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Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società

18,05 

Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società
Susan Sontag — Einaudi

Un saggio che ha cambiato per sempre il modo in cui il mondo pensa all’immagine fotografica. Pubblicato nel 1977 e tradotto in decine di lingue, questo libro raccoglie sei testi in cui Sontag dimostra, con rigore filosofico e prosa cristallina, che fotografare non è mai un atto innocente: è appropriazione, interpretazione, esercizio di potere. Da Diane Arbus a Walker Evans, da Atget a Weston, la Sontag costruisce una mappa critica del regime visivo moderno che anticipa con straordinaria lucidità i problemi dell’era digitale. Un classico imprescindibile per fotografi, studiosi, collezionisti e chiunque voglia capire davvero perché le immagini ci affascinano, ci commuovono e, a volte, ci ingannano.

160 pagine · Einaudi · Traduzione di Ettore Capriolo

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Descrizione

‘è un prima e un dopo Susan Sontag. Chi legge Sulla fotografia* per la prima volta scopre, quasi con un leggero disagio, che non potrà più guardare uno schermo, sfogliare un album, o alzare il telefono per scattare senza portare con sé una domanda nuova: che cosa significa davvero possedere un’immagine?

Pubblicato per la prima volta nel 1977 e diventato nel giro di pochi anni uno dei saggi più citati dell’intero Novecento, questo libro raccoglie sei testi apparsi sulla «New York Review of Books» e li trasforma in un unico edificio critico di straordinaria solidità. La Sontag non scrive per addetti ai lavori. Scrive per chiunque abbia mai sentito il bisogno di capire perché la fotografia eserciti su di noi un fascino tanto irresistibile quanto, a tratti, inquietante.

La tesi che percorre ogni pagina è tanto semplice da formulare quanto difficile da accettare: fotografare è un atto di potere. Significa appropriarsi di un frammento del mondo, ridurlo a oggetto, conferirgli un valore che non aveva prima dello scatto. La fotografia non è uno specchio della realtà. È una sua interpretazione, e come ogni interpretazione porta in sé un punto di vista, un’ideologia, una scelta.

Sontag dimostra questa tesi passando con disinvoltura da Diane Arbus a Walker Evans, da Eugène Atget a Edward Weston, costruendo un percorso critico che non è mai una semplice storia dei fotografi, ma una riflessione sul ruolo delle immagini nella società moderna. Con una prosa filosofica che non rinuncia mai alla leggibilità, porta il lettore a riconoscere che viviamo immersi in un regime visivo che non abbiamo scelto, ma che condiziona profondamente il nostro modo di percepire la realtà, la sofferenza, il bello, la guerra, il desiderio.

Quello che rende questo libro ancora urgente nel 2026, quando produciamo miliardi di immagini al giorno e le condividiamo in tempo reale, è precisamente la sua capacità di anticipare i problemi del presente. Quando Sontag scrive che la fotografia crea un’illusione di conoscenza senza richiedere comprensione vera, sembra descrivere l’estetica del feed social con cinquant’anni di anticipo. Quando analizza la desensibilizzazione emotiva prodotta dall’eccesso di immagini di violenza, tocca un nervo che la cultura contemporanea ha ancora aperto.

L’edizione Einaudi, curata nella traduzione da Ettore Capriolo, è un volume elegante, accessibile, che si presta tanto alla lettura di un pomeriggio quanto alla consultazione sistematica. Chi lo acquista non compra soltanto un classico della critica fotografica. Compra uno strumento per vedere meglio, pensare più chiaramente, e capire il mondo visivo che ci circonda con occhi finalmente più liberi.

Chi dovrebbe leggerlo:

  • Appassionati di fotografia che vogliono andare oltre la tecnica

  • Studenti e professionisti dell’immagine, del giornalismo e delle arti visive

  • Collezionisti e critici che cercano un fondamento teorico solido

  • Chiunque si interroghi sul rapporto tra immagine, verità e potere nell’era digitale