Nel corso del XX secolo, pochissime fotografie sono riuscite a fare quello che la fotografia di Joe Rosenthal aveva fatto il 23 febbraio 1945 a Iwo Jima: condensare in un singolo fotogramma verticale di soldati e bandiera l’intera narrativa morale di un conflitto, restituendo a un paese devastato dalla guerra un’immagine capace di reggere il peso di tutto il dolore e tutta la speranza che vi si volevano caricare sopra. Il 11 settembre 2001, poche ore dopo che due aerei dirottati avevano abbattuto le Torri Gemelle del World Trade Center a New York, il fotoreporter Thomas E. Franklin del quotidiano The Bergen Record del New Jersey scattò una fotografia destinata a compiere la stessa operazione per la generazione successiva. L’immagine mostra tre vigili del fuoco del New York City Fire Department, in piedi su una struttura di macerie a circa sei metri di altezza, nell’atto di alzare una bandiera americana su un palo improvvisato contro il cielo grigio di fumo del Lower Manhattan. Era poco dopo le cinque del pomeriggio del 11 settembre 2001. Le Torri Gemelle erano collassate da ore. 2.977 persone erano morte. E su quelle macerie, tre uomini in tuta ignifuga issavano la bandiera del loro paese.
La fotografia fu trasmessa dal The Bergen Record sul filo dell’Associated Press poco dopo la mezzanotte dell’11-12 settembre e apparve in prima pagina su centinaia di quotidiani del mondo il 12 settembre 2001 sotto il titolo originale “Ground Zero Spirit”. Il giornalista e scrittore David Friend l’ha definita “la notizia fotografica più riprodotta del nuovo secolo” nel suo libro “Watching the World Change: The Stories Behind the Images of 9/11”. Il confronto con Iwo Jima è inevitabile e fu riconosciuto dallo stesso Franklin nell’istante in cui scattò: stesso formato verticale, stessa triade di figure che spingono un’asta verso l’alto, stessa bandiera americana contro un cielo carico di storia. Ma la differenza tra le due immagini è profonda quanto la somiglianza formale: quella di Rosenthal celebrava la conquista di un territorio nemico strappato a costo di sangue; quella di Franklin celebrava la sopravvivenza su suolo americano aggredito da un nemico invisibile. L’archivio fotografico di Franklin è consultabile attraverso il sito ufficiale thomasfranklin.com, mentre la scheda storica completa della fotografia è disponibile all’archivio del National September 11 Memorial & Museum.

Informazioni Base:
- Fotografo: Thomas E. Franklin (nato nel 1966); laureato nel 1988 alla State University of New York at Purchase; fotoreporter del The Bergen Record (Bergen County, New Jersey) dal 1993; oggi professore associato di comunicazione e media alla Montclair State University, New Jersey
- Fotografia: “Raising the Flag at Ground Zero” / titolo originale del Bergen Record: “Ground Zero Spirit”; distribuita tramite AP wire; finalista al Premio Pulitzer per la fotografia di notizie nel 2002; inserita da Life Magazine tra le “100 Photographs That Changed the World”; nella collezione permanente della Library of Congress
- Anno: 2001 (scatto: 11 settembre 2001, poco dopo le 17:00 ora locale EST; trasmissione AP wire: poco dopo mezzanotte del 12 settembre; prima pubblicazione: 12 settembre 2001, Bergen Record e quotidiani internazionali)
- Luogo: Angolo nordovest del sito del World Trade Center, Ground Zero, Lower Manhattan, New York City; Franklin era posizionato sotto il sovrappasso pedonale che collegava il World Trade Center al World Financial Center attraverso la West Side Highway; i pompieri si trovavano su una struttura di detriti a circa 20 piedi (6 m) di altezza, a circa 150 yard (137 m) dal fotografo
- Soggetti ritratti: George Johnson (Rockaway Beach, Brooklyn), Ladder 157; Dan McWilliams (Long Island), Ladder 157; Billy Eisengrein (Staten Island), Rescue 2; nessuno dei tre era a conoscenza di essere fotografato al momento dello scatto; la bandiera proveniva da uno yacht ormeggiato a un molo vicino, portata sul sito da McWilliams su iniziativa spontanea
- Temi chiave: attacchi dell’11 settembre 2001 (Al-Qaeda, 2.977 vittime), confronto iconografico con Raising the Flag on Iwo Jima di Joe Rosenthal (1945), tre fotografi presenti (Franklin, Lori Grinker per People Magazine, Ricky Flores per Journal-News), uso del teleobiettivo e prospettiva compressa come scelta compositiva determinante, timbro postale Heroes 2001 e raccolta di oltre 10 milioni di dollari, controversia sulla statua con sostituzione razziale dei pompieri, scomparsa e ritrovamento della bandiera originale (2014), dibattito sulla fotografia di guerra come strumento di narrazione nazionale, James Nachtwey presente sulla scena
Contesto storico e politico
L’11 settembre 2001 è una data che ha diviso il tempo in due epoche distinte per chiunque fosse adulto in quel giorno. Alle 8:46 del mattino ora locale, il volo American Airlines 11, dirottato da cinque membri di Al-Qaeda, si schiantò contro la Torre Nord del World Trade Center a Manhattan. Diciassette minuti dopo, alle 9:03, il volo United Airlines 175 colpì la Torre Sud. Alle 9:37, il volo American Airlines 77 colpì il Pentagono ad Arlington, Virginia. Alle 9:59, la Torre Sud crollò. Alle 10:28, crollò la Torre Nord. Il volo United Airlines 93, il quarto aereo dirottato, precipitò in un campo a Shanksville, Pennsylvania, dopo che i passeggeri tentarono di riprendere il controllo del velivolo, impedendo probabilmente il raggiungimento di un ulteriore obiettivo, identificato successivamente come il Campidoglio o la Casa Bianca. In totale, 2.977 persone persero la vita negli attacchi, esclusi i diciannove dirottatori; 343 erano vigili del fuoco del FDNY, 23 agenti della polizia di New York City e 37 agenti della Port Authority Police.
La risposta immediata del paese fu di intensità e coesione che non si vedevano dalla Seconda Guerra Mondiale. Il presidente George W. Bush, che aveva assunto l’incarico meno di nove mesi prima dopo le contestatissime elezioni del novembre 2000, si ritrovò alla guida di una nazione che cercava simultaneamente un bersaglio su cui convogliare il proprio dolore e un simbolo attorno a cui raccogliersi. Il Congresso degli Stati Uniti approvò l’Authorization for Use of Military Force (AUMF) il 14 settembre 2001, aprendo la strada all’intervento militare in Afghanistan contro il regime talebano che ospitava Al-Qaeda; la coalizione militare internazionale avrebbe avviato l’Operazione Enduring Freedom il 7 ottobre 2001. L’USA PATRIOT Act fu promulgato il 26 ottobre 2001, ridisegnando in modo profondo i poteri di sorveglianza delle agenzie di intelligence americane. In questo contesto di crisi acuta e di ridefinizione identitaria collettiva, la fotografia di Franklin arrivò come un dono involontario: un’immagine che non documentava la distruzione o la morte, ma la risposta umana alla distruzione, la scelta di continuare ad alzare una bandiera anche sulle macerie.
Il World Trade Center non era soltanto un complesso architettonico: era un simbolo dell’ordine economico e della potenza americana. Le Torri Gemelle, progettate dall’architetto Minoru Yamasaki e inaugurate rispettivamente nel 1972 e nel 1973, erano per un quarto di secolo state le strutture più alte del mondo, le icone della skyline di New York riconoscibili da chiunque avesse mai visto un film americano o una copertina di rivista. La loro distruzione non era soltanto la distruzione di edifici: era la distruzione di un’icona, un atto di violenza simbolica di una potenza che la strategia militare convenzionale raramente raggiunge. Il New York City Fire Department, che perse quel giorno 343 dei propri uomini nel tentativo di evacuare le Torri, divenne immediatamente il simbolo vivente del coraggio civile americano di fronte alla catastrofe. I pompieri di New York erano, nella settimana dell’11 settembre, le figure attorno a cui il paese cercava di costruire una narrativa di sopravvivenza, e la fotografia di Franklin li mostrò nell’atto che questa narrativa richiedeva: non sconfitti, ma ancora in piedi, ancora a issare la bandiera.
Va precisato il contesto geografico dello scatto per comprendere le scelte tecniche di Franklin. Il sito del World Trade Center, quello che nel giro di pochi giorni sarebbe diventato universalmente noto come “Ground Zero”, era al momento dello scatto ancora in fase di risposta attiva all’emergenza: vigili del fuoco e soccorritori erano impegnati nelle operazioni di ricerca, il fumo si alzava ancora dalle macerie, e la struttura urbana del Lower Manhattan era in uno stato di disruption totale. L’accesso alla zona era vietato ai civili e rigidamente controllato per i giornalisti; Franklin riuscì ad avvicinarsi grazie alla collaborazione con il fotografo John Wheeler e successivamente con il leggendario fotoreporter di guerra James Nachtwey, il cui accredito e la cui esperienza nelle zone di conflitto aprirono porte che avrebbero altrimenti resistito. La presenza di Nachtwey accanto a Franklin al momento dello scatto è un dettaglio biografico che la storia del fotogiornalismo dell’11 settembre raramente sottolinea sufficientemente, come documentato dal Smithsonian Magazine nel proprio approfondimento ventennale sull’immagine.

Il fotografo e la sua mission
Thomas E. Franklin nasce nel 1966 e cresce nel New Jersey. Si laurea nel 1988 alla State University of New York at Purchase, un’istituzione che ha formato generazioni di artisti e comunicatori visivi grazie all’impostazione pratica e sperimentale del proprio corso di fotografia. Entra al The Bergen Record nel 1993 come fotoreporter di staff, ruolo che manterrà per oltre due decenni. Il Bergen Record è un quotidiano fondato nel 1895, con sede a Hackensack, New Jersey, che serve la contea di Bergen e il circondario: un giornale locale che non ha mai avuto le ambizioni o il personale delle grandi testate nazionali, ma che nel suo territorio di copertura ha sempre mantenuto standard di qualità fotografica e giornalistica di assoluto rispetto. Lavorare per un quotidiano locale di questa dimensione significa essere, per definizione, un fotografo generalista: sport, cronaca, politica locale, eventi comunitari, tutto nelle mani degli stessi tre o quattro fotografi di staff. È una scuola di completezza professionale che le grandi agenzie non sempre offrono.
La mattina dell’11 settembre 2001, Franklin era già al lavoro nella redazione di Hackensack quando un editor gli comunicò che un aereo aveva colpito la Torre Nord. Dal quarto piano della sede del giornale, con New York visibile in lontananza sull’orizzonte, Franklin poteva vedere il buco fumante nella struttura. “I ran and grabbed my camera, ran to my car and started driving”, ha raccontato in numerose interviste, tra cui quella su NJ Spotlight News. La sua prima destinazione fu il lungofiume del New Jersey di fronte a Manhattan, dove aveva iniziato a documentare i traghetti che portavano i feriti dal centro di New York. Aveva un ulteriore peso sullo stomaco: suo fratello lavorava vicino al World Trade Center, e per ore Franklin fotografò le facce delle persone che sbarcavano dai traghetti sperando di riconoscerlo tra i sopravvissuti. Lo avrebbe trovato, fortunatamente illeso, soltanto molte ore dopo.
Il profilo professionale di Franklin è quello di un fotoreporter di lungo corso formatosi nella tradizione del fotogiornalismo americano di quotidiano, fedele ai principi del documentarismo diretto e della photojournalism ethics codificata dalla National Press Photographers Association (NPPA). A differenza di Capa, McCullin o Fournier, la cui mission si definisce esplicitamente come testimonianza di conflitti e crisi umanitarie su scala globale, Franklin è un fotografo di prossimità che ha fatto della propria comunità locale il soggetto principale del proprio lavoro quotidiano. L’immagine di Ground Zero fu prodotta da un uomo che quella mattina copriva una notizia di rottura nel territorio di cui era il fotografo di riferimento, non da un fotografo di guerra specializzato che aveva volato dall’altra parte del mondo per documentare un conflitto. Questa differenza di posizionamento professionale è parte dell’autenticità dell’immagine: Franklin era lì perché era il fotoreporter del Bergen Record, e il New Jersey guarda Manhattan da una distanza di pochi minuti di traghetto.
Nei vent’anni successivi all’11 settembre, Franklin ha ampliato progressivamente il proprio campo di interesse fotografico verso il fotogiornalismo sociale e di migrazione: ha documentato la crisi dei rifugiati siriani a Lesbo in Grecia, ha seguito i flussi migratori al confine tra Messico e Stati Uniti, e ha condotto il progetto pluriennale “Seeking Refuge”, attualmente esposto virtualmente al Paterson Museum del New Jersey. Il suo documentario “Ford’s Toxic Legacy” del 2005, sull’inquinamento industriale e le sue conseguenze per la comunità dei Ramapough Indians nel New Jersey, vinse il New Jersey Film Festival’s Best Jersey Film Award. Dal 2007 è professore associato di comunicazione e media alla Montclair State University del New Jersey, dove insegna fotografia e giornalismo visivo. È anche membro esecutivo della Jérôme Lohez 9/11 Scholarship Foundation, un’organizzazione che fornisce borse di studio agli studenti di giornalismo. La fotografia di Ground Zero è consultabile nell’archivio della Library of Congress, dove è conservata nella collezione permanente come documento storico della nazione.
La genesi dello scatto
Dopo ore trascorse sul lungofiume del New Jersey a documentare i soccorsi, Franklin ottenne intorno a mezzogiorno la possibilità di raggiungere Manhattan in barca, grazie all’intermediazione del fotografo John Wheeler che aveva convinto la polizia a lasciarli salire su un rimorchiatore. La zona del World Trade Center era in quello che i soccorritori chiamano stato di “active rescue”: le operazioni di ricerca dei superstiti erano ancora in corso, il fumo era ancora denso, e la polizia minacciò di arrestare Franklin circa sei volte nel corso del pomeriggio mentre si avvicinava progressivamente all’epicentro. Era in uno di questi momenti di sosta forzata, intorno alle cinque del pomeriggio, che Franklin si era seduto accanto a James Nachtwey, il grande fotoreporter di guerra di Time Magazine, che aveva appena raccontato di essere sfuggito alla morte durante il crollo delle torri. I due stavano bevendo acqua e succo di frutta, cercando un momento di pausa nel caos, quando Franklin vide qualcosa che catturò immediatamente la sua attenzione.
Tre vigili del fuoco, a circa 137 metri di distanza, stavano arrampicandosi su una struttura di macerie a sei metri di altezza portando un’asta e una bandiera americana. La bandiera era stata prelevata dallo yacht Star of America ormeggiato a un molo vicino dal vigile del fuoco Dan McWilliams della Ladder 157, che aveva preso la decisione in modo spontaneo, senza ricevere alcun ordine o istruzione. “Everybody just needed a shot in the arm”, avrebbe spiegato McWilliams successivamente all’Associated Press, descrivendo il morale dei soccorritori in quelle ore: la consapevolezza dell’enormità delle perdite, l’assenza quasi totale di sopravvissuti tra le macerie, lo sfinimento fisico e psicologico. Gli altri due uomini nella fotografia erano George Johnson della stessa Ladder 157 e Billy Eisengrein della Rescue 2, che si erano uniti a McWilliams nell’azione senza coordinarsi preventivamente. Nessuno dei tre sapeva di essere fotografato.
Franklin capì immediatamente cosa stava guardando. “As soon as I shot it, I realized the similarity to the famous image of the Marines raising the flag at Iwo Jima”, ha dichiarato in numerose interviste. La distanza era troppa per un obiettivo normale: Franklin aveva con sé un teleobiettivo (verosimilmente un Canon EF 300mm f/2.8L o un obiettivo equivalente nel sistema Canon EOS professionale dell’epoca), e fu proprio questa scelta tecnica a determinare la composizione finale dell’immagine. Un teleobiettivo di lunghezza focale lunga comprime la prospettiva, avvicinando visivamente il primo piano allo sfondo e riducendo la distanza percepita tra le figure in primo piano e l’ambiente circostante: il risultato è che le macerie del World Trade Center, vaste come un paesaggio lunare e alte fino a trenta metri in alcuni punti, si addensano compatte alle spalle dei tre pompieri, creando quella qualità di monumentalità visiva che sarebbe stata impossibile con un obiettivo grandangolare. Franklin si era posizionato sotto il sovrappasso pedonale che collegava il World Trade Center al World Financial Center attraverso la West Side Highway, ottenendo un angolo di ripresa leggermente ribassato rispetto alle figure che contribuisce a proiettarle contro il cielo e ad aumentarne la statura visiva. Scattò in modalità digitale, su una reflex professionale Canon, probabilmente una Canon EOS-1D o EOS-1Ds, le ammiraglie Canon del periodo per il fotogiornalismo professionale.
La sequenza di eventi successivi allo scatto rivela la professionalità di Franklin in condizioni estreme. Poco dopo le fotografie del flag raising, gli operai e i soccorritori nella zona cominciarono a urlare a chiunque si trovasse nelle vicinanze di evacuare immediatamente: il World Trade Center 7, il palazzo di quarantasette piani che aveva continuato a bruciare tutto il giorno, stava per collassare (crollò effettivamente alle 17:21). Franklin scattò in fretta alcune ultime fotografie della bandiera che sventolava sulle macerie, poi corse. Raggiunse un passaggio in auto con una donna che era fuggita dalla Torre Sud al momento del crollo; si fece portare a un hotel a Secaucus, New Jersey, dove spedì i propri scatti agli editor del Bergen Record da un portatile. La redazione selezionò la fotografia del flag raising, la trasmise sul filo dell’Associated Press poco dopo mezzanotte, e il 12 settembre 2001 la fotografia apparve sulla prima pagina del Bergen Record sotto il titolo “Ground Zero Spirit”, accompagnata da un’intera sezione speciale sugli attacchi. Il New York Post, lo stesso giorno, la pubblicò a tutta pagina con i testi dell’inno nazionale americano; entro la settimana, era in corso di riproduzione su poster, magliette, striscioni e manifesti in ogni angolo degli Stati Uniti.
Analisi visiva e compositiva
La composizione della fotografia di Franklin è verticale, e questa scelta di formato è la prima e più fondamentale decisione compositiva dell’immagine. Un formato orizzontale avrebbe incluso più del contesto, avrebbe mostrato più delle macerie e più del cielo, avrebbe distribuito l’attenzione su un campo più ampio; il formato verticale costringe invece l’occhio in un percorso ascendente che segue l’asta della bandiera dal basso verso l’alto, replicando in modo quasi obbligato il gesto stesso dei tre pompieri. La direzione dell’azione nell’immagine, l’alzare, e la direzione della lettura dell’immagine, dal basso verso l’alto, coincidono perfettamente, producendo una sincronia formale tra contenuto e struttura che è uno degli elementi fondamentali della forza visiva dello scatto. Il formato verticale è anche quello della fotografia di Rosenthal a Iwo Jima, e questa corrispondenza formale è parte del meccanismo che ha prodotto l’immediata associazione iconografica tra le due immagini.
L’effetto del teleobiettivo sulla prospettiva è il fattore tecnico più determinante per la qualità visiva dell’immagine. Con un obiettivo di circa 300mm su un sensore full frame, alla distanza di osservazione di 137 metri, la compressione prospettica trasforma le macerie sullo sfondo da semplice contesto a presenza schiacciante e opprimente: i detriti del World Trade Center riempiono l’intero sfondo dell’immagine con una densità quasi astratta, eliminando qualsiasi residuo di skyline urbana riconoscibile e creando un fondale che sembra un paesaggio post-apocalittico piuttosto che il centro di Manhattan. Le tre figure dei pompieri, proiettate contro questa massa di macerie dalla compressione del teleobiettivo, appaiono simultaneamente minuscole rispetto all’enormità della distruzione che le circonda e monumentali come statue, perché il loro gesto ascendente costituisce l’unica verticalità in un orizzonte dominato dall’orizzontalità delle rovine. Questa tensione tra la piccola scala umana e la grande scala della catastrofe è visivamente insostenibile senza la risoluzione narrativa offerta dalla bandiera che si alza: l’immagine ha una struttura di problema e soluzione che funziona anche a un livello puramente formale, pre-semantico.
Il colore nell’immagine lavora in modo straordinariamente efficace nonostante la gamma limitata della tavolozza. Quasi tutto è grigio: le macerie, il cielo coperto di fumo, le tute ignifughe dei pompieri, i caschi, il terreno sotto di loro. L’unico elemento di colore pieno è la bandiera americana: il rosso, il bianco e il blu che la compongono sono gli unici colori saturi in tutto il fotogramma, e questa saturazione cromatica in un contesto di quasi completo desaturazione produce un effetto che qualsiasi pittore conoscerebbe e userebbe consapevolmente: l’occhio dello spettatore va direttamente alla bandiera, come una calamita, prima ancora che il cervello elabori il contenuto narrativo dell’immagine. È difficile stabilire quanto Franklin avesse pianificato consapevolmente questo effetto nel breve tempo che aveva a disposizione; è però ragionevole supporre che un fotografo di lungo corso con una formazione visiva solida abbia riconosciuto istintivamente il valore cromatico della scena nel momento in cui l’ha inquadrata, anche senza potersi soffermare su di essa.
Va discussa la questione della relazione tra la fotografia di Franklin e le due immagini dello stesso evento scattate quasi simultaneamente da Lori Grinker di Contact Press Images e da Ricky Flores del Journal-News di Westchester County. Tutte e tre le fotografie mostrano la stessa scena, ma da punti di vista radicalmente diversi: Grinker e Flores erano posizionati in alto, su una finestra di un edificio semidistrutto, e fotografarono la scena dall’alto verso il basso, includendo nella composizione un contesto più ampio ma perdendo la compressione prospettica del teleobiettivo di Franklin. Come ha analizzato con precisione il Smithsonian Magazine, la serie completa di Grinker, che documenta l’intero processo del flag raising in sequenza e mostra i pompieri da un’angolazione meno eroicizzante, è fotograficamente più ricca e narrativamente più complessa di quella di Franklin, ma non ha avuto la stessa diffusione. La fotografia di Franklin ha dominato l’iconografia dell’evento perché la prospettiva dal basso con il teleobiettivo ha prodotto un’immagine che si prestava a essere letta come simbolo immediato, mentre la serie di Grinker richiedeva una lettura più lenta e contestualizzata.
Autenticità e dibattito critico
Il dibattito critico sulla fotografia di Franklin si sviluppa su tre assi principali. Il primo riguarda la questione dell’autenticità dell’atto fotografato: il flag raising è stato spontaneo o costruito per i fotografi? La risposta è netta, ed è confermata sia dai tre pompieri sia dalle sequenze fotografiche di Grinker, che documentano l’intero processo dal momento in cui McWilliams arriva con la bandiera a quello in cui l’asta è completamente eretta. McWilliams prese la decisione di alzare la bandiera senza sapere che c’erano fotografi nelle vicinanze; Grinker, Flores e Franklin erano a distanze e posizioni tali da non essere percepibili come presenze attive dai pompieri. La spontaneità dell’atto è fuori discussione. Quello che è costruito, necessariamente, è la cornice visiva con cui Franklin lo ha presentato: la scelta del teleobiettivo, la posizione sotto il sovrappasso, il momento preciso dello scatto sono decisive per il risultato finale quanto la spontaneità dell’azione.
Il secondo asse del dibattito riguarda il confronto con Iwo Jima e la questione se la fotografia di Franklin sia debitrice o autonoma rispetto al precedente iconografico di Rosenthal. L’accostamento è inevitabile e Franklin lo ha sempre riconosciuto con onestà, dichiarando di averlo pensato nell’istante stesso dello scatto. La domanda critica più interessante non è se la somiglianza esista (esiste, ed è strutturale), ma cosa significhi. Una lettura semiotica sostiene che la fotografia di Franklin funziona come funziona proprio perché evoca Iwo Jima: il suo significato si costruisce per rimando a una struttura narrativa già sedimentata nell’immaginario collettivo americano, quella della bandiera alzata come atto di resistenza e rivendicazione in un momento di crisi. Una lettura più critica sostiene invece che questa derivazione iconografica produce una narrativa semplificata e potenzialmente fuorviante: l’11 settembre non era una vittoria militare che si celebrava alzando una bandiera su un territorio conquistato, era un attacco terroristico su suolo americano, e traslare la grammatica visiva della guerra nel Pacifico a un attacco che non aveva nemmeno un fronte nemico identificabile rischiava di militarizzare retoricamente una risposta che avrebbe potuto essere gestita anche in altri modi.
Il terzo e più controverso aspetto del dibattito riguarda la proposta di una statua basata sulla fotografia, avanzata dal FDNY nel dicembre del 2001, e la sua successiva modifica. Il piano originale prevedeva una statua che riproducesse fedelmente i tre pompieri raffigurati da Franklin, tutti e tre bianchi. Nella versione rivista, proposta per ragioni di rappresentatività etnica, i tre pompieri sarebbero stati sostituiti da figure di un bianco, un afroamericano e un ispanico, in modo da rispecchiare la composizione demografica del FDNY e della città di New York. La proposta scatenò un acceso dibattito: i sostenitori sostenevano che la statua dovesse rappresentare tutti i vigili del fuoco di New York, non solo quelli ritratti in un’unica fotografia; i contrari, inclusi i tre pompieri della fotografia, sostenevano che modificare la realtà storica a fini simbolici fosse una forma di falsificazione. La statua non fu mai realizzata, in parte a causa di questo dibattito irrisolvibile. La vicenda è documentata con precisione nell’archivio della Library of Congress e nel sito del National September 11 Memorial & Museum, che offre la ricostruzione storica più completa disponibile online.
La vicenda della bandiera originale aggiunge un ulteriore livello di complessità alla storia dell’immagine. La bandiera americana issata da McWilliams, Johnson ed Eisengrein il pomeriggio dell’11 settembre scomparve da Ground Zero nel giro di pochi giorni, in circostanze mai chiarite del tutto. Le autorità di New York condussero ricerche, senza risultato, per oltre un decennio. Nel 2014, dopo che la storia della bandiera scomparsa era stata trattata in un programma sul canale H2 (spinoff di History Channel), un ex marine di Everett, Washington, la consegnò a una stazione dei pompieri locale affermando di averla avuta per anni senza essere a conoscenza della sua origine. La bandiera fu autenticata dagli esperti e consegnata al National September 11 Memorial & Museum, dove è esposta dal 20 maggio 2015 nel corridoio sud del museo. L’autenticazione scientifica della bandiera, basata su analisi tessili e confronti con i fotogrammi originali di Franklin, è diventata un caso di studio nel campo della conservazione dei beni culturali legati alla storia contemporanea.
Impatto culturale e mediatico
La diffusione della fotografia di Franklin fu di una velocità e di un’ampiezza che non aveva precedenti nel fotogiornalismo prebdigitale, e che si colloca al confine tra la vecchia economia della distribuzione fotografica tramite wire service e la nuova economia della condivisione digitale che stava emergendo nell’autunno del 2001. Nei giorni immediatamente successivi all’11 settembre, la fotografia fu riprodotta su copertine di riviste in ogni paese del mondo; entro la fine di settembre era già su poster e striscioni appesi agli edifici di Manhattan; entro fine ottobre era su magliette, spille, adesivi. La Associated Press Managing Editors Association e il magazine Editor & Publisher la nominarono la migliore fotografia dell’anno 2001. La rivista Life Magazine la incluse nella lista delle “100 Photographs That Changed the World”. Franklin fu nominato finalista al Premio Pulitzer 2002 per la fotografia di notizie di rottura, il riconoscimento che l’industria giornalistica americana considera il suo vertice assoluto.
L’impatto più concreto e misurabile della fotografia fu il timbro postale Heroes 2001. L’avvocato newyorkese Michael Kessel propose al deputato Gary Ackerman di utilizzare la fotografia di Franklin per un francobollo commemorativo; la proposta fu accolta, e il timbro “Heroes 2001”, numero di catalogo Scott B2, fu presentato ufficialmente il 11 marzo 2002 dal presidente George W. Bush in una cerimonia alla Casa Bianca alla quale parteciparono Franklin, McWilliams, Eisengrein e Johnson. Il timbro era un semipostale: aveva un valore facciale di 34 centesimi ma un prezzo di vendita di 45 centesimi, con l’eccedenza di undici centesimi destinata alla FEMA (Federal Emergency Management Agency) per i soccorsi alle vittime dell’11 settembre. I fondi raccolti attraverso questo timbro superarono i 10 milioni di dollari, destinati anche alle vittime dell’uragano Katrina nel 2005. Una deroga speciale ai regolamenti del Servizio Postale statunitense, che normalmente richiede che i soggetti dei francobolli siano defunti, fu concessa esplicitamente per questo caso. Nel 2002, una stampa originale autografata da Franklin e dai tre pompieri fu battuta all’asta da Christie’s per 89.625 dollari.
Sul piano della storia della fotografia e del fotogiornalismo, l’immagine di Franklin occupa un posto singolare nel canone del Novecento: è una delle poche fotografie di notizie che sia riuscita a compiere simultaneamente la funzione documentaria del cronista e la funzione simbolica dell’icona. Queste due funzioni, il documento e il simbolo, normalmente si escludono a vicenda nella fotografia: un’immagine è tanto più precisa come documento quanto meno generica come simbolo, e viceversa. La fotografia di Franklin sfugge a questa dicotomia perché il suo soggetto, tre vigili del fuoco che alzano una bandiera americana sulle macerie delle Torri Gemelle, era già in sé un atto simbolico consapevole, un gesto che i suoi autori compivano con la piena intenzione di comunicare qualcosa, anche senza sapere che erano fotografati. La fotografia non costruisce il simbolo: documenta un simbolo già in atto. Questo è, forse, il segreto della sua durabilità nel tempo: non è la retorica del fotografo a renderla un’icona, ma la realtà di quello che mostra.
A distanza di oltre vent’anni dall’11 settembre, la fotografia di Franklin continua a essere riprodotta in ogni anniversario della data, esposta nei musei, citata nei libri di testo di storia e di comunicazione visiva. I tre pompieri, che avevano rifiutato nella quasi totalità ogni intervista e ogni apparizione pubblica nei mesi successivi all’evento, sono stati col tempo più disponibili a parlare della propria esperienza, come documentano i reportage di ESPN e di altri media in occasione del ventennale. McWilliams, in particolare, ha descritto più volte il senso di responsabilità che l’immagine gli ha imposto: essere il volto involontario di un’icona nazionale significa portare un peso che non si è cercato e che non si può depositare. Franklin, dal canto suo, ha riflettuto in modo articolato sul paradosso di essere il fotografo dell’immagine più riprodotta degli attacchi terroristici che hanno ridefinito la politica estera americana, contribuito a due decenni di guerra in Afghanistan e Iraq, e trasformato in modo permanente il modo in cui le democrazie occidentali bilanciano sicurezza e libertà civili. La fotografia non aveva nulla di tutto questo nelle intenzioni del suo autore: Franklin stava solo facendo il suo lavoro, quella sera a Ground Zero. Il resto è storia.
Fonti
- Thomas E. Franklin – Sito ufficiale del fotografo
- NJ Spotlight News – 9/11: Searing image of flag being raised (saggio di Franklin in prima persona)
- Smithsonian Magazine – Raising the Flag at Ground Zero: A Second Look (analisi con Grinker e Flores)
- National September 11 Memorial & Museum – Ground Zero Flag Endures as a Symbol of Hope
- Wikipedia EN – Raising the Flag at Ground Zero (scheda storica completa)
- Famous Pictures Collection – Raising the Flag at the WTC (dettagli tecnici)
- Library of Congress – Prints & Photographs Online Catalog (collezione permanente)
- Magnum Photos – James Nachtwey: Ground Zero, September 2001 (contestualizzazione)
Mi chiamo Alessandro Druilio e da oltre trent’anni mi occupo di storia della fotografia, una passione nata durante l’adolescenza e coltivata nel tempo con studio, collezionismo e ricerca. Ho sempre creduto che la fotografia non sia soltanto un mezzo tecnico, ma uno specchio profondo della cultura, della società e dell’immaginario di ogni epoca. Su storiadellafotografia.com condivido articoli, approfondimenti e curiosità per valorizzare il patrimonio fotografico e raccontare le storie, spesso dimenticate, di autori, macchine e correnti che hanno segnato questo affascinante linguaggio visivo.


