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Il rapporto di illuminazione (lighting ratio): ombre e modellatura del volto

Che cos'è il lighting ratio, come si calcola con la formula (key + fill) : fill, come si misura con l'esposimetro a luce incidente e quali rapporti scegliere per ritratto, beauty e low key.

La Redazione di Storia della Fotografia 22 min di lettura

Luce e Illuminazione Le tecniche e le tecnologie fotografiche

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Il rapporto di illuminazione (lighting ratio): ombre e modellatura del volto

Il rapporto di illuminazione, in inglese lighting ratio, mette a confronto la luce principale, quella da cui cadono le ombre, con la luce di schiarita che le riempie. Misura quanto il lato più illuminato di un soggetto supera quello meno illuminato, e per questo è il numero che più di ogni altro decide il carattere di un ritratto. Con un rapporto basso il volto appare aperto e leggibile in ogni dettaglio, con un rapporto alto la luce scolpisce e l’ombra diventa protagonista. Il valore si esprime in proporzioni come 2:1, 3:1 o 8:1, oppure in stop di differenza, e dipende dalle potenze delle sorgenti, dalle loro distanze e dai modificatori. Le luci e ombre di un’immagine sono sempre il frutto di questa somma di scelte, e la legge dell’inverso del quadrato ne regola ogni dettaglio: spostare una sorgente cambia il rapporto più di quanto sembri a occhio. Questo articolo spiega la formula, la relazione con gli stop, il metodo di misura, il legame con lo schema Rembrandt e con il riempimento negativo, il comportamento dei sensori e gli errori più comuni.

In Sintesi

  • La formula standard del lighting ratio è (key + fill) : fill: la luce principale si somma alla schiarita sul lato illuminato, mentre sul lato in ombra arriva solo la schiarita.
  • Ogni stop di differenza raddoppia la luce: 1 stop corrisponde a 2:1, 2 stop a 4:1, 3 stop a 8:1; più il rapporto è alto, più l’immagine è contrastata.
  • Con una chiave di f/11 e una schiarita di f/5.6, due stop sotto, il rapporto (key + fill) : fill è circa 5:1.
  • Lo schema Rembrandt, nato nel cinema nel 1915 con Cecil B. DeMille, usa un fill intorno a metà della potenza della chiave e un triangolo di luce sotto l’occhio.
  • Il rapporto si misura con un esposimetro a luce incidente, leggendo prima la sola schiarita e poi la somma delle luci, sempre nel punto del volto.
  • Il riempimento negativo e le bandiere aumentano il rapporto senza aggiungere luce; in post-produzione un rapporto sbagliato si corregge solo in parte.

Misurare la luce con precisione richiede uno strumento adatto. Il sistema esposimetrico interno della fotocamera legge la luce riflessa dal soggetto, quindi la lettura dipende da quanto il soggetto è chiaro o scuro; un esposimetro esterno a luce incidente, come quelli di Sekonic, misura invece la luce che arriva sul soggetto, e permette di isolare il contributo di ogni sorgente senza l’interferenza della riflettanza. Un esposimetro a luce incidente dotato di ricevitore piatto, con risposta a coseno, è lo strumento adatto a misurare illuminamenti e rapporti di illuminazione; il ricevitore a calotta serve di più per l’esposizione generale. Un rapporto che supera ciò che il sensore o la pellicola riesce a registrare provoca clipping: i dati nelle ombre si perdono nel rumore elettronico, oppure le alte luci si bruciano. Modellare un volto con la luce è quindi un bilanciamento costante fra intenzione creativa e limiti fisici del supporto.

Il rapporto di illuminazione (lighting ratio): ombre e modellatura del volto

Morfologia della luce e l’equazione del riempimento

La definizione adottata dall’American Society of Cinematographers esprime il rapporto come (key + fill) : fill, ovvero la somma della luce principale e di tutte le schiarite divisa per la somma delle sole schiarite. Il motivo è fisico: sul lato illuminato del volto arrivano sia la chiave sia la schiarita, mentre sul lato in ombra arriva soltanto la schiarita. Un esempio numerico lo rende chiaro. Con una chiave di 200 foot-candle e una schiarita di 100, il lato illuminato riceve 300 e il lato in ombra 100: il rapporto è 3:1. Con una chiave di 800 foot-candle e una schiarita di 200, il lato illuminato riceve 1000 e il lato in ombra 200: il rapporto è 5:1. Ne consegue che un rapporto 1:1 indica l’assenza di ombra, una luce frontale perfettamente piatta, mentre rapporti crescenti indicano contrasto crescente.

Il linguaggio degli stop è più comune sul set. Ogni stop raddoppia la quantità di luce, quindi una differenza di uno stop fra lato illuminato e lato in ombra corrisponde a un rapporto 2:1, due stop a 4:1, tre stop a 8:1, quattro stop a 16:1. Il rapporto 3:1, che non è una potenza di due, compare nelle misure con i foot-candle e corrisponde a circa uno stop e mezzo. Bisogna evitare una confusione frequente: la differenza fra la chiave e la schiarita, misurate da sole, non coincide con la differenza fra lato illuminato e lato in ombra, perché sul lato illuminato la schiarita si somma alla chiave. Un caso tratto dal lavoro in studio lo mostra. Se la chiave, misurata da sola, dà f/11 e la schiarita, misurata da sola, dà f/5.6, la schiarita è due stop sotto la chiave, cioè un quarto della sua luce. Il lato illuminato riceve 1 più 0,25, il lato in ombra 0,25: il rapporto (key + fill) : fill è 1,25 diviso 0,25, cioè 5:1. Sul lato illuminato la lettura salirebbe di poco sopra f/11, circa un terzo di stop, e fra le due metà del volto resterebbe una differenza di circa due stop e un terzo.

La funzione della schiarita non è eliminare l’ombra, perché un’ombra azzerata appiattisce il soggetto, ma portare dettaglio nelle zone non colpite dalla luce principale. Nello schema a tre punti la luce di riempimento arriva da un lato rispetto alla chiave, spesso più in basso, all’altezza del viso, ed è più morbida e meno intensa della chiave, fino a metà della sua intensità. Senza schiarita le ombre della chiave producono contrasti molto forti, a seconda della durezza della sorgente; con la schiarita il chiaroscuro si attenua, per esempio l’ombra del naso sul volto. Un riflettore, come un cartoncino bianco, può fare da schiarita con un effetto più morbido di una lampada. Nel low key l’assenza di schiarita è una scelta voluta, per ottenere un contrasto marcato. La luce di riempimento ha un articolo dedicato che ne approfondisce posizionamento e modificatori.

La posizione della schiarita influisce sulla qualità dell’ombra. Per limitare la nascita di ombre secondarie, che creano confusione visiva, la schiarita va collocata il più vicino possibile all’asse della fotocamera. Una sorgente piccola produce un’ombra netta con un bordo definito, una sorgente estesa una penombra morbida che nasconde le imperfezioni della pelle. La scelta fra softbox, ombrello e pannello riflettente cambia il gradiente di luminanza, cioè il modo in cui il valore passa dalla luce all’ombra. Anche la distanza pesa: raddoppiando la distanza di una sorgente puntiforme, l’illuminamento si riduce a un quarto, e per dimezzarlo basta moltiplicarla per circa 1,4. È la regola più comoda per regolare il rapporto senza toccare la potenza: allontanando la schiarita da 1 a 1,4 metri si perde uno stop, e il rapporto sale.

Una focale lunga, come un 85 mm o un 135 mm, comprime i piani e rende ancora più importante il ruolo della luce nel separare il volto dallo spazio circostante. Con focali lunghe si lavora a distanze maggiori, e questo permette di collocare le sorgenti a distanza adeguata senza ingombrare il campo, ma comporta anche che una variazione di posizione di pochi centimetri cambi poco la luce: il rapporto resta stabile e la ripetibilità è più alta. Con focali corte, al contrario, il fotografo è vicino al soggetto, le sorgenti sono vicine, e piccoli spostamenti modificano molto il rapporto. I produttori di apparecchi per il cinema, come ARRI, pubblicano le specifiche fotometriche dei propri proiettori, utili per prevedere il rapporto prima di montare il set.

La geometria dell’ombra e il chiaroscuro digitale

Le ombre non sono assenza di luce. Sono strutture che definiscono forma e profondità sul piano bidimensionale dell’immagine, e la loro qualità, cioè morbidezza e densità, contribuisce al carattere psicologico del ritratto. Un rapporto basso comunica apertura, trasparenza e serenità, ed è tipico della fotografia commerciale e di bellezza; un rapporto elevato introduce tensione drammatica, con radici nella pittura chiaroscurale e nell’estetica del film noir. Si tratta di tendenze, non di regole: lo stesso rapporto può risultare dolce o duro a seconda della sorgente, del soggetto e dello sfondo. A completare la scena la luce di contorno, la rim light, stacca il soggetto dallo sfondo con un sottile profilo luminoso su spalle e nuca. Non entra nel calcolo del rapporto fra lato in luce e lato in ombra del volto, ma conta molto nella percezione della massa nello spazio.

Lo schema più noto basato su un rapporto controllato è il Rembrandt. È una tecnica standard nel ritratto di studio e nel cinema, che si ottiene con una luce e un riflettore oppure con due luci. Il suo segno distintivo è un triangolo di luce sotto l’occhio, dal lato meno illuminato del volto, detto anche Rembrandt patch. Per ottenerlo la chiave è posta in alto e di lato, davanti al soggetto, che è girato di tre quarti verso la fotocamera, a un angolo di circa 45 gradi; la schiarita o il riflettore sta a metà altezza dall’altro lato, e il suo livello è suggerito intorno a metà della potenza della chiave. Il triangolo, per essere considerato ben formato, non dovrebbe essere più lungo del naso né più largo dell’occhio. Se si applica la formula, una schiarita pari alla metà della chiave dà un rapporto di 3:1, cioè (2 + 1) : 1.

Il nome ha un’origine nel cinema. Secondo il racconto riportato da fonti storiche, fu il regista Cecil B. DeMille a usarlo, durante le riprese del film The Warrens of Virginia del 1915, dopo aver cominciato a fare ombre dove le ombre comparirebbero in natura. Il produttore Sam Goldwyn, vedendo il film con metà volto illuminato, temette che gli esercenti avrebbero pagato soltanto metà del prezzo; DeMille gli spiegò che si trattava di illuminazione Rembrandt, dal pittore olandese che usava occasionalmente questo tipo di luce. L’aneddoto ricorda che le soluzioni di illuminazione nascono spesso dalla pratica e dalla vendibilità di un’immagine, più che da una teoria astratta.

L’altro elemento che definisce un ritratto è il catchlight, il riflesso della sorgente nell’occhio. La sua forma dipende dalla sorgente: un softbox dà riflessi grandi e quadrati, un anello luminoso riflessi disposti in cerchio. Gli occhi privi di catchlight sono spesso percepiti come spenti. Un posizionamento preciso della chiave, intorno ai 45 gradi e leggermente dall’alto, evita che l’ombra del naso si fonda in modo disordinato con quella della guancia, e mantiene una pulizia formale che è uno dei segni del ritratto professionale. Chi lavora con carnagioni diverse deve adattare il controllo dei riflessi: le pelli più scure richiedono attenzione alle riflessioni speculari e alla gestione delle zone di brillantezza, perché la luce tende a concentrarsi in poche aree, mentre per le pelli più chiare occorre controllare le alte luci per non perdere la micro-texture.

In digitale, la verifica dell’effetto passa dall’istogramma, ma l’istogramma non decide. Adobe documenta l’istogramma nella guida di Lightroom, e il suo uso corretto è quello di un indicatore: ogni picco a sinistra o a destra rappresenta una scelta, e un istogramma bilanciato non è un obiettivo in sé. Conta la coerenza fra la visione artistica e i dati catturati. Una scena low key ha ragione di avere un istogramma spostato a sinistra, e una scena high key a destra; quello che si evita è il clipping non voluto.

Algoritmi di cattura e ottimizzazione della latitudine di posa

Il rapporto di illuminazione deve convivere con la gamma dinamica del supporto, che sia pellicola negativa o sensore CMOS. Il rapporto scelto sul set può essere molto elevato, ma solo una parte di quella escursione è registrata con dettaglio: se le ombre cadono sotto la soglia del rumore, non c’è sviluppo che le riporti. Con i profili di ripresa logaritmici, come S-Log3, V-Log e C-Log, pensati per conservare la gamma dinamica, il rischio è sottoesporre le ombre in una ripresa ad alto rapporto, e recuperarle poi in post-produzione porta a rumore e artefatti. Questo è un motivo concreto per scegliere un rapporto più basso quando si gira in log, oppure per riempire con una schiarita sufficiente.

La tecnica dell’esposizione a destra, o ETTR (Expose To The Right), consiste nell’esporre in modo che l’istogramma si sposti verso le alte luci senza bruciarle, per poi riportare i valori al livello voluto in fase di color grading. In questo processo il rapporto stabilito sul set diventa la guida del colorista, che deve rispettare la gerarchia luminosa voluta dalla fotografia. Con un rapporto alto la tecnica ha un limite: spostare a destra l’intera scena porta le alte luci vicino al clipping prima che le ombre ricevano luce sufficiente, e il fotografo deve rinunciare a una parte del rapporto oppure schiarire fisicamente le ombre.

La stabilità e la qualità del colore delle sorgenti contano quanto la quantità. Il CRI, sviluppato dalla CIE, misura la fedeltà dei colori con un massimo di 100; i LED bianchi hanno di solito 80 o più, e il valore è meno affidabile sotto i 5000 K. Per le ombre il problema è la dominante: una sorgente di bassa qualità può spostare le zone di penombra verso il verde o il magenta, dove la saturazione tende a calare, e l’effetto è più visibile in un rapporto basso, perché la luce di schiarita contribuisce molto alla resa del colore. Una schiarita colorata, ottenuta con gelatine correttive, può invece servire a creare un contrasto cromatico che sostiene il contrasto di luminanza: una chiave calda e un’ombra leggermente fredda danno più profondità a parità di rapporto. Per le cineprese digitali e i profili di ripresa si può consultare la documentazione di Sony Pro; il principio fisico resta che il rumore nelle zone scure dipende dal livello di segnale che le raggiunge, e la luce di riempimento è il primo strumento per alzarlo prima di toccare gli ISO.

Anche le focali e i fondali entrano nel conto. Con una focale lunga e un fondale lontano, la luce che cade sullo sfondo è poca, e il soggetto si stacca con facilità; con una focale corta e una parete vicina, la luce rimbalza e schiarisce le ombre, abbassando il rapporto senza che il fotografo se ne accorga. Per questo conviene misurare sempre nelle condizioni effettive della ripresa, con l’ambiente al suo posto, e non soltanto con le luci accese in uno spazio vuoto.

L’estetica della sottrazione e il controllo della dispersione

Spesso si ottiene un risultato migliore sottraendo luce che aggiungendone. Il negative fill, o riempimento negativo, consiste nel collocare pannelli neri assorbenti sul lato in ombra del soggetto per impedire che la luce rimbalzi dalle pareti dello studio e schiarisca le ombre. In uno spazio piccolo, dove la luce rimbalza ovunque, è l’unico modo per mantenere un rapporto alto. Il fotografo controlla così non solo dove la luce cade, ma anche dove non deve cadere. Con una chiave invariata, il solo posizionamento di un pannello nero può portare il rapporto da 4:1 a 6:1 o più, perché la schiarita residua dell’ambiente scende di uno o due stop.

Gli strumenti sono i flag, i cutter e le griglie a nido d’ape applicate ai modificatori, che restringono il fascio e lo concentrano su aree precise come gli occhi o le labbra, lasciando il resto del volto in una penombra calcolata. L’occhio è attratto dalle aree di maggior contrasto e nitidezza, e questo principio, noto dalla teoria della visione, spiega perché una zona ben illuminata in un volto scuro attiri tanto lo sguardo. Chi studia i ritratti di Irving Penn e di Richard Avedon ritrova luce controllata, fondali neutri e volti letti con grande precisione, e un buon esercizio consiste nel cercare, in quelle immagini, dove cade la luce principale e che cosa fa la schiarita. Gli archivi di Magnum Photos offrono un altro terreno di analisi, con stili e schemi di luce molto diversi da fotografo a fotografo.

Il controllo della dispersione ha un effetto diretto sul rapporto. Una sorgente senza griglia illumina anche pareti e soffitto, che rimandano luce sul lato in ombra; una sorgente con griglia o con bandiere resta sul soggetto. Si può quindi aumentare il rapporto senza cambiare la potenza e senza aggiungere pannelli, soltanto restringendo il fascio. Nei set di piccole dimensioni questa è spesso la modifica che dà il risultato più visibile, e costa poco: un nido d’ape e una bandiera sono più economici di un nuovo generatore.

Il rapporto di illuminazione (lighting ratio): ombre e modellatura del volto

Integrità dei dati e precisione nella post-produzione cromatica

La post-produzione affina quello che il set ha costruito, ma non lo sostituisce. Software come Capture One o DaVinci Resolve permettono di raffinare la modellazione, ma correggere un rapporto sbagliato solo in digitale è un errore tecnico serio. Se la chiave è troppo dura o la schiarita manca, il recupero dei dettagli degrada la qualità e fa perdere micro-contrasto, e la pelle diventa piatta e artificiale. Il tone mapping aiuta a comprimere la gamma dinamica sui monitor standard SDR, ma la struttura delle ombre va preservata con cura.

In video la gestione del bitrate è decisiva: i file registrati con compressione eccessiva distruggono le sfumature nelle ombre e producono banding, la banda visibile nei gradienti. Per questo chi lavora con rapporti alti sceglie formati con più informazione, come ProRes 4444 o CinemaDNG, che consentono manipolazioni pesanti del contrasto senza rompere il segnale. Anche la profondità di colore ha un ruolo: a 10 o 12 bit le transizioni tonali delle ombre restano più continue che a 8 bit, e le ombre sono la parte dell’immagine dove gli errori di quantizzazione si notano per primi.

Infine la calibrazione del monitor, con uno spazio colore come Rec.709 o DCI-P3, è l’ultimo anello della catena: garantisce che il rapporto visualizzato sia quello registrato, e permette a fotografo e colorista di decidere su dati oggettivi e non su interpretazioni visive. Un monitor troppo luminoso fa sembrare le ombre più aperte di quanto siano, e porta a correzioni sbagliate; un ambiente di lavoro con luce controllata e un monitor calibrato sono più utili di un ritocco molto sofisticato.

Come misurare il rapporto sul set

La procedura con esposimetro a luce incidente richiede pochi minuti. Si porta l’esposimetro nel punto del volto che interessa, per esempio la guancia illuminata, con il ricevitore rivolto verso la fotocamera. Si misura prima la sola schiarita, spegnendo o schermando la chiave: la lettura dà il valore dell’ombra. Poi si accendono entrambe le luci e si misura di nuovo: la lettura dà il valore del lato illuminato. La differenza in stop fra le due letture, trasformata in rapporto con la scala 1 stop uguale a 2:1, 2 stop a 4:1, 3 stop a 8:1, dà il rapporto effettivo. Per ottenere la chiave da sola basta sottrarre la schiarita, oppure spegnere la schiarita e misurare. L’esposimetro con flash meter incorporato permette di fare le stesse letture con i flash da studio.

Senza esposimetro si può procedere con la fotocamera. Si scatta una prova con la sola schiarita, una con tutte le luci, si confrontano gli istogrammi o i valori letti sulle aree interessate. È un metodo meno preciso, perché dipende dalla riflettanza del soggetto, ma sufficiente per una verifica rapida. In flash con TTL il rapporto può essere regolato dai comandi di compensazione: quando il flash è usato come schiarita in controluce, Canon indica una compensazione intorno a -1 o -2,5 stop per ridurre l’effetto artificiale; il risultato è un rapporto fra la luce del flash e la luce ambiente che si decide dal menu.

La regola pratica per correggere è semplice. Se il rapporto è troppo alto, si avvicina la schiarita, si aumenta la sua potenza oppure si toglie un pannello nero; se è troppo basso, si allontana la schiarita o si riduce la sua potenza. Allontanare una sorgente da 1 a 1,4 metri dimezza la sua luce, e questo permette correzioni di uno stop senza toccare i comandi del generatore. Ogni modifica va seguita da una nuova lettura, perché i fasci si sovrappongono e le interazioni fra sorgenti non sono mai del tutto lineari.

Rapporti consigliati per genere

Per il ritratto commerciale e la fotografia di bellezza si lavora di solito con rapporti bassi, fra 2:1 e 3:1, che mostrano la pelle e il trucco senza tensioni. Il televisivo e le interviste usano rapporti simili, perché serve massima leggibilità di ogni dettaglio. Per il ritratto d’autore e per la fotografia editoriale si sale a 4:1, che dà più modellazione e un carattere più marcato. Lo schema Rembrandt cade di solito in questa zona, intorno a 3:1 o 4:1.

Rapporti di 8:1 e 16:1, tre e quattro stop, portano l’immagine verso il low key e verso un’estetica espressionista. In questi casi l’ombra occupa gran parte del volto, e il fotografo deve decidere che cosa deve rimanere visibile: un occhio, una mano, un profilo. Rapporti molto alti richiedono controllo della dispersione, riempimento negativo e una valutazione attenta del sensore, per evitare ombre che cadono sotto il livello del rumore. In ogni caso il numero è un punto di partenza, e il risultato va valutato sull’immagine: lo stesso 4:1 con una sorgente grande e una piccola dà immagini molto diverse.

Per le foto di gruppo e di eventi si preferisce un rapporto basso, perché i soggetti sono molti e non tutti possono essere nella posizione ideale: con 2:1 si evitano le ombre dure sui volti più lontani dalla chiave. All’aperto la regola si capovolge: la luce solare diretta è una chiave molto forte, il cielo e le superfici circostanti fanno da schiarita, e il rapporto naturale può essere alto. Si riduce con un riflettore, con un flash di riempimento o schermando il sole con un telo diffusore.

Errori frequenti

Il primo errore è confondere la differenza fra chiave e schiarita con la differenza fra lato illuminato e lato in ombra: i due valori non coincidono, e la formula (key + fill) : fill tiene conto della somma. Il secondo è misurare con il ricevitore rivolto verso la sorgente invece che verso la fotocamera, o in un punto diverso da quello del volto. Il terzo è ignorare la luce ambiente: pareti chiare e soffitti alzano la schiarita, e un rapporto calcolato in un set vuoto cambia quando entrano il modello e gli assistenti.

Il quarto errore è usare la schiarita nella stessa direzione della chiave, o su un asse simmetrico, producendo una doppia ombra, per esempio ai lati del naso, che confonde la forma del volto. Il quinto è puntare a un numero e dimenticare l’immagine: il rapporto serve a ottenere un’immagine, e se il volto sembra piatto o troppo duro si corregge, anche se il numero era quello previsto. Il sesto è trascurare la sorgente del colore: una schiarita con temperatura colore diversa dalla chiave introduce dominanti nelle ombre. Va bene quando è voluta e si decide prima.

Un ultimo errore riguarda i flash di studio: la luce pilota non riproduce il rapporto reale, perché la sua potenza relativa fra le due teste non coincide con quella del lampo. Chi regola il rapporto a occhio sulla luce pilota deve poi verificare con l’esposimetro o con una prova, e sapere che i sensori e le pellicole vedono il lampo, non la lampada.

Domande frequenti

Qual è la formula del lighting ratio?

(key + fill) : fill. Si sommano la luce principale e la schiarita per il lato illuminato, e si divide per la sola schiarita, che è ciò che arriva sul lato in ombra. Con una chiave di 200 foot-candle e una schiarita di 100 il rapporto è 3:1.

Quanti stop corrispondono a 4:1?

Due stop. Ogni stop raddoppia la luce: 1 stop è 2:1, 2 stop sono 4:1, 3 stop sono 8:1 e 4 stop sono 16:1.

Che rapporto serve per lo schema Rembrandt?

Si suggerisce una schiarita intorno a metà della potenza della chiave, che con la formula standard dà un rapporto di 3:1. Il triangolo di luce sotto l’occhio non dovrebbe essere più lungo del naso né più largo dell’occhio.

Come si misura il rapporto di illuminazione?

Con un esposimetro a luce incidente, nel punto del volto e con il ricevitore rivolto verso la fotocamera: prima la sola schiarita, poi tutte le luci. La differenza in stop fra le due letture dà il rapporto.

Come si aumenta il rapporto senza cambiare la potenza?

Allontanando la schiarita, usando riempimento negativo con pannelli neri, restringendo il fascio con griglie e bandiere, oppure togliendo superfici chiare che rimandano luce sulle ombre.

Per il quadro generale dell’evoluzione tecnica si rimanda alla sezione La tecnologia fotografica.

Fonti

Aggiornato Ottobre 2026

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