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A history of photography written as a practical guide and an introduction to its latest developments di William Jerome Harrison

Quando William Jerome Harrison pubblicò nel 1891 A History of Photography, l’intento era quello di fornire al pubblico colto e agli appassionati un resoconto organico dello sviluppo della nuova arte e scienza nata poco più di cinquant’anni prima. Harrison, insegnante e divulgatore, non era un fotografo di fama paragonabile a Fox Talbot o a Herschel, ma apparteneva a quella generazione di studiosi che, verso la fine del XIX secolo, avvertì la necessità di ordinare e sistematizzare le conquiste di mezzo secolo di esperimenti e invenzioni. L’opera si presenta come una cronaca storica, che non si limita a citare i nomi principali, ma ricostruisce con attenzione il contesto in cui la fotografia si è affermata, dalle ricerche ottiche del Settecento alle prime sperimentazioni con i composti fotosensibili, fino alla diffusione di procedimenti più stabili come la dagherrotipia, il calotipo e le tecniche al collodio.

Harrison scrive in un momento particolare: la fotografia sta vivendo una nuova rivoluzione tecnica, legata al processo al gelatino-bromuro d’argento, che ha reso la pratica fotografica più accessibile, rapida e meno vincolata ai laboratori improvvisati o alle attrezzature ingombranti. Il libro è quindi un’opera di memoria ma anche di transizione, poiché si rivolge a un pubblico che già conosce la fotografia nella sua forma relativamente moderna, ma che forse ignora le difficoltà e le scoperte che hanno portato a quel punto. In questo senso, il volume si pone a metà strada tra manuale didattico e narrazione storica, mantenendo un tono accessibile ma autorevole.

Dal punto di vista strutturale, il testo segue un percorso cronologico. Parte dalle teorie sull’ottica e dalla camera obscura, elemento fondamentale che preparò il terreno alla possibilità di fissare immagini reali, e passa poi alle sperimentazioni chimiche di Niepce, all’incontro con Daguerre, al perfezionamento del metodo dagherrotipico e alla parallela invenzione del calotipo di Talbot. Harrison non si limita a elencare fatti, ma cerca di spiegarne l’impatto, dedicando spazio alle reazioni del pubblico, al ruolo delle istituzioni scientifiche, al dibattito sui brevetti e sulla diffusione internazionale delle tecniche. In questo, il libro riflette la sensibilità positivista tipica della fine dell’Ottocento: ricostruire la storia delle scienze e delle arti come un cammino progressivo, ordinato e inevitabile verso il miglioramento.

Un elemento di notevole interesse è la capacità dell’autore di dare voce anche a figure meno note. Sebbene Daguerre e Talbot rimangano i protagonisti indiscussi, Harrison dedica pagine anche a studiosi e praticanti che, pur non avendo rivoluzionato il campo, hanno contribuito con innovazioni secondarie, miglioramenti tecnici o applicazioni pratiche. Questa scelta conferisce al libro una dimensione più corale, utile per comprendere che la fotografia non nacque dal genio isolato di un singolo, ma da una rete di tentativi, di fallimenti e di successi condivisi.

Il tono è quello del divulgatore attento, che vuole trasmettere entusiasmo ma anche rigore. Harrison non si perde in speculazioni estetiche o filosofiche, ma insiste sul lato tecnico e documentario, in linea con lo spirito vittoriano che vedeva nella fotografia uno strumento di conoscenza e di progresso. Tuttavia, non mancano passaggi in cui traspare un senso di meraviglia, quasi romantico, di fronte alla capacità di catturare la luce e il tempo. È come se l’autore, pur animato da un approccio scientifico, non potesse sottrarsi al fascino intrinseco del medium fotografico.

In questo primo capitolo del libro, quello che emerge è soprattutto l’importanza della sistematizzazione. A differenza delle prime pubblicazioni degli anni Quaranta e Cinquanta dell’Ottocento, che avevano un taglio manualistico o celebrativo, A History of Photography si propone di ordinare i fatti, di ricostruire una genealogia precisa, di stabilire un canone. È un’operazione che risponde a una necessità culturale: alla fine del secolo, la fotografia non è più una novità, ma una pratica consolidata che merita una storia. Harrison offre dunque ai suoi lettori uno strumento per comprendere da dove tutto sia cominciato e quale sia stato il percorso di un’arte che, in meno di sessant’anni, ha saputo trasformare radicalmente la percezione della realtà.

Analisi critica e valore attuale

La lettura di A History of Photography oggi non è priva di difficoltà. Lo stile, seppur scorrevole per i canoni dell’epoca, appare talvolta prolisso e intriso di un linguaggio vittoriano che tende a idealizzare le scoperte scientifiche. L’opera manca di quella consapevolezza teorica che si svilupperà solo nel Novecento, quando la fotografia verrà analizzata come linguaggio, come sistema di segni e come strumento culturale oltre che tecnico. Harrison non discute di estetica, non entra nel merito della relazione tra fotografia e pittura, non si sofferma sul ruolo dell’immagine fotografica nella costruzione della memoria collettiva. Ma sarebbe ingeneroso giudicarlo con parametri successivi: il suo scopo era diverso, e proprio nella sua fedeltà a quell’obiettivo risiede il valore dell’opera.

Il libro va letto come documento della mentalità scientifica di fine Ottocento. Harrison guarda alla fotografia con lo sguardo dello storico naturale, che osserva, cataloga, mette in ordine. La sua attenzione per il processo al gelatino-bromuro, ad esempio, dimostra come fosse sensibile alle innovazioni recenti e come percepisse chiaramente che il futuro della fotografia stava nella facilità di utilizzo e nella stabilità dei materiali. Non si limita a descrivere le scoperte di Niepce, Daguerre e Talbot, ma mostra come esse abbiano aperto la strada a perfezionamenti successivi che portarono, nel giro di pochi decenni, alla possibilità di scattare fotografie con tempi ridotti, di trasportare lastre già pronte e di svilupparle con maggiore sicurezza. È una visione progressiva, lineare, che riflette la fiducia ottocentesca nella scienza come cammino costante verso il miglioramento.

Un pregio dell’opera è anche la ricchezza di riferimenti a documenti, brevetti, articoli scientifici. Harrison dimostra di aver svolto un lavoro di ricerca accurato, attingendo a fonti diverse e integrandole in una narrazione coerente. Ciò lo rende non solo un divulgatore, ma anche un compilatore attento, che ha saputo selezionare e organizzare informazioni utili per i suoi contemporanei. Questo carattere di sintesi rende ancora oggi il libro prezioso per gli studiosi: pur essendo stato superato da ricerche più aggiornate, rimane una testimonianza della percezione storica della fotografia alla fine dell’Ottocento.

Naturalmente, non mancano i limiti. Il più evidente è la mancanza di una prospettiva estetica o culturale. Per Harrison la fotografia è soprattutto un fatto tecnico, una serie di invenzioni che si susseguono in maniera ordinata. Non considera le tensioni tra pittura e fotografia, non riflette sul ruolo sociale delle immagini, non menziona i dibattiti artistici che pure animavano la fine del secolo, quando il pittorialismo cercava di affermare la dignità artistica del mezzo. La sua è una storia interna, che guarda agli inventori e ai procedimenti, trascurando il contesto culturale e le pratiche sociali. Ma, ancora una volta, questo limite è anche la ragione della sua forza: il libro è una fonte primaria per capire come la fotografia fosse percepita nel 1891, prima che i teorici del Novecento ne ridefinissero la natura.

Il valore attuale dell’opera è dunque molteplice. Per lo storico, è una finestra sulla mentalità vittoriana e sulla ricezione della fotografia a cinquant’anni dalla sua nascita. Per il collezionista o l’appassionato di tecniche storiche, è una guida ricca di dettagli sui procedimenti, che permette di comprendere le tappe di un’evoluzione tecnica complessa. Per il teorico, è un documento che mostra l’assenza di riflessione estetica in un momento in cui la fotografia stava per essere riconosciuta come arte. In ogni caso, A History of Photography rimane una lettura affascinante, che restituisce il ritmo lento e progressivo delle scoperte e al tempo stesso l’entusiasmo per un mezzo che aveva già conquistato la società.

Rileggere oggi Harrison significa confrontarsi con l’immagine della fotografia prima della fotografia moderna. È un viaggio nella memoria di un medium ancora giovane, raccontato con la fiducia positivista di chi vede nel progresso tecnico la chiave del futuro. In questo senso, il libro non è solo una cronaca, ma anche un manifesto di fede nella scienza e nella capacità dell’uomo di dominare la luce. Harrison ci restituisce il sapore di un’epoca in cui la fotografia era ancora meraviglia, ancora conquista, ancora promessa.

Per chi fosse interessato, il libro è consultabile gratuitamente qui.

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