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Karl Blossfeldt

Karl Blossfeldt venne al mondo il 13 giugno 1865 nel piccolo villaggio di Schielo, situato nella regione di Sassonia-Anhalt, in Germania, in un contesto rurale che sin dall’infanzia gli offrì un rapporto diretto e quotidiano con la natura. La sua sensibilità verso le forme vegetali si sviluppò lentamente ma in modo profondo, intrecciandosi con una formazione artigianale che lo condusse ben presto a Berlino, dove avrebbe trascorso la maggior parte della sua vita. Fu proprio nella capitale tedesca, cuore culturale e scientifico della Germania dell’epoca, che Blossfeldt sviluppò le sue intuizioni più radicali nel campo della fotografia morfologica. La sua esistenza si concluse il 9 dicembre 1932, nella stessa città in cui per oltre trent’anni aveva insegnato e lavorato, lasciando un archivio visivo che avrebbe influenzato generazioni di fotografi, scienziati e artisti.

Karl Blossfeldt fu uno dei più singolari e innovativi fotografi botanici del XX secolo. La sua ricerca di rigore formale e la sua ossessione per le forme naturali lo portarono a elaborare un corpus fotografico unico nel suo genere, in cui la morfologia vegetale si trasforma in struttura architettonica. Famoso per le sue macrofotografie di piante e semi, Blossfeldt operò per decenni in un ambito ibrido tra scienza, didattica e fotografia artistica, utilizzando strumenti autocostruiti e tecniche di ingrandimento ad altissima precisione. La sua opera più celebre, Urformen der Kunst (1928), è ancora oggi considerata un punto di riferimento per la fotografia naturalistica e tipologica.

Karl Blossfeldt nacque in un contesto rurale e artigianale. La sua formazione iniziale fu improntata al disegno e alla scultura ornatistica, discipline fondamentali nella Germania pre-industriale dove la decorazione botanica giocava un ruolo cruciale nelle arti applicate. Frequentò l’Accademia delle Arti Applicate di Berlino (Kunstgewerbeschule), dove il naturalismo e il rigore formale erano alla base dell’insegnamento. Qui iniziò a concepire l’idea che la struttura naturale potesse costituire un archivio universale di forme, utili tanto all’arte quanto all’architettura.

Intorno al 1890 fu assistente del professor Moritz Meurer, botanico e teorico dell’ornamento, con cui viaggiò in Italia, Grecia e Nord Africa per documentare decorazioni vegetali antiche. Durante questi viaggi si convinse della necessità di un metodo fotografico sistematico per catalogare le strutture naturali. Già in questa fase, Blossfeldt cominciò a progettare una fotocamera macro customizzata, che potesse superare i limiti delle lenti standard disponibili sul mercato tedesco di fine Ottocento.

La sua macchina fotografica principale, costruita a partire da un banco ottico in legno, fu dotata di una lente con fattore d’ingrandimento 30x, ottenuta da un sistema di lenti acromatiche da microscopio, combinate in modo da ridurre le aberrazioni cromatiche. Questo dispositivo gli permetteva di ottenere una nitidezza superiore anche nelle zone periferiche del campo visivo, grazie all’uso di diaframmi ridottissimi (f/64 e oltre) e tempi di esposizione lunghissimi, che potevano arrivare anche a 30 minuti, con l’uso di lampade ad arco e luci continue industriali.

La pellicola da lui usata fu prevalentemente vetro sensibilizzato, sviluppato tramite processo al collodio secco, che garantiva una risoluzione estrema e una profondità di campo senza paragoni. Le lastre, pretrattate con gelatina ai sali d’argento, venivano trattate in camere oscure con soluzioni di sviluppo composte da pirogallolo, carbonato di sodio e bromuro di potassio.

Dal punto di vista metodologico, Blossfeldt si allontanava completamente dalle convenzioni della fotografia artistica dell’epoca. Rifiutava il pittorialismo e l’estetizzazione artificiosa. L’obiettivo era ottenere una rappresentazione tipologica, neutra ma iperrealista, che rivelasse il carattere plastico e geometrico insito nelle forme vegetali.

Il lavoro di Blossfeldt si distingue per una meticolosità tecnica estrema. Le sue riprese venivano sempre effettuate in interni, per ridurre al minimo le variabili ambientali. Il soggetto vegetale veniva immobilizzato mediante pinzette entomologiche, appeso con filo nero di seta e posizionato davanti a un fondale neutro in cartoncino grigio chiaro, che offriva luminosità uniforme senza dominanti. Il contrasto risultante era calibrato per mostrare ogni singola nervatura fogliare, escrescenza, sezione di fusto o seme.

Il piano di ripresa era orizzontale, con l’obiettivo perfettamente parallelo al soggetto. Per evitare la distorsione prospettica, utilizzava movimenti micrometrici del soffietto e una testa mobile in ottone con viti a passo fine. Il banco ottico autocostruito era montato su un basamento antivibrante, ottenuto combinando marmo e gomma naturale, per evitare qualsiasi micro-movimento durante le esposizioni lunghe.

Il processo di sviluppo, svolto quasi interamente da lui stesso, seguiva una sequenza rigida:

  • prelavaggio con acqua distillata a 20°C

  • bagno rivelatore a base di metolo e idrochinone, mantenuto a temperatura costante tramite bagnomaria

  • arresto con acido acetico diluito al 2%

  • fissaggio con iposolfito di sodio

  • lavaggio finale di 45 minuti con acqua corrente filtrata.

Le stampe venivano realizzate con la tecnica al platinotipo o al ferrocianuro (carta salata), ottenendo toni caldi e una stabilità chimica superiore alle stampe all’argento. Il contrasto finale era controllato in fase di esposizione tramite mascherature locali effettuate con retine a densità variabile.

Le sue lenti macro erano adattate da ottiche industriali, con gruppi ottici disassemblati e ricalibrati. Alcuni componenti provenivano da microscopi Zeiss, altri da obiettivi Petzval, con cui ottenendo un effetto di caduta di fuoco minima e profondità massima nella porzione centrale dell’immagine. La luce di ripresa era quasi sempre naturale, diffusa attraverso schermi di carta di riso giapponese, che permettevano una diffusione morbida senza riflessi speculari.

Blossfeldt era ossessionato dalla ripetibilità del processo. Ogni pianta veniva catalogata con dati scientifici, condizioni di luce, lunghezza focale, apertura del diaframma e distanza soggetto-camera. Un vero precursore del workflow scientifico-artistico, che oggi definiremmo “metadato integrato”.

“Urformen der Kunst” e la fotografia morfologica

Nel 1928, la pubblicazione di Urformen der Kunst (Forme originarie dell’arte) da parte dell’editore Ernst Wasmuth fu un evento epocale. Questo volume raccoglieva 120 tavole fotografiche, tutte dedicate a soggetti vegetali, ma concepite come tipologie morfologiche. Ogni immagine non rappresentava solo una pianta, ma una struttura formale, una tipologia universale di forma che potesse dialogare con la scultura gotica, l’architettura classica e il design moderno.

L’approccio di Blossfeldt anticipa quello di Bernd e Hilla Becher e della Scuola di Düsseldorf. A differenza dei fotografi artisti del tempo, come Alfred Stieglitz o Edward Weston, Blossfeldt non cercava l’estetica nel soggetto, ma nell’universalità della sua forma interna. Il suo era un vero e proprio catalogo di archetipi naturali, in cui le simmetrie, le spirali e i pattern ripetuti parlano una lingua visiva comune a tutte le culture.

Il rigore compositivo è assoluto. Le piante sono sempre fotografate frontalmente, centrate, isolate. Non vi è alcuna narrativa, alcun contesto. Tuttavia, il risultato è straordinariamente evocativo. Gli stami di un fiore diventano colonne doriche, un bocciolo assume la forma di un capitello ionico, un riccio di felce sembra una voluta barocca. Blossfeldt restituisce alla pianta la sua natura architettonica, eliminando qualsiasi funzione illustrativa.

Le tavole originali furono stampate in fototipia a tiratura limitata, con un procedimento che garantiva una gamma tonale ampia e una definizione ai limiti della percezione. Questo permise all’opera di essere accolta sia nel mondo della botanica sia in quello delle arti visive. Paul Klee, Le Corbusier e Walter Gropius considerarono Urformen der Kunst una “grammatica della forma”, e lo stesso Gropius lo incluse tra i testi consigliati al Bauhaus.

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