Descrizione
La storia dell’invenzione della fotografia riscritta da zero, con gli strumenti della filosofia più radicale del Novecento
Ogni storia della fotografia comincia dal 1839: il dagherrotipo, la comunicazione ufficiale all’Académie des sciences di Parigi, il trionfo di Louis Daguerre e la data di nascita del medium. È una storia comoda, lineare, rassicurante. Geoffrey Batchen dimostra, in ogni pagina di Burning with Desire: The Conception of Photography*, che è anche una storia falsa. O meglio: è una storia troppo corta, che arriva quando il risultato è già dato per scontato e non si fa la domanda più importante. Come mai, se tutti gli ingredienti tecnici necessari all’invenzione della fotografia erano già disponibili entro il 1725, il medium non è stato inventato un secolo prima? È questa la domanda che regge l’intero libro, e la risposta che Batchen costruisce nelle sue 286 pagine, pubblicato per la prima volta da MIT Press nel 1997 e disponibile oggi nella comoda edizione in brossura del 1999, ridefinisce completamente il modo in cui si può pensare alle origini della fotografia.
Geoffrey Batchen è stato per anni Professor of the History of Photography and Contemporary Art al Graduate Center della City University of New York, ed è uno degli storici della fotografia più metodologicamente rigorosi della sua generazione. La sua formazione è radicata nel pensiero poststruttturalista, e i due autori che forniscono i fondamenti teorici del libro sono Michel Foucault e Jacques Derrida. Per chi non conosce questo territorio filosofico, è utile precisare che cosa questo significhi in pratica. Con Foucault, Batchen adotta il concetto di pratiche discorsive: la fotografia non è stata inventata da un individuo geniale in un momento preciso, ma è emersa da un sistema di saperi, desideri, abitudini cognitive e condizioni culturali che il mondo occidentale stava costruendo da decenni. Con Derrida, Batchen pratica una lettura attenta alle contraddizioni interne dei testi storici, ai punti in cui il discorso ufficiale mostra le proprie crepe e rivela ciò che vuole nascondere.
Il titolo del libro viene da una lettera reale. Nel 1828, Louis Daguerre scrive al suo collaboratore Nicéphore Niépce: «Je brûle du désir de voir vos expériences de la nature», «brucio dal desiderio di vedere i vostri esperimenti dalla natura». Batchen prende questa frase alla lettera e la fa diventare la chiave del libro: il desiderio di fotografare precede la fotografia. Non è una metafora. È una tesi storica. Nelle quattro decadi che precedono il 1839, Batchen identifica almeno venti proto-fotografi in sette paesi diversi, tutti impegnati in modo indipendente nella ricerca di un metodo per fissare chimicamente l’immagine ottica. Questa simultaneità non è una coincidenza. È la prova che la fotografia era già nel sistema culturale dell’Occidente moderno, pronta a emergere, inevitabile come la rivoluzione industriale o come il romanzo borghese.
Cosa determina questa inevitabilità? Batchen risponde con una precisione che mette a disagio le storie tradizionali del medium. La fotografia emerge quando, e soltanto quando, si forma nella cultura europea moderna una nuova relazione con la natura, con il tempo e con la rappresentazione. Natura non come paesaggio romantico, ma come sistema di forze regolato da leggi fisiche che possono essere catturate e fissate. Tempo non come durata soggettiva, ma come sequenza misurabile che può essere interrotta e congelata. Rappresentazione non come mimesi artistica, ma come traccia automatica prodotta dalla realtà stessa senza la mediazione della mano umana. È la coincidenza di questi tre cambiamenti culturali profondi, avvenuti tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, a rendere la fotografia possibile, desiderabile e infine necessaria. Daguerre e Niépce non inventano la fotografia: la trovano, perché la cultura del loro tempo la cercava già ovunque.
Questa tesi ha una conseguenza critica di grande portata per chi studia la fotografia contemporanea. Se la fotografia è nata non dall’ingegno di un individuo ma dal desiderio di una cultura, allora la sua identità è irriducibilmente legata al sistema di valori, poteri e saperi che l’ha generata. Non si può capire la fotografia separandola dalla modernità che l’ha voluta. E non si può capire la modernità senza capire che la fotografia ne è una delle espressioni più dirette e più complete: il desiderio di catturare il reale, di possederlo, di fissarlo nel tempo, di classificarlo e amministrarlo. In questa chiave, la fotografia coloniale, la fotografia giudiziaria, la fotografia medica e la fotografia artistica non sono applicazioni diverse di uno stesso strumento neutro. Sono manifestazioni dello stesso desiderio di potere che ha prodotto la modernità occidentale.
Il libro affronta anche il dibattito critico contemporaneo con la stessa lucidità. Batchen identifica due posizioni dominanti nella critica fotografica del secondo Novecento: da un lato il postmodernismo che riduce l’identità della fotografia al suo contesto sociale e politico, sostenendo che non esiste nulla di specifico nel mezzo fotografico che non sia determinato dalle sue condizioni d’uso; dall’altro il formalismo alla Szarkowski che cerca le proprietà intrinseche del medium fotografico come disciplina autonoma. Batchen critica entrambe le posizioni e propone una terza via: la fotografia ha una specificità che non si riduce al contesto, ma quella specificità non può essere formulata in termini puramente formali. Va cercata nella struttura del desiderio che l’ha generata, in quella tensione irrisolta tra natura e cultura, tra automatismo e intenzione, tra traccia e rappresentazione che è il nucleo contraddittorio di ogni fotografia.
Per il lettore italiano, va segnalato con chiarezza che il libro non è mai stato tradotto in italiano e si trova esclusivamente in lingua inglese. Lo stile di Batchen è quello dell’accademia anglosassone di formazione poststruttturalista: preciso, denso, presuppone una familiarità con i concetti base di Foucault e Derrida, ma non è mai oscuro per deliberata oscurità. Chi ha già letto Batchen in traduzione attraverso articoli o saggi sa che la sua prosa ha una chiarezza di fondo che rende la lettura possibile anche per chi non è specialista di filosofia continentale. Per chi studia storia della fotografia in Italia, il testo è adottato in diversi programmi di dottorato e corsi magistrali, e si trova nelle principali biblioteche universitarie di settore.
Chi dovrebbe leggerlo:
Storici della fotografia e studiosi di teoria visiva che vogliono fondamenta filosofiche solide
Fotografi e collezionisti che si interrogano sull’identità profonda del mezzo fotografico
Studenti di dottorato e ricercatori in estetica, storia dell’arte e cultural studies
Chiunque si chieda perché la fotografia sia apparsa esattamente quando è apparsa, in quella forma, in quella cultura, e non prima





