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L’otturatore centrale (leaf shutter): storia e funzionamento

Storia e tecnica dell’otturatore centrale (leaf shutter): dal Compound di Bruns (1905) al Compur e al Prontor, dal sincro flash a tutti i tempi alle ottiche Hasselblad, Mamiya e Phase One, fino al digitale medio formato.

La Redazione di Storia della Fotografia 21 min di lettura

Tecnologie Storiche Le tecniche e le tecnologie fotografiche

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leaf shutter
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L’otturatore centrale, noto in inglese come leaf shutter, è una delle soluzioni più eleganti e longeve della tecnica fotografica. Sta dentro l’obiettivo, accanto al diaframma, e controlla il tempo di esposizione con un gruppo di lamelle metalliche che si aprono dal centro verso l’esterno e si richiudono in un tempo brevissimo. Nato nei primi anni del Novecento per le macchine a lastre e a pellicola in rullo, ha accompagnato le folding, le telemetro, le biottiche e il medio formato professionale, e oggi sopravvive nel digitale per un motivo preciso: consente di sincronizzare un flash a tempi molto più rapidi di quelli concessi da una tendina sul piano focale.

Il problema da cui tutto parte è antico quanto la fotografia. Nei primi decenni dell’Ottocento le emulsioni erano così poco sensibili che bastava togliere e rimettere un tappo sull’obiettivo, contando i secondi a mente. Quando le lastre e poi le pellicole diventarono più rapide, quel gesto smise di bastare: servivano tempi brevi, uguali da uno scatto all’altro, azionati da un pulsante. Da questa esigenza nascono prima gli otturatori a ghigliottina e a settore rotante, poi la famiglia degli otturatori a lamelle racchiusi nel barilotto dell’obiettivo.

In Sintesi

  • L’otturatore centrale è un gruppo di lamelle montato nell’obiettivo, vicino al diaframma: espone tutto il fotogramma nello stesso istante.
  • Il Compound (1905, Christian Bruns) usava un freno pneumatico per i tempi lenti; il Compur (1910, produzione su licenza Deckel dal 1911) lo sostituì con uno scappamento di tipo orologiero.
  • Compur e Prontor furono i due grandi marchi europei; nel 1984 Zeiss riunì le due aziende e la produzione di otturatori centrali terminò nel 2002.
  • Il vantaggio decisivo è il sincro flash a tutti i tempi, fino a 1/500 s sulle ottiche Hasselblad serie V e fino a 1/1600 s sulle ottiche Schneider LS di Phase One.
  • Il limite è economico e meccanico: ogni obiettivo ha il proprio otturatore e i tempi più rapidi sono inferiori a quelli di una tendina.
  • Nel digitale vive nel medio formato (Phase One XF, ottiche Hasselblad H anche su Fujifilm GFX con adattatore) e nella Fujifilm GFX100RF.

Dal tappo alle lamelle: le origini dell’otturatore centrale

La storia dei dispositivi per controllare il tempo di posa parte da soluzioni artigianali. Ci sono la ghigliottina che cade davanti alla lente, il disco rotante con una fessura, la tendina di stoffa azionata da un elastico. Per i tempi lunghi bastava ancora il cappuccio da togliere a mano, ma con le lastre alla gelatina d’argento di fine Ottocento il fotografo aveva bisogno di frazioni di secondo ripetibili. Un otturatore posto vicino al diaframma, dove il fascio di luce è più stretto, può essere piccolo e rapido: da questa osservazione ottica discende l’idea di collocarlo dentro l’obiettivo.

La cronologia aziendale ricostruita dalle fonti storiche parte da Monaco di Baviera. L’azienda fu fondata nel 1903 da Friedrich Deckel e Christian Bruns con il nome Bruns & Deckel; fu Bruns a sviluppare nel 1905 il Compound, un otturatore a lamelle che regolava i tempi lenti con uno scappamento pneumatico, cioè un piccolo cilindro nel quale lo stantuffo rallentava la chiusura. Dopo l’uscita di Bruns la ditta prese il nome F. Deckel. Il nome «Compound» (composto) indicava la combinazione di due funzioni: un meccanismo a molla per i tempi rapidi e il freno ad aria per quelli lenti.

Il passo successivo fu sostituire il cilindro con un meccanismo da orologeria. Nel 1910 Bruns realizzò questa variante e le diede il nome Compur, contrazione di «Compound» e del tedesco Uhrwerk, il movimento di un orologio. Un consorzio con partecipazione Zeiss acquisì il brevetto, e Deckel iniziò a produrre gli otturatori su licenza nel 1911. Zeiss deteneva già una quota di Deckel (il 16,8 per cento nel 1910) e ne avrebbe assunto il controllo completo nel 1958: una presenza costante dietro la qualità percepita dei marchi tedeschi.

Molte pubblicazioni divulgative datano il Compound al 1902 e il Compur al 1912. Le date documentate dalla storia aziendale sono 1905 per il Compound, attribuito a Bruns, e 1910 per il Compur, con produzione su licenza dal 1911. Il Compur-Rapid del 1935 e il Synchro-Compur del 1951 sono le tappe successive della stessa linea.

Compur e Prontor: due marchi, un solo standard

Per decenni il mercato dell’otturatore centrale è stato diviso tra due aziende tedesche. La prima è Friedrich Deckel di Monaco, con la famiglia Compur. Nel 1927 la versione con ghiera esterna zigrinata (rim-set) sostituì quella a quadrante (dial-set); nel 1928 arrivò l’autoscatto, siglato Compur S; nel 1935 i Compur-Rapid portarono il tempo più rapido a 1/500 s sulla taglia 00 e a 1/400 s sulla taglia 0. Dopo la guerra, durante la quale Deckel produsse pompe per carburante per motori aeronautici, nel 1951 comparve la sincronizzazione del flash, con la sigla Synchro-Compur. Nel 1954 la scala dei valori di luce (EV) apparve per la prima volta su questi otturatori, alla Photokina.

La seconda azienda è Alfred Gauthier di Calmbach, che produceva gli otturatori Prontor: il nome richiama l’italiano «pronto». Tra i modelli più diffusi ci sono il Prontor-S e il Prontor SV, soluzioni più economiche destinate alle macchine di fascia media. Negli anni Cinquanta la fabbrica arrivò a produrre fino a 10.000 otturatori Prontor al giorno, un volume che spiega quanto fosse capillare questa tecnologia nelle macchine di consumo e semiprofessionali. Per inquadrare come i due marchi si inseriscono nel panorama generale dei meccanismi di scatto, la guida all’otturatore fotografico e a tutti i suoi tipi offre una panoramica comparativa.

Il punto di convergenza tra le due aziende è il connettore PC (Prontor-Compur), il piccolo innesto coassiale a due contatti, da 3,5 mm, che porta il segnale di scatto al flash. Compur lo adottò dal 1951 e Prontor dal 1953, e le dimensioni sono fissate dalla norma internazionale ISO 519, nelle edizioni del 1974 e del 1992. Il fatto che due concorrenti usassero lo stesso innesto si spiega in parte con le partecipazioni di Zeiss in entrambe le società. Oggi il connettore PC esiste ancora su molte macchine professionali, anche digitali, e molti fotografi lo incontrano sulle prese per flash da studio.

La storia industriale si chiude in modo meno glorioso. Nel 1976 lo stabilimento Compur di Monaco fu chiuso e la produzione fu trasferita a Calmbach, insieme a Prontor. Nel 1984 Zeiss fuse le due imprese, e nel 2002 la produzione di otturatori centrali cessò. Il marchio Prontor sopravvive come Prontor GmbH, controllata di un gruppo industriale tedesco, mentre il nome Compur è rimasto legato a un ramo di strumenti di monitoraggio dei gas che non ha più nulla a che fare con la fotografia.

Accanto ai tedeschi, dal secondo dopoguerra si affermarono i giapponesi. Copal iniziò la propria attività nel 1946 con la produzione su piccola scala di otturatori fotografici e fu poi una delle voci principali del settore; Seiko, con la divisione dedicata agli otturatori, fornì unità a molte compatte e a ottiche per medio formato. Una precisazione utile ai collezionisti: il nome Copal compare anche nel Copal Square, un otturatore a lamelle metalliche a corsa verticale sul piano focale, diffuso dagli anni Sessanta, che non è un otturatore centrale. Copal e Seiko emergono come fornitori chiave dagli anni Sessanta, equipaggiando fotocamere come le Yashica Mat e le Mamiya, e la robustezza e la precisione dei Copal ne fanno uno standard del medio formato fino all’era digitale. Negli anni Settanta e Ottanta, intanto, gli otturatori tedeschi evolvono nelle versioni Synchro-Compur e Prontor Professional, capaci di tempi fino a 1/500 s e di sincronizzazione totale del flash.

Come funziona un otturatore a lamelle

Un otturatore centrale è un dispositivo di meccanica fine. Un gruppo di lamelle sottili, in genere di acciaio brunito o di leghe leggere, è disposto in cerchio attorno all’asse ottico. A riposo le lamelle sono chiuse. Allo scatto un sistema di leve e molle le apre dal centro verso la periferia fino a scoprire la pupilla dell’obiettivo e poi le richiude con un moto speculare. Sono parenti strette delle lamelle del diaframma, ma svolgono un altro compito: il diaframma regola quanta luce passa, l’otturatore per quanto tempo.

L’apertura simmetrica è la caratteristica più importante: ogni punto del fotogramma riceve luce dallo stesso istante e per la stessa durata. Una tendina sul piano focale, al contrario, scorre davanti alla pellicola e un punto del fotogramma viene esposto un po’ prima di un altro. Con soggetti molto veloci questa differenza produce deformazioni, come eliche inclinate o ruote ovali; con l’otturatore centrale il problema non si pone.

La regolazione dei tempi lenti e dei tempi rapidi avviene con meccanismi diversi. Nei Compur il passaggio da 1 secondo a circa 1/15 o 1/30 di secondo si affida a un treno di ingranaggi con scappamento, simile a quello di un orologio meccanico: la molla fornisce l’energia e l’ancora la scarica a colpi regolari. Ai tempi più rapidi il treno viene escluso e la durata dipende dalla dinamica delle lamelle, cioè dalla forza della molla motrice e dalle masse in gioco. Il modo in cui la ghiera scelta dal fotografo agisce su camme e leve è trattato con maggiore dettaglio nell’articolo dedicato al selettore di tempi meccanico, che esamina l’interfaccia fra la mano e il meccanismo; qui conta il quadro d’insieme dell’unità.

Un aspetto che spesso viene tralasciato è il cosiddetto rendimento dell’otturatore. Le lamelle impiegano un tempo finito per aprirsi e per chiudersi, e a tempi brevi questa fase di transizione occupa una frazione crescente dell’esposizione. Di conseguenza, al tempo più rapido le lamelle possono non arrivare a una apertura completa, soprattutto con diaframmi molto aperti, e l’esposizione effettiva è un po’ inferiore a quella teorica. Per questo i tecnici distinguono tra tempo nominale e tempo efficace, e per questo i valori più rapidi di un otturatore centrale si fermano in genere a 1/500 s o a 1/400 s nei modelli storici, contro i 1/1000 s o più di una tendina. Chi lavora con tempi rapidi e diaframmi aperti trova nei manuali di ciascun obiettivo le indicazioni sul compromesso più adatto.

Dal punto di vista costruttivo il meccanismo richiede lubrificanti sottili, in quantità minima, e tolleranze molto strette. Basta un velo di olio sulle lamelle o un po’ di polvere sulle camme per rallentare la chiusura e produrre esposizioni irregolari, in particolare sui tempi lenti, più sensibili all’attrito del treno di ingranaggi. Le lamelle hanno trattamenti antiattrito e il cinematismo si lubrifica con oli a bassa viscosità, per mantenere prestazioni costanti anche a basse temperature.

Nei modelli più moderni la velocità di chiusura delle lamelle può essere regolata da un governatore centrifugo al posto dello scappamento. I tempi tipici vanno da 1 secondo a 1/500 s, con alcuni modelli che arrivano a 1/1000 s, mentre i tempi più lunghi si ottengono con ritardatori meccanici o elettronici.

Sincronizzazione flash a tutti i tempi

Il motivo per cui l’otturatore centrale non è mai scomparso si chiama sincronizzazione flash. Un lampo elettronico dura frazioni di millisecondo. Perché l’intero fotogramma ne sia illuminato, in quel momento il piano della pellicola deve essere completamente scoperto. Con una tendina sul piano focale questa condizione si verifica solo fino a un certo tempo massimo, il tempo di sincro-X: oltre quel limite la seconda tendina parte prima che la prima abbia finito la corsa, e davanti alla pellicola passa una fessura mobile. Il lampo la illumina solo in parte e lascia una banda nera.

Con l’otturatore centrale il lampo può essere sparato quando le lamelle sono aperte, e questo accade a qualunque tempo selezionato. La luce del flash si somma alla luce ambiente per la durata dell’esposizione, che può essere molto breve. Il vantaggio pratico è grande all’aperto: con il sole alto si usa un tempo rapido per scurire lo sfondo e un flash potente per illuminare il soggetto. Con una tendina bisognerebbe restare a 1/125 s o poco più, e per ottenere lo stesso effetto si dovrebbe chiudere il diaframma e perdere luce.

Sul piano storico, la sincronizzazione ha un punto di svolta. Prima degli anni Cinquanta il flash era a lampadina monouso, che bruciava in modo lento e progressivo. Gli otturatori avevano due posizioni, M per le lampadine a combustione, con un piccolo ritardo che permetteva alla lampadina di raggiungere il picco, e X per il flash elettronico, con scatto istantaneo. Con il Synchro-Compur del 1951 la sincronizzazione divenne parte integrante dell’otturatore, e il connettore PC trasformò il collegamento al flash in un gesto standard.

I valori massimi di sincro dipendono dall’ottica e dal costruttore. Sulle ottiche Hasselblad serie V a otturatore centrale, sviluppate a partire dal 1953, il flash elettronico si sincronizza a tutti i tempi fino a 1/500 s. Sulle ottiche Schneider Kreuznach LS per il sistema Phase One XF il sincro è dichiarato fino a 1/1600 s per quasi tutti i modelli e fino a 1/1000 s per il 240 mm, secondo i dati riportati da un rivenditore specializzato. Sono valori da leggere come tempi di sincronizzazione del flash, distinti dal tempo massimo di scatto indicato nella scheda tecnica.

Folding, telemetro e reflex con otturatore centrale

Negli anni Venti e Trenta l’otturatore centrale si diffuse sulle fotocamere folding, come i modelli a soffietto che si ripiegavano nella tasca, e sulle fotocamere a telemetro. Le ragioni sono pratiche: l’unità è compatta, sta nel barilotto, non richiede una tendina davanti alla pellicola e quindi lascia libero il corpo macchina, con un vantaggio per le dimensioni e per la tenuta alla luce. Anche le biottiche, come la Rolleiflex, adottarono per decenni l’otturatore centrale nell’obiettivo di ripresa: non c’è specchio che si muova davanti alla pellicola e quindi lo scatto è silenzioso e privo di vibrazioni apprezzabili.

Più delicato è il caso della reflex. Lo specchio e il pentaprisma obbligano a tenere la pellicola protetta durante l’inquadratura, e con un otturatore nel barilotto la gestione di questo passaggio complica la meccanica. Alcune macchine ci provarono. La Zeiss Ikon Contaflex comparve nel 1953 nelle versioni I e II, con obiettivo fisso Tessar da 45 mm f/2,8 e otturatore della famiglia Compur; dalle versioni III e IV in poi la serie offrì ottiche intercambiabili da 35 a 115 mm, in molti casi attraverso un sistema di elementi anteriori rimovibili. La Voigtländer Bessamatic, negli stessi anni, seguì un’impostazione simile con un otturatore centrale e ottiche intercambiabili. Il costo e la complessità di dotare ogni obiettivo del proprio otturatore limitarono la diffusione di queste macchine rispetto alle reflex con tendina sul piano focale, che si sarebbero imposte nel formato 35 mm.

La lezione che se ne trae è di natura economica prima che tecnica. In un sistema a ottiche intercambiabili con otturatore centrale ogni obiettivo contiene un meccanismo di precisione, e un parco ottiche completo costa molto di più. Per questo chi cercava prestazioni ai tempi rapidi, come i reporter, scelse le tendine, mentre chi lavorava in studio, dove contava il flash, accettò il sovrapprezzo.

Medio formato: Hasselblad, Mamiya e le ottiche con otturatore integrato

Il vero regno dell’otturatore centrale è il medio formato. Il caso Hasselblad mostra bene la sequenza. La prima macchina della casa svedese, la 1600F, fu presentata a New York il 6 ottobre 1948 e aveva una tendina sul piano focale con tempo massimo di 1/1600 s, da cui il nome; la 1000F, con 1/1000 s, ebbe circa 10.000 esemplari prodotti ma continuò a soffrire per l’affidabilità dell’otturatore. Fu proprio questa esperienza a spingere Hasselblad, dal 1953, a sviluppare un otturatore centrale integrato in ogni obiettivo. La Hasselblad 500C del 1957 incarna questa scelta: la «C» sta per Compur, l’otturatore montato negli obiettivi. La 500C/M, introdotta nel 1970, restò in produzione per quasi vent’anni. La scelta del leaf shutter risale quindi al periodo 1953-1957 e non al 1948 della prima macchina.

Il vantaggio per lo studio fotografico è evidente. Le luci da studio sono lampi potenti di breve durata e il fotografo vuole poter controllare la luce ambiente con il tempo e quella del flash con la potenza. L’otturatore centrale permette di farlo senza limiti di sincro.

Lo stesso approccio, con ottiche che integrano l’otturatore centrale per garantire la sincronizzazione flash totale, è seguito dalla serie Mamiya RB/RZ67 e, in epoca digitale, da Phase One e Hasselblad H. Lo stesso principio guida la Mamiya RB67, presentata nel 1970. Le ottiche Sekor hanno un otturatore a lamelle meccanico, che si arma sul corpo e si aziona dal pulsante del corpo o da un rilascio filettato sull’obiettivo. I tempi vanno da 1 s a 1/400 s più posa B, e il flash si collega con una presa PC. La sigla RB sta per Rotating Back, il dorso che ruota di 90 gradi per passare dall’orizzontale al verticale. La RB67 ebbe nel Pro-S del 1974 e nel Pro-SD del 1990 le sue successive evoluzioni. Sul tema del dorso e dell’innesto rapido è disponibile l’approfondimento sul caricamento a pellicola con sistema a baionetta, e sulla storia del costruttore giapponese si può leggere l’articolo dedicato a Mamiya.

Un aspetto poco ricordato riguarda la filiera: il leaf shutter era spesso un componente che i costruttori di fotocamere acquistavano da specialisti come Compur, Prontor, Seiko o Copal, invece di produrlo in proprio. Per questo ottiche di marche diverse montano unità molto simili.

Il leaf shutter nell’era digitale

Con il passaggio al sensore l’otturatore centrale non è stato abbandonato. Lo ha conservato il medio formato digitale professionale. Phase One, con il sistema XF, utilizza ottiche Schneider Kreuznach della serie LS, dove la sigla indica appunto leaf shutter: un listino che va dal 28 mm al 240 mm con anche due zoom, con sincro flash dichiarato fino a 1/1600 s per quasi tutti i modelli. Lo stesso costruttore propone anche ottiche Rodenstock per sistemi a corpo tecnico, con otturatore di tipo diverso.

Hasselblad ha mantenuto l’otturatore centrale nelle ottiche del sistema H. Tutte le ottiche H sono dotate di leaf shutter, e questo ha una conseguenza interessante: con l’adattatore H per Fujifilm GFX è possibile montare ottiche H sul corpo GFX e scegliere dal menu tra l’otturatore a tendina del corpo e quello dell’obiettivo. Secondo l’articolo di un rivenditore specializzato, il corpo GFX sincronizza il flash fino a 1/125 s con la propria tendina, mentre con l’otturatore dell’obiettivo la sincronizzazione sale a circa 1/800 o 1/1000 s. L’adattatore non trasmette l’autofocus.

Le ottiche native GF di Fujifilm sono prive di otturatore centrale. L’unica eccezione recente è la Fujifilm GFX100RF, una compatta a ottica fissa con obiettivo 35 mm f/4 e otturatore a lamelle. Secondo quanto riferito da PetaPixel nell’aprile 2025, Fujifilm ha dichiarato che un obiettivo di questo tipo non potrebbe essere realizzato in forma intercambiabile per il sistema GFX, e non ha progetti di ottiche GF con otturatore centrale; per chi lavora in studio l’indicazione è l’adattatore H.

Il ragionamento di Fujifilm spiega bene perché l’otturatore centrale sia oggi una nicchia. Il sensore medio formato richiede obiettivi con cerchio d’immagine ampio e ottiche grandi, e inserire nel barilotto un meccanismo con lamelle grandi e veloci aumenta peso, costo e complessità. Nei sistemi mirrorless di piccolo formato la soluzione prevalente è l’otturatore a tendina combinato con quello elettronico, che consente tempi molto rapidi e sincro limitato; per il confronto fra le tecniche vale la lettura di otturatore meccanico e otturatore elettronico.

Vantaggi, limiti e manutenzione

I vantaggi dell’otturatore centrale si possono riassumere in poche voci, che nella pratica si traducono in scelte concrete. Il sincro flash a tutti i tempi permette di combinare luce ambiente e flash senza compromessi. L’assenza di una tendina in movimento nel corpo riduce le vibrazioni e il rumore. L’esposizione simultanea evita le deformazioni sui soggetti rapidi. E nella fotografia di architettura e di still life, dove spesso si lavora con tempi lunghi e flash, la ripetibilità dei tempi è una qualità apprezzata.

I limiti sono altrettanto precisi. Il tempo più rapido è inferiore a quello delle tendine, tipicamente 1/500 s, e ai tempi brevi il rendimento diminuisce. Ogni obiettivo ha il proprio meccanismo, quindi il costo cresce con il parco ottiche. Le lamelle devono aprirsi e chiudersi con un diaframma già impostato, e ottiche molto luminose o molto grandi richiedono lamelle ampie, pesanti e quindi più lente. Infine, una riparazione richiede un tecnico specializzato, perché ogni unità è un piccolo orologio.

La manutenzione conviene farla di tanto in tanto anche su ottiche poco usate, perché i lubrificanti invecchiano. I segnali tipici di un otturatore che ha bisogno di cure sono i tempi lenti che si allungano, il suono del treno di ingranaggi irregolare e lamelle appiccicose che non si richiudono con prontezza. Le lamelle non si puliscono in proprio con solventi, che possono spostare il lubrificante dove non deve stare: l’intervento spetta a un tecnico.

Chi acquista un’ottica d’epoca con otturatore centrale dovrebbe controllare con una prova sul banco i tempi più lenti, 1 s, 1/2 s e 1/4 s, che sono i primi a risentire dell’invecchiamento, e verificare che il diaframma e le lamelle siano privi di residui oleosi.

Domande frequenti

Che cos’è un otturatore centrale?

È un otturatore a lamelle montato dentro l’obiettivo, in prossimità del diaframma. Si apre dal centro e si richiude, esponendo tutto il fotogramma nello stesso momento.

Qual è la differenza tra otturatore centrale e otturatore a tendina?

La tendina scorre davanti al piano della pellicola o del sensore e crea una fessura mobile ai tempi rapidi; l’otturatore centrale espone tutto il fotogramma insieme. Per questo il primo sincronizza il flash a qualsiasi tempo, il secondo solo fino al tempo di sincro-X.

Perché Hasselblad e Phase One usano ancora il leaf shutter?

Per la fotografia di studio, di moda e di pubblicità, dove il flash potente e il controllo della luce ambiente richiedono sincro a tempi rapidi. Le ottiche Schneider LS di Phase One dichiarano sincro fino a 1/1600 s, e le Hasselblad V a otturatore centrale arrivavano a 1/500 s.

Che differenza c’è tra Compur e Prontor?

Compur è il marchio di Friedrich Deckel di Monaco; Prontor quello della Alfred Gauthier di Calmbach. I due marchi producevano otturatori simili e adottarono lo stesso connettore per il flash, il connettore PC, definito dalla norma ISO 519.

Le ottiche Fujifilm GFX hanno l’otturatore centrale?

Le ottiche native GF no. Il leaf shutter si ottiene con l’adattatore H e le ottiche Hasselblad H, oppure con la compatta GFX100RF, che ha un obiettivo fisso con otturatore a lamelle.

Quando fu inventato il Compur?

Secondo la storia aziendale di Deckel, il Compur nasce nel 1910 da Christian Bruns, e Deckel avviò la produzione su licenza nel 1911. Il Compound, suo predecessore con freno pneumatico, è del 1905.

Per il quadro generale dell’evoluzione tecnica si veda la sezione La tecnologia fotografica.

Fonti

Aggiornato Ottobre 2026

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