Cynthia Morris Sherman è nata il 19 gennaio 1954 a Glen Ridge, New Jersey (Stati Uniti). Cresciuta a Huntington, Long Island, Sherman è una delle figure più influenti nella storia della fotografia contemporanea, nota per il suo lavoro concettuale che indaga identità, rappresentazione di genere, stereotipi culturali e l’estetica mediatica attraverso l’autorappresentazione fotografica. La sua pratica si sviluppa come riflessione sul potere dell’immagine e sul ruolo della donna nei codici visivi del cinema, della moda e della pubblicità. Conosciuta soprattutto per la serie Untitled Film Stills, ha trasformato il linguaggio fotografico da mezzo di documentazione a strumento critico e performativo.
Cindy Sherman studia arte visiva alla State University of New York at Buffalo (SUNY Buffalo), dove inizialmente si dedica alla pittura. Tuttavia, già nei primi anni universitari, avverte i limiti di questo linguaggio e si avvicina gradualmente alla fotografia come mezzo espressivo. La svolta avviene quando comincia a utilizzare sé stessa come soggetto, non per autoritratto narcisistico, ma per esplorare i codici dell’immagine e le dinamiche della costruzione visiva del sé.
Nei primi esperimenti utilizza macchine fotografiche analogiche 35 mm, spesso una Canon AE-1 o una Minolta SRT-101, montando treppiedi, autoscatto e flash esterni. Ogni dettaglio è studiato: parrucche, trucco, abiti, pose e ambientazioni. Sherman diventa così regista, attrice, fotografa, scenografa e costumista dei propri set, creando immagini altamente elaborate, ma con apparenza spontanea.
Il linguaggio visivo della Sherman si fonda sullo smantellamento dell’identità stabile. Ogni fotografia è una maschera, un’interpretazione. Le immagini non documentano una persona reale ma costruiscono una finzione credibile. Questo approccio performativo rovescia il paradigma tradizionale della fotografia come verità oggettiva: l’immagine diventa inganno e costruzione sociale, costringendo l’osservatore a interrogarsi sulla natura dell’identità rappresentata.
Durante la formazione, Sherman si distacca dalle logiche accademiche del ritratto e sviluppa un’estetica personale ispirata al cinema, alla televisione, alla fotografia di moda e alla pubblicità, ma sempre con un intento critico. La fotografia diventa lo strumento per analizzare e smascherare gli stereotipi che dominano la cultura visiva americana.
Negli anni universitari utilizza pellicole Kodak Tri-X 400, prediligendo una grana visibile e materica, elemento che resterà significativo anche nelle serie successive. L’illuminazione è essenziale nella costruzione dei personaggi: spesso adotta un’unica fonte di luce diretta per generare ombre dure e sagomate che accentuano i contorni del viso e creano un’atmosfera teatrale e drammatica.
Untitled Film Stills: la serie che ha riscritto la fotografia d’autore
La svolta definitiva avviene tra il 1977 e il 1980 con la realizzazione della serie Untitled Film Stills, composta da 69 fotografie in bianco e nero, di piccolo formato (20×25 cm), in cui Sherman si ritrae in pose e ambientazioni che evocano i fotogrammi dei film hollywoodiani degli anni ’50 e ’60. La forza del progetto non risiede solo nella cura tecnica ma nella decostruzione semiotica delle figure femminili: ogni scatto sembra familiare, ma non lo è mai davvero. Sherman attinge ai cliché cinematografici – la segretaria sola, la casalinga inquieta, la donna in fuga – per metterli in crisi.
Le immagini sono realizzate con obiettivi standard 50 mm o grandangolari da 35 mm, spesso con profondità di campo contenuta, per isolare la figura sullo sfondo urbano o domestico. La composizione è ispirata alla grammatica del cinema neorealista e noir americano: diagonali, tagli decentrati, finestre come cornici, specchi deformanti. Sherman si affida al self-timer ma anche a scatti remoti con cavo, per controllare meglio la posa e l’espressione.
La scelta del bianco e nero non è casuale: permette di accentuare la dimensione nostalgica e “falsamente documentaristica” del progetto. Lavorando su carte fotografiche a base d’argento (come la Ilford Multigrade FB), Sherman stampa personalmente ogni fotografia, calibrando i tempi di esposizione in camera oscura per ottenere contrasti netti e ombre profonde.
Questa serie, esposta per la prima volta nel 1980 alla Metro Pictures Gallery di New York, consacra Sherman nel panorama dell’arte contemporanea. Le immagini, apparentemente semplici, sono in realtà complesse costruzioni semantiche che pongono domande sulla soggettività, l’autenticità e il ruolo sociale delle immagini.
Evoluzione tecnica e concettuale dagli anni ’80 in poi
Dopo Untitled Film Stills, Sherman espande il suo vocabolario visivo, introducendo il colore, formati più grandi, tecniche digitali e tematiche più disturbanti. Negli anni ’80 realizza serie come “Centerfolds” (1981) e “Fashion” (1983–84), in cui esplora con ironia e crudezza i codici della rappresentazione femminile nei magazine patinati. L’uso del colore cambia radicalmente la grammatica visiva: Sherman impiega pellicole Kodak Ektachrome e Fujichrome, privilegiando tonalità artificiali e saturate che intensificano l’artificiosità del soggetto.
In queste serie, il formato si espande (spesso 120×180 cm), e la stampa viene effettuata su Cibachrome, un tipo di carta a colori noto per la brillantezza e la stabilità nel tempo, che accentua la plasticità del trucco, della pelle e delle stoffe. L’estetica si fa volutamente grottesca: l’identità diventa un travestimento teatrale, una carne mutante. Sherman introduce anche protesi, finti seni, nasi, dentiere, costumi e maschere, costruendo figure disturbanti che sfidano i confini tra il maschile e il femminile, il bello e il repellente.
Negli anni ’90 passa gradualmente alla fotografia digitale a colori, sperimentando con la post-produzione tramite Photoshop, ma sempre senza cedere all’estetica computerizzata. Le immagini rimangono fotografiche nel senso classico: ogni dettaglio è reale, costruito e allestito. Il digitale è solo un’estensione dello sguardo, non una sostituzione della messa in scena.
Nella serie “Disasters and Fairy Tales” (1985–1989) Sherman adotta filtri colorati, gelatine, luci teatrali e scenografie claustrofobiche, con corpi mutilati, burattini, arti finti, fango e cibo marcio. La fotografia diventa terreno per il subconscio, per l’inconscio collettivo, per la pulsione e il disgusto. L’attenzione alla texture della pelle, alla matericità del fondo, alla composizione centrale con elementi disturbanti, definisce un’estetica originale che fonde la fotografia alla performance, al cinema horror e alla body art.
A partire dal 2000, Sherman si fotografa in ambienti digitali virtuali, ma sempre rimanendo fedele al principio di autorappresentazione e trasformazione. La fotografia non è mai testimonianza di sé, ma esercizio di dissimulazione, linguaggio visivo sulla costruzione culturale del volto e del corpo.
Principali serie e opere emblematiche
Le opere più significative di Cindy Sherman si articolano in cicli tematici, ognuno con un proprio stile tecnico e semantico. Oltre agli Untitled Film Stills, le serie fondamentali includono:
“Centerfolds” (1981) – Commissionata originariamente per Artforum e poi rifiutata per il contenuto ambiguo, questa serie presenta figure femminili sdraiate, viste dall’alto, in pose che evocano vulnerabilità e tensione sessuale. Sherman gioca con la composizione centrale dei magazine erotici per rovesciarne il significato: ogni scatto mette in discussione la rappresentazione passiva del corpo femminile.
“History Portraits” (1988–90) – Un ciclo di ritratti realizzati con costumi storici, ambienti pittorici e imitazioni di dipinti classici. Sherman si trasforma in nobildonne del XVIII secolo, Madonne rinascimentali, soldati napoleonici, ma tutto è volutamente imperfetto, caricaturale, deformato da protesi e trucco posticcio, come per rivelare l’inautenticità della storia dell’arte.
“Clowns” (2003–2004) – Una serie fotografica digitale in cui Sherman assume sembianze clownesche, con make-up iperrealistico e ambientazioni artificiali. L’allegria forzata diventa inquietudine: i sorrisi sono congelati, gli occhi fissi, l’identità è una maschera tragica.
“Instagram series” (2016–2018) – Ultima evoluzione del suo percorso, queste immagini vengono realizzate e manipolate per i social media. Sherman indaga il rapporto tra identità digitale, filtri estetici, chirurgia e rappresentazione online, mantenendo il suo approccio critico e performativo.
Le sue opere sono presenti nelle collezioni permanenti del MoMA di New York, del Tate di Londra, del Centre Pompidou di Parigi e del Guggenheim, e hanno raggiunto quotazioni multimilionarie nelle aste internazionali.

Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma anche come testimonianza storica e culturale. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l’evoluzione tecnica e stilistica della fotografia. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell’immagine. Su storiadellafotografia.com condivido ricerche, approfondimenti e riflessioni, con l’obiettivo di trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.