo immagini di straordinaria eleganza che contribuivano a definire lo stile visivo dell’epoca. Nei suoi lavori pubblicitari, l’uso del colore era determinante per attrarre lo sguardo e conferire modernità al prodotto.
Il suo linguaggio estetico, dunque, si fondava su una fusione di tecnica e creatività, su una concezione della fotografia come atto di costruzione e non di mera registrazione. Questa visione innovativa la rese una delle figure più influenti della fotografia britannica del Novecento.
Le opere principali e la produzione riconosciuta
La produzione di Madame Yevonde è vasta e articolata, ma alcuni nuclei si distinguono come opere fondamentali. Tra questi, la già citata serie delle “Goddesses” occupa un posto centrale. Le immagini, oggi conservate in gran parte presso il National Portrait Gallery di Londra, rappresentano una testimonianza unica della fotografia a colori degli anni Trenta. I soggetti, ritratti con costumi ispirati alla mitologia classica, sono trasformati dal colore Vivex in figure vivide, con toni saturi e contrasti intensi che conferiscono loro un’aura quasi onirica. Questa serie non è solo un esempio di abilità tecnica, ma anche una dichiarazione artistica: la fotografia poteva osare, poteva essere spettacolo, poteva confrontarsi con la pittura senza complessi.
Un altro ambito rilevante è costituito dai ritratti di celebrità. Madame Yevonde fotografò attrici, scrittori, aristocratici e figure pubbliche, costruendo un archivio visivo della società britannica del suo tempo. Tra i suoi soggetti figurano personaggi come Vivien Leigh, John Gielgud, Barbara Cartland e numerose personalità dell’aristocrazia inglese. Questi ritratti, spesso pubblicati su riviste o commissionati per uso privato, mostrano la sua abilità nel combinare glamour e introspezione.
La fotografa si distinse anche nella fotografia di moda. Le sue collaborazioni con riviste come Tatler e Harper’s Bazaar contribuirono a ridefinire l’immagine della moda britannica negli anni Trenta e Quaranta. Le sue fotografie non si limitavano a presentare gli abiti, ma li inserivano in scenari costruiti, valorizzati dall’uso del colore e della luce artificiale. Questo approccio le consentì di anticipare tendenze che sarebbero diventate centrali nella fotografia di moda del dopoguerra.
Infine, un capitolo meno noto ma significativo riguarda i ritratti in bianco e nero del primo periodo. Sebbene meno spettacolari delle immagini a colori, essi testimoniano la solida formazione tecnica e la sensibilità psicologica della fotografa. Alcuni di questi lavori sono oggi conservati in collezioni museali e mostrano l’evoluzione del suo stile, dalla compostezza tradizionale degli anni Dieci alla teatralità cromatica degli anni Trenta.
Il corpus delle sue opere rappresenta dunque un patrimonio fondamentale per la storia della fotografia britannica. La sua capacità di coniugare innovazione tecnica, linguaggio estetico originale e successo commerciale la colloca tra le figure di primo piano del Novecento.
Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma anche come testimonianza storica e culturale. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l’evoluzione tecnica e stilistica della fotografia. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell’immagine. Su storiadellafotografia.com condivido ricerche, approfondimenti e riflessioni, con l’obiettivo di trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.


