Yevonde Cumbers Middleton, nota professionalmente come Madame Yevonde, nacque il 5 gennaio 1893 a Streatham, Londra, e morì il 22 dicembre 1975, due settimane prima di compiere ottantatré anni. La sua vita attraversò due guerre mondiali, il voto alle donne, la nascita della pubblicità illustrata e le trasformazioni di un mezzo che da pratica artigianale e scientifica diventò linguaggio artistico e strumento commerciale di massa. In quel percorso Yevonde ebbe un ruolo preciso: fu tra le prime in Gran Bretagna a credere nel colore come materia espressiva del ritratto e lo difese quando molti colleghi lo giudicavano volgare.
Questa biografia segue la sua formazione tra suffragismo e apprendistato, la nascita dello studio di Victoria Street, la scoperta del processo Vivex, la serie Goddesses del 1935, i lavori di moda e di pubblicità, gli anni della guerra e la riscoperta recente, che ha portato il suo archivio al centro del dibattito sulla fotografia a colori.
In Sintesi
- Madame Yevonde (Streatham, 1893 – 1975) aprì il suo studio a Londra nel 1914, a ventun anni, per ottenere indipendenza economica.
- Si formò come apprendista presso la ritrattista Lallie Charles, dopo un’adolescenza vissuta nel movimento delle suffragette.
- Negli anni Trenta fu tra le principali promotrici del processo Vivex, sistema tricromatico che le permise di fare del colore un linguaggio espressivo.
- La serie Goddesses (1935) ritrae signore dell’alta società come divinità mitologiche e resta il suo lavoro più noto.
- Lavorò per riviste come Tatler e The Sketch, per la pubblicità e per la moda, e dopo la chiusura del Vivex nel 1939 tornò al bianco e nero.
- Nel 2021 la National Portrait Gallery ha acquisito il suo archivio di circa 2.000 negativi tricromici, e nel 2023 le ha dedicato la mostra Yevonde: Life and Colour.
Indice dei Contenuti
- Origini, famiglia e suffragismo
- Apprendistato e primo studio
- Lo studio londinese e le tecniche di lavoro
- Il colore e il processo Vivex
- Il linguaggio estetico e la fotografia come messa in scena
- La serie Goddesses
- Ritratti di celebrità
- Moda, riviste e pubblicità
- Nature morte e suggestioni surrealiste
- La guerra, il ritorno al bianco e nero e gli ultimi anni
- Le opere principali e la produzione riconosciuta
- Collezioni, libri e mostre
- Eredità e riscoperta
- Domande frequenti
- Fonti
Origini, famiglia e suffragismo
La vicenda biografica di Yevonde si intreccia con uno dei periodi più dinamici della storia britannica, dalla fine dell’età vittoriana alla piena modernità del Novecento. Nasce a Streatham, nel sud di Londra, col nome di Yevonde Philone Cumbers, prima di due sorelle. Nel 1899 la famiglia si trasferisce a Bromley. Proviene da un ambiente della borghesia londinese e riceve un’educazione adeguata alla sua condizione: prima una governante e una scuola diurna, poi collegi nel Surrey, a Parigi e in Belgio.
Fin da giovane mostra un carattere anticonformista e una spiccata indipendenza intellettuale. Ammira Mary Wollstonecraft e nel 1910 entra nel movimento delle suffragette. L’esperienza la mette in contatto con ambienti progressisti e le dà un’idea precisa di emancipazione, anche se, come racconta Wikipedia, conclude presto di non essere tagliata per guidare un movimento e ne prende gradualmente le distanze. La fotografia diventa per lei il terreno su cui affermare la propria autonomia professionale e artistica, in un’epoca in cui le donne erano ancora relegate a ruoli marginali. Più tardi scriverà di aver scelto quel mestiere per rendersi finanziariamente indipendente.
Apprendistato e primo studio
La scelta della fotografia avviene in modo quasi casuale, attraverso un annuncio apparso sul giornale delle suffragette. Yevonde si presenta a un colloquio con la fotografa Lena Connell, ma sceglie un apprendistato di tre anni presso Lallie Charles, ritrattista londinese molto in voga. Secondo alcune biografie, nel 1911, a diciotto anni, decide di abbandonare un percorso universitario convenzionale per iscriversi come apprendista. Nello studio di Charles impara le basi della posa, la gestione della luce artificiale e il rapporto con una clientela di alto profilo, fatta di aristocratici, attrici di teatro e membri dell’alta società.
Questo apprendistato fornisce competenze tecniche e una consapevolezza: la fotografia può essere insieme un mestiere e un’arte, una professione rispettabile e un campo di sperimentazione creativa. Nel 1914, a ventun anni, con duecentocinquanta sterline messe a disposizione dal padre, Yevonde apre il suo primo studio indipendente al numero 92 di Victoria Street, a Londra. Ha già scelto di farsi chiamare Madame Yevonde, un nome da atelier. Lo studio dovrà chiudere poco dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, come ricorda Apollo, ma segna l’inizio di una carriera lunga oltre cinquant’anni.
La sua traiettoria testimonia il percorso di una donna che si impone in un campo dominato dagli uomini, sfruttando le doti tecniche e la capacità di interpretare i cambiamenti estetici del tempo. Dopo la guerra riapre l’attività. Intorno al 1921 si trasferisce al numero 100 della stessa strada, e nel 1933 sposta lo studio a Mayfair, al 28 di Berkeley Square, un indirizzo adatto a una clientela di rango. Nel frattempo sposa il drammaturgo Edgar Middleton, di cui porterà il cognome e che morirà nell’aprile del 1939.
Lo studio londinese e le tecniche di lavoro
Lo studio fotografico di Madame Yevonde divenne presto uno degli atelier più frequentati dall’alta società londinese. Fin dall’inizio la fotografa si distinse per l’uso innovativo delle tecniche di illuminazione artificiale, che consentivano di scattare indipendentemente dalle condizioni di luce naturale. In un’epoca in cui molti studi si affidavano ancora alla luce del giorno, filtrata da grandi finestre o soffitti a vetri, Yevonde fece largo uso di lampade elettriche e di sistemi di riflessione. Il risultato era un controllo più preciso dell’esposizione e un’estetica più teatrale, che ritroviamo anche nelle immagini del periodo successivo.
Dal punto di vista tecnico, i suoi primi lavori furono ritratti in bianco e nero su lastre di vetro, sviluppati e stampati su carta al bromuro d’argento. La sua abilità consisteva nel modellare i volti attraverso contrasti delicati e nel valorizzare i dettagli di abiti e accessori. Già negli anni Dieci e Venti la sua cifra stilistica si differenziava per una certa attenzione alla dimensione psicologica: i ritratti intendevano comunicare carattere e personalità del soggetto, oltre la semplice raffigurazione statica.
Negli anni Venti e Trenta adottò, secondo alcune ricostruzioni, fotocamere a lastre e a medio formato, che consentivano maggiore flessibilità nella composizione e nella messa a fuoco. Lo studio si dotò di apparecchi reflex e di un ampio corredo ottico, indispensabile per rispondere alle esigenze di una clientela variegata. Sperimentò inoltre tecniche di stampa al carbone e alla gelatina bromuro, cercando soluzioni estetiche raffinate che dessero profondità e ricchezza tonale alle immagini.
Le riviste illustrate furono presto un canale importante. Le fotografie di personaggi della società comparivano su Tatler e su The Sketch, e già nel 1921 Yevonde accettava commissioni pubblicitarie, come ricorda Apollo. Quella doppia vita di ritrattista mondana e di professionista della pubblicità le diede una conoscenza concreta di ciò che l’occhio del pubblico chiedeva e di quanto le immagini potessero vendere.
Il colore e il processo Vivex
L’aspetto più innovativo del suo percorso tecnico fu l’adozione della fotografia a colori. All’inizio degli anni Trenta Yevonde divenne una delle principali promotrici in Gran Bretagna del processo Vivex, un sistema tricromatico introdotto dalla società Colour Photographs Ltd di Willesden, a Londra. Il procedimento si basava sulla separazione dei tre colori primari, ottenuta con tre negativi su lastra pancromatica esposti attraverso filtri colorati, e sulla successiva ricombinazione per sovrapposizione. La scheda del Victoria and Albert Museum lo descrive come un rilievo a lavaggio, che usa tre negativi su cellofan cerato, uno per ogni colore primario, e cita anche il procedimento al carbro tricromico.
La tecnica era complessa e costosa. Richiedeva precisione nella registrazione delle tre immagini e abilità nel controllo dei filtri cromatici, e il tempo di posa era più lungo del normale. Yevonde vi si dedicò con entusiasmo e spinse il metodo oltre l’uso previsto: secondo un articolo di Margaret Bennett, mise per esempio del cellofan verde davanti all’obiettivo per ottenere effetti di atmosfera. Nel 1932 acquistò una macchina a dorso ripetitore per il Vivex, come ricorda The Spectator. Pretese anche che i tecnici del laboratorio non correggessero i suoi colori in stampa. Il gusto per la messa in scena fantastica trova un’eco contemporanea nelle fotografie di moda di Tim Walker.
Nel 1932 Yevonde partecipò alla prima mostra britannica di fotografia a colori, all’Albany Gallery, con una selezione metà in monocromo e metà in colore, che ricevette recensioni entusiaste. Nello stesso anno, in un intervento davanti alla Royal Photographic Society, sostenne che il colore contava soprattutto per le donne, e arrivò a dire che, se si volevano fotografie a colori, tanto valeva averle in una vera esplosione di colore. Fu anche la prima donna a tenere una conferenza davanti alla Professional Photographers’ Association.
L’uso del colore trasformò radicalmente il suo linguaggio visivo. I ritratti realizzati con il Vivex erano vibranti, intensi, capaci di valorizzare lineamenti, abiti, sfondi e oggetti scenografici. Il rosso divenne il suo colore firma, in sfondi, fiori, labbra e vestiti. Il colore era per lei uno strumento espressivo con cui costruire atmosfere e caratterizzare i soggetti. Questa scelta la pose in anticipo su molti colleghi, che diffidavano della fotografia a colori perché meno «artistica» del bianco e nero, e la sua tavolozza accesa fu paragonata, in senso critico, al Technicolor.
Il suo studio, attrezzato con laboratori specializzati per lo sviluppo e la stampa a colori, diventò negli anni Trenta un centro all’avanguardia. Secondo alcune biografie, molti assistenti furono formati da lei alla pratica del Vivex e contribuirono alla diffusione della tecnica. Il processo era destinato a declinare con l’avvento della seconda guerra mondiale e con l’affermazione di sistemi più pratici come il Kodachrome, ma la stagione del Vivex rappresenta uno dei momenti più alti della fotografia cromatica britannica, e Yevonde ne fu indiscussa protagonista.
Il linguaggio estetico e la fotografia come messa in scena
L’arte fotografica di Madame Yevonde univa la padronanza tecnica a un linguaggio estetico originale. La fotografa concepiva il ritratto come una vera e propria messa in scena, in cui luce, costumi, sfondi e oggetti contribuivano a costruire una narrazione visiva. L’impostazione teatrale si traduceva in immagini ricche di simboli, in cui il soggetto era sempre inserito in un contesto che ne ampliava il significato.
Il motto che la accompagnò, «Be original or die!», riassume l’atteggiamento. Il ritratto, per lei, reinventava la persona. Luci forti, trucco modificato, accessori, tagli e inquadrature calcolati servivano a creare un carattere, e il colore era il mezzo con cui quel carattere diventava visibile. La fotografia, in questo modo, trascendeva la semplice documentazione e rivendicava lo statuto di arte autonoma.
L’approccio rifletteva anche le influenze culturali del suo tempo. Negli anni Trenta l’Europa e l’Inghilterra erano attraversate dalle avanguardie, dal surrealismo all’art déco. Le sue fotografie mostrano una sensibilità vicina a queste correnti, senza aderire mai del tutto a un movimento. Era attenta al design, alla moda, all’uso di colori audaci e di forme geometriche, elementi che trovano spazio nei ritratti.
Un altro tratto distintivo fu la capacità di valorizzare la femminilità. I suoi soggetti preferiti erano spesso donne: aristocratiche, attrici, intellettuali, artiste. Yevonde le ritraeva come protagoniste, conferendo loro forza e individualità. In questo senso la sua fotografia portava un messaggio femminista sottile, coerente con le origini suffragiste: dimostrare che le donne potevano essere raffigurate come divinità, eroine, figure di potere, e non solo come oggetti di contemplazione. L’Apollo osserva che era meno a suo agio nel fotografare gli uomini, e il dato conferma dove stesse il suo interesse.
La serie Goddesses
L’esempio più celebre di questo stile è la serie dei ritratti denominata Goddesses, realizzata nel 1935. L’idea nasce da un ballo di beneficenza a tema olimpico, tenuto a Claridge’s all’inizio di quell’anno e ospitato da Lady Dorothy Warrender. Gli invitati portavano costumi ispirati a divinità greche e romane, disegnati, ricorda ArtUK, da Oliver Messel, Derek Hill ed Eleanor Abbey. Yevonde ne trasse una galleria di donne della buona società ritratte come figure mitologiche, con abiti elaborati e scenografie fantasiose.
La serie fu presentata nel luglio del 1935 con il titolo «An Intimate Exhibition: Goddesses and Others» nel nuovo studio di Berkeley Square. Per costruirla Yevonde attinse all’arte antica e contemporanea, all’estetica surrealista e agli scritti di Herbert Read. In studio ricorse a luci forti, a trucco alterato, a oggetti di scena, a tagli e inquadrature voluti. Il colore Vivex esaltava l’effetto teatrale, e trasformava le sitter in figure quasi pittoriche, a metà strada tra fotografia e pittura simbolista.
Tra i ritratti più noti figurano Lady Dorothy Warrender come Cerere, dea dell’agricoltura, con tessuto arancione e spighe dorate; Lady Dorothy Campbell come Niobe, in lacrime per i figli, con lacrime di glicerina; Aileen Balcon come Minerva, con elmo, scudo e simboli di guerra; Lady Bridget Poulett come Aretusa, ninfa dell’acqua, fotografata attraverso cellofan verde e completata con pesci e bolle in montaggio. Diana Mitford compare come Venere, Dorothy Gisborne come Psiche, Maud, duchessa di Wellington, come Era e come Ecate. Un ritratto del 1936 mostra Gertrude Lawrence come Talia, musa della commedia. Il Victoria and Albert Museum conserva una stampa Vivex del 1935 che ritrae Lady Milbanke come «The Dying Amazon».
La serie è un punto alto della sua produzione e dimostra come la fotografia potesse osare, essere spettacolo e confrontarsi con la pittura senza complessi. Le immagini sono in gran parte conservate alla National Portrait Gallery di Londra e restano una testimonianza unica della fotografia a colori degli anni Trenta. I toni saturi e i contrasti intensi conferiscono ai soggetti un’aura quasi onirica. Dopo Goddesses Yevonde realizzò altre serie a tema, sullo zodiaco e sui mesi dell’anno, in cui la fantasia mitologica lasciò spazio a una teatralità più ironica.
Ritratti di celebrità
Un altro ambito rilevante è costituito dai ritratti di celebrità. Madame Yevonde fotografò attrici, scrittori, aristocratici e personaggi pubblici, costruendo un archivio visivo della società britannica del suo tempo. Tra i soggetti figurano Vivien Leigh, John Gielgud, George Bernard Shaw e, secondo alcune biografie, Barbara Cartland, oltre a numerosi esponenti dell’aristocrazia inglese. Nel 1937 il suo ritratto a colori di Shaw, illuminato da una luce blu molto netta, suscitò critiche per l’audacia cromatica.
Nel 1935 realizzò un ritratto della principessa Alice, duchessa di Gloucester, che risulta la più antica stampa a colori superstite di un membro della famiglia reale britannica. Nel 1937 fu invitata a fotografare i pari del regno in occasione dell’incoronazione di Giorgio VI e della regina Elisabetta. Le immagini, spesso pubblicate su riviste o commissionate per uso privato, mostrano l’abilità di combinare glamour e introspezione. Nel dopoguerra ritrasse, fra gli altri, Judi Dench e Barbara Hepworth, e, già anziana, l’imperatore etiope Haile Selassie.
Moda, riviste e pubblicità
La fotografa si distinse anche nella fotografia di moda. Le collaborazioni con riviste come Tatler e The Sketch e, secondo alcune biografie, con Harper’s Bazaar contribuirono a ridefinire l’immagine della moda britannica tra gli anni Trenta e Quaranta. Le fotografie inserivano gli abiti in scenari costruiti, valorizzati dal colore e dalla luce artificiale. Questo approccio le consentì di anticipare tendenze che sarebbero diventate centrali nella fotografia di moda del dopoguerra.
Anche la fotografia commerciale, che costituiva una parte importante dell’attività, veniva trattata con la stessa cura estetica. Yevonde lavorò per riviste, case editrici e agenzie pubblicitarie, e nei lavori pubblicitari l’uso del colore era determinante per attirare lo sguardo e dare modernità al prodotto. Nel 1936 fotografò per la rivista Fortune l’allestimento degli interni del transatlantico Queen Mary, un incarico che mostra la fiducia di cui godeva presso i grandi committenti.
Promosse il colore anche sul piano pubblico. Tenne conferenze, rilasciò interviste e sostenne in pubblico che il colore doveva essere considerato una forma d’arte, quando molti contemporanei lo trattavano con sufficienza. Accolse la novità con un entusiasmo che si ritrova nelle sue frasi: si preparava, disse, un periodo di grande fermento.
Nature morte e suggestioni surrealiste
Accanto ai ritratti, Yevonde realizzò nature morte di impronta surrealista, spesso con un tono ironico. Apollo cita Lobster (1934), un’immagine in cui un oggetto ordinario diventa sorprendente, e Crisis (ARP) del 1939, che richiama l’imminenza della guerra e le esercitazioni di difesa antiaerea. Alcuni critici le giudicano a tratti troppo esplicite, ma mostrano quanto la fotografa fosse vicina al clima dell’epoca.
Il Laing Art Gallery, presentando la mostra del 2023, parla di un lavoro fatto di ritratti e di nature morte, di elementi surrealisti, di scene umoristiche e di tableaux. Anche in queste immagini Yevonde usa il colore come strumento di invenzione, e lo accosta a oggetti quotidiani trasformati in segni. Lo stesso interesse per la messa in scena che guida i ritratti si ritrova nel modo in cui costruisce la composizione, con piani netti e accostamenti inattesi.
La guerra, il ritorno al bianco e nero e gli ultimi anni
Il Vivex smise di operare alla fine del 1939, quando Colour Photographs Ltd chiuse, e il processo non riprese più. Per Yevonde fu un colpo. Nello stesso anno morì il marito, Edgar Middleton, e la sua casa fu colpita dai bombardamenti. Tornò al bianco e nero, continuando a lavorare e a sperimentare. Nel 1940 pubblicò il libro di memorie In Camera, e nello stesso anno divenne Fellow della Royal Photographic Society, di cui era membro da diversi anni. Un autoritratto del 1940, stampato con il trasferimento di colori, tra le ultime opere in Vivex, introduce un tema da vanitas: strumenti da fotografa, boccette di chimica e farfalle che ricordano lo scorrere del tempo, insieme al suo ritratto di Maud, duchessa di Wellington, come Ecate.
Nel dopoguerra il suo lavoro si fa meno appariscente, ma non perde inventiva. Negli anni Sessanta sperimenta la solarizzazione, e per un breve periodo apre uno studio a Manchester, in St Ann’s Square. Nel 1953 una mostra intitolata Be Original or Die richiama il suo motto. L’interesse del pubblico e della critica per i suoi lavori declina verso la metà degli anni Sessanta, e verrà riacceso solo molti anni dopo la sua morte. Continuò a fotografare fino alla fine, ancora attiva in età avanzata.
Le opere principali e la produzione riconosciuta
La produzione di Madame Yevonde è vasta e articolata, ma alcuni nuclei si distinguono come fondamentali. La serie delle Goddesses occupa un posto centrale: le immagini, in gran parte conservate alla National Portrait Gallery di Londra, rappresentano una testimonianza unica della fotografia a colori degli anni Trenta. I soggetti, ritratti con costumi ispirati alla mitologia classica, sono trasformati dal colore Vivex in figure vivide, con toni saturi e contrasti intensi. La serie mostra l’abilità tecnica e insieme dichiara una posizione artistica.
Un secondo nucleo è quello dei ritratti di personalità e dei lavori per riviste, di cui si è detto, con un archivio visivo che va dall’aristocrazia al teatro e alla letteratura. Un terzo è il lavoro in bianco e nero del primo periodo, meno spettacolare, ma indicativo della solida formazione tecnica e della sensibilità psicologica. Alcune di queste fotografie sono oggi conservate in collezioni museali e mostrano l’evoluzione dello stile, dalla compostezza tradizionale degli anni Dieci alla teatralità cromatica degli anni Trenta.
Il corpus delle sue opere costituisce un patrimonio fondamentale per la storia della fotografia britannica. La capacità di coniugare innovazione tecnica, linguaggio estetico originale e riuscita commerciale la colloca tra le figure di primo piano del Novecento, in una posizione che solo da pochi anni la critica riconosce pienamente.
Collezioni, libri e mostre
Il nucleo più importante dell’opera di Yevonde è custodito dalla National Portrait Gallery di Londra. Nel 2021 il museo ha acquisito il suo archivio a colori, composto da circa 2.000 negativi di selezione tricromica, con il sostegno del Portrait Fund. Circa cinquecento sono stati conservati, ricollocati, digitalizzati e studiati con il contributo del fondo culturale CHANEL, e hanno fatto emergere pose alternative e versioni precedenti delle Goddesses. Un articolo di Margaret Bennett definisce l’insieme come il più importante archivio di fotografia a colori di una donna finora conosciuto. Il Victoria and Albert Museum conserva stampe Vivex, tra cui quella di Lady Milbanke, inventariata con il numero RPS.33-2022.
Le mostre hanno scandito la riscoperta. Nel 1990 la rassegna Colour, Fantasy & Myth, a Bath e alla National Portrait Gallery, riportò il suo nome all’attenzione. Nel 2005 la stessa istituzione presentò Goddesses and Others. Nel 2023 la mostra Yevonde: Life and Colour, aperta il 22 giugno e conclusa il 15 ottobre, ha riunito più di centocinquanta fotografie, venticinque delle quali scoperte da poco, in un percorso cronologico. L’esposizione è stata poi ripresa al Laing Art Gallery di Newcastle, da novembre 2023 ad aprile 2024, ed è stata descritta come la più ampia rassegna sul suo lavoro.
Quanto ai testi, il volume In Camera (1940) resta la fonte autobiografica più diretta: vi racconta di aver scelto la fotografia per diventare economicamente indipendente. Il suo nome compare inoltre nei cataloghi delle mostre citate e nelle schede delle collezioni pubbliche.
Eredità e riscoperta
Yevonde fu a lungo una figura laterale nella storia ufficiale della fotografia. Le sue immagini, giudicate troppo appariscenti da una parte del mondo fotografico, hanno dovuto attendere decenni per ricevere lo spazio che meritavano. La riscoperta è iniziata con la mostra del 1990 e si è consolidata con l’acquisizione dell’archivio e con la grande rassegna del 2023.
Oggi la sua influenza è riconosciuta in autori contemporanei. Margaret Bennett cita Pierre et Gilles e Tim Walker, e suggerisce che l’editoriale di moda attuale le debba molto, mentre The Spectator ricorda come tra gli ammiratori ci siano Paula Rego, Mario Testino e Tilda Swinton. L’idea di un ritratto fatto di colore, scena, accessori e invenzione è diventata un linguaggio comune, e Yevonde ne è una delle prime interpreti.
Il suo caso insegna anche qualcosa sulla storia della tecnica. Il Vivex fu un sistema costoso, destinato a una breve vita. Eppure, in poco più di un decennio, produsse un corpus di immagini che nessun altro processo dell’epoca avrebbe saputo restituire con la stessa intensità. La stagione breve del colore, nota Apollo, spicca nettamente rispetto al resto della carriera, e proprio per questo oggi è il cuore della sua fama.
Domande frequenti
Chi era Madame Yevonde?
Fotografa britannica (Streatham, 1893 – 1975), nota per i ritratti a colori degli anni Trenta e per la serie Goddesses. Il suo nome di nascita era Yevonde Philone Cumbers.
Che cos’è il processo Vivex?
È un sistema tricromatico, introdotto dalla società Colour Photographs Ltd di Willesden, che separa i tre colori primari con tre negativi e li ricombina in stampa. Yevonde lo usò dal 1932 fino alla chiusura nel 1939.
Quando e come nacque la serie Goddesses?
Nel 1935, dopo un ballo a tema olimpico a Claridge’s. Yevonde ritrasse donne dell’alta società come divinità, e le presentò a luglio nel suo studio di Berkeley Square.
Dove si conservano le sue opere?
Soprattutto alla National Portrait Gallery di Londra, che nel 2021 ha acquisito il suo archivio a colori, e al Victoria and Albert Museum.
Era una suffragetta?
Sì, entrò nel movimento nel 1910, e fu proprio un annuncio apparso sul giornale delle suffragette a indirizzarla verso la fotografia.
Che cosa significa «Be original or die»?
È il motto con cui Yevonde sintetizzava la propria idea di lavoro: l’originalità come condizione di sopravvivenza artistica. Diede anche il titolo a una mostra del 1953.
Altri profili di autori e autrici sono raccolti nell’indice I grandi fotografi della storia.
Fonti
- Wikipedia, Madame Yevonde
- Apollo Magazine, The colourful life of Madame Yevonde
- Art UK, Yevonde: photographing a galaxy of goddesses
- The Spectator, The woman who pioneered colour photography
- National Portrait Gallery, autoritratto di Yevonde (NPG P620)
- Margaret Bennett, Picture this: Madame Yevonde
- Laing Art Gallery, Yevonde: Life and Colour
- Victoria and Albert Museum, The Lady Milbanke as The Dying Amazon
Aggiornato Ottobre 2026




