La Simda Company fu una realtà imprenditoriale che operò nel settore fotografico nella prima metà del XX secolo, affermandosi soprattutto nel campo della produzione di apparecchi fotografici di piccolo e medio formato destinati a un pubblico eterogeneo, che andava dal dilettante colto al fotografo professionista. Le informazioni storiche sulla nascita dell’azienda non sono sempre lineari, in parte a causa della frammentazione documentaria e della dispersione delle fonti legate a piccole case produttrici di apparecchi fotografici dell’epoca. Tuttavia, la Simda Company va collocata all’interno del vivace contesto industriale europeo degli anni Venti e Trenta, periodo nel quale numerosi costruttori medio-piccoli cercarono di ritagliarsi uno spazio in un mercato dominato dai giganti tedeschi come Zeiss Ikon, Leitz e Voigtländer.
Dal punto di vista tecnico, la Simda Company sviluppò sin dall’inizio una particolare attenzione per la produzione di macchine tascabili, in linea con la richiesta crescente di strumenti fotografici che unissero portabilità, discrezione e una certa solidità costruttiva. Si trattava di un periodo in cui l’evoluzione delle emulsioni fotografiche e dei sistemi di otturazione consentiva già di ottenere buone qualità d’immagine con apparecchi compatti, a patto che venissero rispettati determinati standard meccanici e ottici.
Uno degli elementi caratterizzanti della Simda era la scelta di affidarsi a componentistica ottica fornita da terze parti, spesso obiettivi prodotti da aziende specializzate, che venivano poi montati sulle fotocamere del marchio. Questo approccio, comune ad altre piccole case produttrici, permetteva di abbattere i costi di progettazione e produzione, ma al tempo stesso garantiva un livello qualitativo competitivo. Non di rado venivano adottati obiettivi tripletto di Cooke o loro derivazioni, configurazioni ottiche economiche ma di buona resa per l’uso amatoriale.
La sede produttiva della Simda non raggiunse mai dimensioni industriali comparabili con le grandi aziende tedesche o giapponesi, ma seppe distinguersi per una produzione curata e per una certa varietà di modelli. Questo collocò l’azienda in quella fascia di mercato intermedia che mirava a soddisfare fotografi che cercavano un compromesso tra qualità e prezzo, senza potersi permettere le sofisticazioni delle Leica a telemetro o delle Contax.
Dal punto di vista commerciale, la Simda si avvalse di canali distributivi piuttosto flessibili, affidandosi spesso a rivenditori indipendenti o a cataloghi fotografici diffusi su scala nazionale. Le sue macchine erano accessibili anche attraverso catene di negozi di articoli tecnici e di ottica, raggiungendo così una platea di acquirenti che non apparteneva esclusivamente al mondo dei professionisti ma includeva studenti, viaggiatori e dilettanti collezionisti.
Questa politica di diffusione larga, unita a una progettazione semplice e robusta, rese le fotocamere Simda strumenti diffusi in ambiti molto differenti, dalla fotografia familiare a quella documentaria. Sebbene non vi siano testimonianze di un impiego massiccio in ambito scientifico o militare, come avvenne per altri marchi, le macchine Simda riuscirono comunque a ritagliarsi una nicchia di mercato nel panorama europeo, sostenute da una reputazione positiva per l’affidabilità delle ottiche montate.
Produzione e modelli di fotocamere
La produzione della Simda Company si articolava principalmente attorno a fotocamere a cassetta e pieghevoli. Le fotocamere a cassetta erano spesso pensate per pellicole in rullo di formato 120 o 127, molto popolari negli anni Trenta e Quaranta, mentre le pieghevoli rappresentavano una soluzione elegante per combinare compattezza e un piano focale relativamente ampio.
Dal punto di vista tecnico, le pieghevoli Simda adottavano meccanismi a soffietto, spesso in pelle o similpelle rinforzata, che garantivano una chiusura compatta e una discreta durata. I corpi macchina erano realizzati in metallo leggero con pannelli rivestiti, seguendo uno schema costruttivo comune in quegli anni. Ciò che contraddistingueva Simda era la volontà di proporre modelli con un’estetica semplice ma funzionale, privi di decorazioni eccessive, ma ben rifiniti nelle parti essenziali come leve di avanzamento, comandi dell’otturatore e mirini ottici.
Gli otturatori montati variavano dai più semplici a scatto singolo a modelli con tempi variabili che andavano da 1/25 a 1/200 di secondo, includendo talvolta la posa “B” e “T” per esposizioni lunghe. Non si trattava di meccanismi di alta precisione paragonabili ai Compur tedeschi, ma di soluzioni robuste e sufficienti per l’uso quotidiano. Dal punto di vista ottico, la Simda offriva configurazioni a lente singola meniscale per i modelli base, mentre nelle versioni superiori trovavano posto obiettivi tripletto a tre lenti che garantivano una resa più uniforme, soprattutto ai diaframmi medi.
Tra i formati di pellicola più utilizzati vi erano i 6×6 cm e i 6×9 cm, standard consolidati per la fotografia amatoriale e semi-professionale. La possibilità di ottenere negativi relativamente grandi permetteva un buon margine di ingrandimento e stampe nitide, rendendo queste fotocamere appetibili anche a chi desiderava cimentarsi con il ritocco e la stampa in camera oscura.
Non mancarono esperimenti della Simda con fotocamere a caricamento rapido e con modelli di box camera, molto simili alle Brownie di Kodak, destinati a un pubblico ancor più vasto. Questi apparecchi, estremamente semplici, riducevano al minimo l’intervento del fotografo, rendendo la pratica fotografica accessibile a chiunque. La scelta di affiancare a prodotti di fascia media delle soluzioni economiche si rivelò coerente con la politica aziendale di ampliare il più possibile la base di utenti.
La Simda non introdusse mai innovazioni rivoluzionarie come il telemetro accoppiato o l’uso di chassis intercambiabili, ma si limitò a perfezionare strumenti già ampiamente diffusi, mantenendo i costi contenuti e garantendo una certa solidità. Questo approccio la collocava più vicina a marchi come Agfa o Balda che ai pionieri dell’alta precisione come Leitz.
Dal punto di vista commerciale, alcune delle fotocamere Simda venivano prodotte anche con marchi alternativi o come versioni “private label” destinate a distributori locali. Tale pratica era comune tra le aziende di medie dimensioni che intendevano ampliare la loro rete di vendita senza esporsi eccessivamente con campagne pubblicitarie dirette. Ciò ha reso oggi più difficile tracciare un catalogo completo e univoco della produzione Simda.
La diffusione delle fotocamere Simda va collocata all’interno di un quadro più ampio che riguarda il mercato fotografico europeo del periodo tra le due guerre e del secondo dopoguerra. L’azienda, pur non avendo mai raggiunto una fama internazionale paragonabile ai grandi produttori, riuscì a immettere i propri prodotti in diversi paesi, sfruttando reti distributive regionali e collaborazioni con negozi di ottica.
Il successo della Simda fu legato soprattutto alla sua capacità di rispondere alla domanda di fotografia popolare, quella che trovava spazio negli album familiari e nelle cronache quotidiane. Le sue macchine erano acquistabili a prezzi ragionevoli e garantivano una qualità d’immagine sufficiente per documentare viaggi, ricorrenze e momenti privati. L’affidabilità dei meccanismi contribuiva a costruire un passaparola positivo tra gli utilizzatori, sebbene i fotografi professionisti preferissero apparecchi più sofisticati.
Durante il secondo dopoguerra, con la crescente affermazione delle fotocamere giapponesi, la Simda si trovò ad affrontare una concorrenza sempre più pressante. I modelli nipponici offrivano caratteristiche tecniche avanzate, come otturatori a tendina più precisi e telemetri incorporati, a prezzi che divenivano progressivamente competitivi. Questo scenario ridusse progressivamente lo spazio di manovra per i costruttori europei di medie dimensioni come la Simda, che non avevano le risorse per affrontare una radicale riconversione tecnologica.
Nonostante queste difficoltà, il marchio rimase attivo almeno fino agli anni Cinquanta, mantenendo una sua presenza soprattutto nei mercati nazionali e in alcune aree europee limitrofe. Non è chiaro se la fine della Simda sia stata determinata da una chiusura definitiva della produzione o da un lento assorbimento da parte di altri costruttori, pratica diffusa nel settore.
Le fotocamere Simda sopravvissute sono oggi considerate interessanti testimonianze di un’epoca di transizione nella storia della fotografia. Non sono particolarmente rare, ma il loro valore collezionistico dipende dalle condizioni di conservazione, dalla completezza degli accessori originali e dalla presenza di ottiche marchiate da produttori di prestigio.
In termini di significato storico, la Simda Company rappresenta un esempio concreto di come numerose realtà di medie dimensioni abbiano contribuito a diffondere la pratica fotografica ben oltre i confini dei circoli professionali, democratizzando l’accesso all’immagine e offrendo strumenti tecnici che, pur non rivoluzionari, furono fondamentali per consolidare un’abitudine sociale alla fotografia.

Sono Manuela, autrice e amministratrice del sito web www.storiadellafotografia.com. La mia passione per la fotografia è nata molti anni fa, e da allora ho dedicato la mia vita professionale a esplorare e condividere la sua storia affascinante.
Con una solida formazione accademica in storia dell’arte, ho sviluppato una profonda comprensione delle intersezioni tra fotografia, cultura e società. Credo fermamente che la fotografia non sia solo una forma d’arte, ma anche un potente strumento di comunicazione e un prezioso archivio della nostra memoria collettiva.
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