Nel marzo 2026 è successa una cosa che in molti aspettavano da oltre vent’anni: il formato DNG — Digital Negative — è diventato ufficialmente uno standard internazionale ISO. La pubblicazione del documento ISO 12234-4:2026 da parte dell’International Organization for Standardization chiude un capitolo lungo due decenni e ne apre uno nuovo, con implicazioni profonde per fotografi professionisti, appassionati e per chiunque si preoccupi della conservazione a lungo termine delle proprie immagini digitali.
Non è una notizia tecnica di nicchia. È una notizia che riguarda il futuro della fotografia digitale nel suo complesso.
Cosa è il formato DNG e perché esiste
Per capire l’importanza di questo traguardo, bisogna tornare all’inizio. Quando le fotocamere digitali cominciarono a diffondersi nel mercato professionale e poi in quello consumer, ogni produttore sviluppò il proprio formato RAW proprietario. Sony scelse il formato .ARW, Nikon il .NEF, Canon il .CR2, Fujifilm il .RAF, e così via. Ogni azienda aveva le proprie specifiche tecniche, i propri algoritmi di compressione, i propri segreti industriali incorporati nel file.
Il formato RAW è, per sua natura, il dato grezzo catturato dal sensore della fotocamera prima di qualsiasi elaborazione. È l’equivalente digitale del negativo fotografico: contiene tutta l’informazione luminosa acquisita, pronta per essere interpretata e sviluppata in post-produzione. La qualità, la flessibilità e la profondità tonale di un file RAW sono incomparabilmente superiori a quelle di un JPEG, che è già un’immagine elaborata e compressa in modo irreversibile dalla fotocamera.
Il problema dei formati RAW proprietari è duplice: da un lato, le specifiche tecniche sono segrete e non documentate pubblicamente, il che significa che i software di terze parti devono costantemente decodificare i nuovi formati attraverso reverse engineering. Dall’altro, e questo è il problema più grave, nessuno può garantire che tra dieci, venti o cinquant’anni i file .NEF o .CR2 di oggi siano ancora leggibili da qualsiasi software. I formati proprietari dipendono dalla sopravvivenza e dalla buona volontà delle aziende che li hanno creati. Per una descrizione dettagliata, vi rimando all’articolo : Cos’è il formato DNG.
Come è nato il DNG: una storia che inizia su un forum
La storia del DNG comincia nel marzo 2004, su un forum fotografico australiano gestito da Rob Galbraith. Un fotografo di nome Robert Edwards pose una domanda apparentemente semplice: era possibile che Adobe creasse un formato RAW aperto e universale?
Quella domanda raggiunse Thomas Knoll, l’ingegnere che aveva inventato Adobe Photoshop, il quale rispose con una brevità storica: “Sì, è fattibile.” Knoll non rivelò che il lavoro era già in corso, ma pochi mesi dopo, nel settembre 2004, Adobe presentò ufficialmente il DNG — Digital Negative Format.
Il DNG nacque con caratteristiche precise che lo distinguevano da tutti i formati proprietari esistenti: era completamente documentato e pubblicamente specificato, era aperto a qualsiasi azienda volesse implementarlo, era progettato per la conservazione a lungo termine, e garantiva piena compatibilità con il flusso di lavoro fotografico professionale, indipendentemente dalla fotocamera o dal software utilizzato.
In una parola: era pensato per durare.

Vent’anni di resistenza
Nonostante le qualità tecniche indiscutibili del DNG, la sua adozione non fu né rapida né universale. Alcune aziende lo abbracciarono immediatamente: Leica, Ricoh e Sigma iniziarono a produrre fotocamere che salvavano nativamente in DNG. Ma i grandi produttori — Sony, Nikon, Canon, Fujifilm — continuarono a usare i propri formati proprietari, avanzando obiezioni di varia natura.
Le resistenze principali erano tre. Prima: il DNG era un formato Adobe, quindi non davvero “neutro”. Seconda: non esisteva un meccanismo standardizzato per implementarlo. Terza: non era documentato in modo sufficientemente formale da garantire una base legale e tecnica solida per l’adozione industriale.
Robert Edwards non si arrese. Nel febbraio 2013 fu invitato a un incontro ISO sulla standardizzazione fotografica a Sydney, dove si trovò a discutere di formati di immagine con produttori, scienziati, ingegneri, tecnici e persino rappresentanti governativi. Da quel momento, Edwards divenne il principale sostenitore della standardizzazione ISO del DNG, un percorso che avrebbe richiesto altri tredici anni.
ISO 12234-4:2026: cosa cambia adesso
La pubblicazione del documento ISO 12234-4:2026 “Digital Imaging — Image storage — Part 4: Digital negative format” cambia radicalmente il contesto. Il DNG non è più un formato di Adobe: è uno standard internazionale, riconosciuto dalla stessa organizzazione che ha standardizzato TIFF e PDF, due formati che tutti usiamo ogni giorno senza pensarci.
Il documento tecnico è lungo, complesso e scritto per ingegneri, non per fotografi. Ma la sua introduzione contiene un passaggio che vale la pena leggere:
"I fotografi avanzati e professionisti scelgono spesso di catturare e modificare le foto in formato raw per una maggiore flessibilità e controllo artistico. A differenza dei formati display-referred come JPEG, PNG e TIFF, che memorizzano immagini già elaborate dalla fotocamera, i formati raw memorizzano dati non elaborati o minimamente elaborati direttamente dal sensore. Questo consente ai fotografi di regolare numerosi parametri a proprio gusto: bilanciamento del bianco, tone mapping, riduzione del rumore, nitidezza e altro ancora. Le foto in formato raw sono analoghe ai negativi fotografici nel flusso di lavoro del fotografo, per questo vengono spesso chiamate 'negativi digitali'."
Questo paragrafo fa qualcosa di importante: colloca formalmente il file RAW nella tradizione storica della fotografia, riconoscendo esplicitamente l’analogia con il negativo analogico. È un riconoscimento culturale oltre che tecnico.
Le implicazioni pratiche sono immediate. I produttori di fotocamere che finora hanno resistito all’adozione del DNG — motivando la resistenza con il fatto che il formato appartenesse ad Adobe o che non fosse sufficientemente documentato — non hanno più argomenti validi. Come ha dichiarato Edwards: “Ora la responsabilità si sposta. I produttori di fotocamere non hanno più alcun motivo valido per evitare di supportare il DNG.”
Perché questo è importante per la conservazione della memoria fotografica
C’è una dimensione di questa notizia che va oltre la tecnica e riguarda direttamente la storia della fotografia e la conservazione del patrimonio visivo.
I formati proprietari sono, per definizione, fragili nel tempo. La storia dell’informatica è piena di formati che erano dominanti in un’epoca e sono oggi illeggibili: chi riesce ancora ad aprire un file .WPD di WordPerfect? Chi può leggere un documento scritto con il primo Word per DOS?
La fotografia digitale esiste da meno di trent’anni, eppure già oggi esistono file RAW di prima generazione — delle prime Nikon D1, delle prime Canon EOS-D30 — che alcuni software non supportano più correttamente. Il problema si aggraverà nel tempo, non migliorerà, a meno che non esista un formato aperto, documentato e standardizzato che garantisca la leggibilità futura.
Il DNG come standard ISO è esattamente questo: una garanzia che i file RAW creati oggi — che contengano le fotografie di un matrimonio, di un reportage di guerra, di una ricerca scientifica o semplicemente dei ricordi di una famiglia — possano essere letti, elaborati e conservati indefinitamente nel futuro.
Come ha scritto Edwards al termine della sua battaglia ventennale: “Questo non è mai stato solo una questione di formati di file. Si tratta di garantire che le fotografie che creiamo oggi possano essere viste in futuro.”
Cosa devono fare i fotografi adesso
La standardizzazione ISO del DNG non obbliga nessuno a cambiare il proprio flusso di lavoro immediatamente. Ma suggerisce alcune riflessioni pratiche:
Chi fotografa in RAW proprietario e tiene alla conservazione a lungo termine delle proprie immagini dovrebbe considerare la conversione in DNG per l’archiviazione, anche mantenendo il RAW originale come backup
Chi sceglie una nuova fotocamera può ora considerare il supporto DNG nativo come un criterio di selezione legittimo e tecnicamente fondato
Chi lavora in ambito professionale o archivistico — fotogiornalisti, fotografi documentari, archivi culturali — dovrebbe adottare DNG come formato di archiviazione standard, esattamente come si usa il TIFF per le scansioni di alta qualità
La pressione verso i produttori può e deve venire anche dai fotografi stessi. Edwards lo ha detto chiaramente: “Il vero cambiamento non viene dagli standard da soli. Viene dai fotografi.”
Un traguardo che appartiene alla storia della fotografia digitale
La fotografia ha sempre dovuto fare i conti con la conservazione. I dagherrotipi dell’Ottocento si deteriorano. Le stampe al collodio richiedono condizioni di conservazione precise. Le pellicole nitrato sono altamente infiammabili. Ogni tecnologia fotografica ha portato con sé il problema della longevità delle immagini.
La fotografia digitale non fa eccezione. E il riconoscimento del DNG come standard ISO internazionale è il primo passo concreto, formale e vincolante verso la soluzione di questo problema nell’era digitale.
Vent’anni fa, un fotografo australiano su un forum ormai scomparso ha fatto una domanda. Oggi quella domanda ha una risposta definitiva, riconosciuta a livello globale. Le fotografie che creiamo oggi meritano di essere viste domani. Il DNG, finalmente, lo garantisce.
Mi chiamo Marco Adelanti, ho 35 anni e vivo la mia vita tra due grandi passioni: la fotografia e la motocicletta. Viaggiare su due ruote mi ha insegnato a guardare il mondo con occhi più attenti, pronti a cogliere l’attimo, la luce giusta, il dettaglio che racconta una storia.
Ho iniziato a fotografare per documentare i miei itinerari, ma col tempo è diventata una vera vocazione, che mi ha portato a studiare con rigore le tecniche fotografiche storiche e moderne, le attrezzature, le ottiche e tutti quegli strumenti che trasformano la visione in immagine. Su storiadellafotografia.com mi occupo del lato tecnico e pratico della fotografia: dalle tecniche fotografiche storiche come il dagherrotipo, il calotipo e il collodio umido fino alle tecniche digitali contemporanee, raccontando come ogni metodo abbia cambiato il modo di fotografare e di vedere.
Curo gli approfondimenti sulle attrezzature fotografiche e sulle ottiche, analizzando obiettivi, corpi macchina e accessori con l’occhio di chi li usa sul campo e ne conosce le implicazioni storiche e tecniche. Mi dedico inoltre ai processi chimici della fotografia, quei procedimenti affascinanti che per oltre un secolo hanno reso possibile la stampa e lo sviluppo delle immagini, e che ancora oggi attraggono chi vuole riscoprire la fotografia analogica nelle sue forme più autentiche.
Gestisco la rubrica L’esperto risponde, portando risposte concrete e documentate a chi vuole capire davvero come funziona la fotografia, non solo guardarla. Scrivo per chi ama l’immagine come mezzo di scoperta, proprio come un lungo viaggio su strada: conta il percorso, non solo la destinazione.


