Quando un’immagine di guerra o di cronaca entra nella memoria collettiva, di solito arriva con un’etichetta: «la foto che ha vinto il Pulitzer». Dal 1942 il premio Pulitzer per la fotografia accompagna la storia del fotogiornalismo americano e, per estensione, mondiale: la bandiera di Iwo Jima, il generale che spara a Saigon, la bambina in fuga dal napalm a Trang Bang, l’avvoltoio e la bambina in Sudan. Il riconoscimento nasce dentro un sistema preciso, quello dei premi per il giornalismo voluti da Joseph Pulitzer e amministrati dalla Columbia University, e ne conserva le regole, le abitudini e anche i limiti.
La storia del premio fotografico si divide in tre fasi. Dal 1942 al 1967 esiste un solo Pulitzer per la fotografia, assegnato a un’immagine o a una serie. Nel 1968 la categoria si sdoppia in Spot News Photography e Feature Photography, cioè fotografia di cronaca e fotografia di approfondimento. Nel 2000 la prima diventa Breaking News Photography. Attraverso queste tre fasi si legge l’evoluzione del mestiere: dal fotografo di giornale che porta a casa lo scatto della giornata fino alle squadre di agenzia che coprono guerre, pandemie e assalti ai palazzi del potere.
Questo articolo ricostruisce l’origine del premio, il funzionamento delle categorie, i vincitori e le fotografie che ne hanno segnato la reputazione, le controversie che lo hanno accompagnato, dalla messa in scena sospetta di Iwo Jima al caso Contreras, fino al dibattito aperto nel 2025 sulla paternità della «Napalm Girl». Chiude con un confronto con il World Press Photo e con i riferimenti italiani.
In Sintesi
- Il Pulitzer per la fotografia viene assegnato dal 1942 ed è una delle categorie dei premi per il giornalismo nati dal lascito di Joseph Pulitzer e amministrati dalla Columbia University.
- Dal 1942 al 1967 esisteva un solo premio fotografico, con 26 assegnazioni in 26 anni. Nel 1968 si è diviso in Spot News Photography e Feature Photography, e nel 2000 il primo è diventato Breaking News Photography.
- L’immagine di Iwo Jima di Joe Rosenthal vinse nel 1945, a due mesi dallo scatto: fu un’eccezione alla regola secondo cui il premio guarda all’anno solare precedente.
- Gli anni del Vietnam producono i Pulitzer più celebri: Eddie Adams (1969) e Nick Ut (1973), oltre a Horst Faas e a Kyoichi Sawada.
- Le controversie toccano la paternità degli scatti (The Stringer, 2025), la manipolazione digitale (Narciso Contreras, 2014) e l’etica di chi fotografa la sofferenza (Kevin Carter, 1994).
- Dagli anni Duemila i premi vanno spesso a intere redazioni, e nel 2019 il Pulitzer per la fotografia di approfondimento è andato all’italiano Lorenzo Tugnoli.
Dal lascito di Joseph Pulitzer alla categoria fotografica
Joseph Pulitzer, editore di origine ungherese diventato proprietario del New York World e del St. Louis Post-Dispatch, fu tra i primi a sostenere che i giornalisti dovessero ricevere una formazione universitaria. Il suo testamento, redatto nel 1904, prevedeva due cose: una somma di due milioni di dollari alla Columbia University per fondare una scuola di giornalismo e l’istituzione di premi annuali. Il piano originario contemplava quattro riconoscimenti per il giornalismo, quattro per le lettere e il teatro, uno per l’istruzione e cinque borse di studio di viaggio. Le prime assegnazioni risalgono al 1917, e da allora i premi vengono conferiti ogni primavera dal presidente della Columbia su raccomandazione del Pulitzer Prize Board, il consiglio che amministra il sistema.

Il funzionamento è meno automatico di quanto si pensi. Le giurie di settore esaminano le candidature e propongono una rosa di finalisti, ma l’ultima parola spetta al Consiglio, che può modificare le categorie, assegnare meno premi del previsto, sospenderne uno se il livello dei lavori non basta, e perfino ribaltare l’indicazione di una giuria. Le deliberazioni restano riservate. Secondo la pagina storica ufficiale dei Pulitzer, oggi i premi sono ventitré, comprendono poesia, musica, fotografia, memorie e giornalismo audio, e dal 2012 le candidature si presentano soltanto in formato digitale.

La fotografia entra tardi in questo disegno. Nel 1942, quando si assegna il primo premio fotografico, i riconoscimenti per il giornalismo sono otto; oggi sono quattordici, compresi i due dedicati al fotogiornalismo. La decisione di premiare le immagini coincide con il peso crescente della fotografia sui quotidiani americani e con l’epoca in cui i settimanali illustrati, LIFE in testa, hanno già educato il pubblico a leggere il mondo attraverso gli scatti dei reporter. Il premio, però, nasce con una caratteristica che non cambierà più: riguarda il lavoro pubblicato su un giornale o distribuito da un’agenzia, e dunque la fotografia concepita per l’informazione quotidiana, non quella d’autore pensata per il libro o per la galleria.
Un’altra particolarità riguarda il perimetro geografico e linguistico. Le regole dei Pulitzer per il giornalismo prevedono il lavoro pubblicato da testate americane. Questo non significa che i fotografi siano tutti statunitensi: lo dimostrano i nomi di Horst Faas, tedesco, di Kyoichi Sawada, giapponese, di Nick Ut, vietnamita di nascita, di Héctor Rondón, venezuelano, e di Lorenzo Tugnoli, italiano. Significa però che la testata, o l’agenzia, che pubblica il lavoro deve rientrare nel perimetro del premio, e che le storie premiate nascono in gran parte dall’orbita informativa americana.

Gli anni del premio unico, 1942-1967
Tra il 1942 e il 1967 il Pulitzer per la fotografia è uno solo. Furono assegnati ventisei premi in ventisei anni: due nel 1944, per i lavori del 1943, e nessuno nel 1946. Le motivazioni citano una fotografia o una serie specifica, e l’elenco dei primi vincitori è un piccolo atlante del giornalismo americano di metà Novecento.
Il primo premio, nel 1942, va a Milton Brooks del Detroit News per gli scontri durante uno sciopero alla Ford. Nel 1943 tocca a Frank Noel dell’Associated Press con «Water!», nel 1944 a Earle Bunker dell’Omaha World-Herald con «Homecoming» e a Frank Filan dell’AP per Tarawa. Nel 1947 Arnold Hardy, ancora AP, è premiato per l’immagine di una donna che cade da un hotel in fiamme; nel 1949 Nat Fein del New York Herald Tribune vince con «Babe Ruth Bows Out», il ritratto di spalle del campione di baseball alla cerimonia di addio. Nel 1951 Max Desfor dell’AP è premiato per la copertura della guerra di Corea.
Il catalogo è fatto di cronaca nera, sport, incidenti, salvataggi e disastri, come l’affondamento dell’Andrea Doria ripreso da un aereo da Harry A. Trask nel 1957 o la serie sull’infortunio di Johnny Bright in una partita di football universitario, premiata nel 1952 a John Robinson e Don Ultang del Des Moines Register. Il premio del 1953 a William M. Gallagher del Flint Journal ritrae Adlai Stevenson con un buco nella suola della scarpa, un’immagine politica ma lontanissima da qualunque idea di fotografia eroica. Nel 1956 il premio è collettivo, assegnato allo staff del New York Daily News. Sono scelte che raccontano il tipo di fotografia in cui la giuria si riconosceva: la rapidità, il caso colto al volo, l’umanità di un gesto.
Dal 1960 il premio comincia ad aprirsi al mondo. Andrew Lopez dell’UPI è premiato per la serie sull’esecuzione di un ex militare di Batista davanti al plotone di Castro; nel 1961 Yasushi Nagao del Mainichi Shimbun vince con «Tokyo Stabbing»; nel 1963 Héctor Rondón del quotidiano venezuelano La República è premiato per il prete che sorregge un soldato ferito durante l’insurrezione del 1962. Nel 1964 Robert H. Jackson, del Dallas Times Herald, vince per l’uccisione di Lee Harvey Oswald da parte di Jack Ruby; nel 1965 Horst Faas dell’AP è premiato per la fotografia di combattimento in Vietnam del Sud, e l’anno dopo il suo posto è preso da Kyoichi Sawada dell’UPI, ancora per il Vietnam. Nel 1967 Jack R. Thornell dell’AP vince per l’attentato a James Meredith in Mississippi.
In questo elenco manca un nome che molti si aspetterebbero. La fotografia di Malcolm Browne del monaco in fiamme a Saigon (1963) non compare tra i vincitori della categoria fotografica. Browne ottenne nel 1964 un Pulitzer per il giornalismo internazionale, cioè per la sua attività di corrispondente, mentre l’immagine vinse il World Press Photo of the Year del 1963. Anche questo è un tratto del premio: giudica il corpo di lavoro pubblicato in un anno e in una categoria, non la fama successiva di una singola immagine.
Iwo Jima 1945, la foto premiata a tempo di record
Il Pulitzer più famoso dell’epoca del premio unico è quello di Joe Rosenthal. Il 23 febbraio 1945, cinque giorni dopo lo sbarco dei Marines sull’isola di Iwo Jima, il fotografo dell’Associated Press ritrasse sei uomini che issavano la bandiera americana sulla cima del monte Suribachi, alto circa 170 metri. L’AP trasmise la fotografia ai giornali associati diciassette ore e mezza dopo lo scatto, e l’immagine apparve in prima pagina su molti quotidiani della domenica. Rosenthal scattò una sessantina di fotografie a Iwo Jima, e l’agenzia ne diffuse circa la metà.

La fortuna dell’immagine fu rapidissima. Servì da base per un manifesto che contribuì alla Settima campagna di prestiti di guerra, e secondo la ricostruzione dell’archivio dei Pulitzer aiutò a raccogliere 26 miliardi di dollari nel 1945. L’11 luglio 1945, prima ancora della fine della guerra, comparve su un francobollo statunitense. Nel 1954 diventò il modello del Marine Corps War Memorial di Arlington, in Virginia. Il premio arrivò con un’eccezione alla prassi: di norma il Pulitzer considera il lavoro dell’anno solare precedente, mentre qui la giuria assegnò il riconoscimento per una fotografia scattata circa due mesi prima. Secondo la scheda dell’archivio ufficiale, F.A. Resch, direttore fotografico esecutivo dell’AP, propose la candidatura il 29 marzo 1945 insieme ad altre fotografie di Rosenthal, e il 18 aprile il Pulitzer Advisory Board confermò di averle ricevute. La motivazione ufficiale riguarda la sua fotografia dei Marines che piantano la bandiera americana sul monte Suribachi, a Iwo Jima.

Sulla vicenda si innestò presto una polemica. Un equivoco generò l’accusa che la scena fosse stata organizzata in anticipo, e per anni circolò la tesi della messa in scena. La smentita arrivò dal filmato girato da Bill Genaust, il sergente cineoperatore che si trovava accanto a Rosenthal durante l’issata e che morì in seguito in combattimento: le sue riprese mostravano che la bandiera era stata realmente alzata mentre il fotografo scattava. Il resoconto di Rosenthal stesso, pubblicato dall’AP il 7 marzo 1945, meno di due settimane dopo l’evento, nomina il soldato Bob Campbell e il sergente Bill Janausk di Tacoma, che lo accompagnavano.
La storia di questo Pulitzer mette in evidenza due elementi che torneranno più volte. Il primo è la forza che un premio può dare a un’immagine: Iwo Jima era già un’icona nazionale prima del riconoscimento, ma il Pulitzer la fissò nell’albo d’oro come immagine-simbolo della guerra del Pacifico. Il secondo è la fragilità della prova fotografica, perché ogni fotografia di guerra ha una storia di scatto che può essere contestata, e la verità di quel giorno si ricostruisce anche attraverso materiali diversi dall’immagine stessa, come in questo caso una pellicola cinematografica.
1968, il premio si divide in due
Nel 1968 il Consiglio sostituisce il premio unico con due categorie. La Spot News Photography premia la fotografia di cronaca, l’evento imprevisto o drammatico colto mentre accade; la Feature Photography premia invece un lavoro di approfondimento, un’immagine o una serie che racconta una situazione senza necessariamente fotografare un fatto di cronaca. La divisione riconosce che nelle redazioni convivono due mestieri diversi: il fotografo che deve essere sul posto quando succede qualcosa e quello che costruisce un racconto con tempi più lunghi.
Nel 2000 lo Spot News cambia nome e diventa Breaking News Photography. L’elenco ufficiale delle categorie lo tratta come la continuazione dello Spot News, attivo dal 1968 al 1999, mentre la Feature Photography prosegue senza interruzioni dal 1968 a oggi. Nel frattempo molte altre cose cambiano nel sistema dei premi: dal 1999 il Consiglio ammette il giornalismo online, dal 2012 le candidature sono interamente digitali, e il numero totale delle categorie cresce fino a includere audio e reportage illustrato.
La divisione in due categorie ha anche una conseguenza pratica per la lettura storica. Lo Spot News premia l’immagine nata dalla velocità e spesso dal rischio, pensata per il giornale del giorno dopo. La Feature premia un lavoro che regge anche fuori dal ciclo delle notizie. Sono due famiglie di immagini che il pubblico tende a confondere sotto l’etichetta unica di «foto da Pulitzer».
Il Vietnam e la fotografia di cronaca
La guerra del Vietnam occupa un posto centrale nell’albo d’oro. Prima della divisione del 1968, il premio del 1965 a Horst Faas e quello del 1966 a Kyoichi Sawada dell’UPI documentano la fase iniziale del conflitto; dopo la divisione, lo Spot News del periodo 1968-1973 è dominato da immagini che hanno definito la percezione pubblica della guerra e, più in generale, del rapporto tra immagine e potere. Un quadro più ampio si trova nell’articolo sulla fotografia e la guerra del Vietnam.
Il 1968 va a Rocco Morabito del Jacksonville Journal con «The Kiss of Life», la fotografia di un addetto della compagnia telefonica che pratica la respirazione bocca a bocca a un collega rimasto folgorato su un palo, un esempio perfetto del genere cronaca come gesto umano, lontano dai campi di battaglia. Nel 1969 Edward T. Adams, conosciuto come Eddie Adams, vince con «Saigon Execution», l’esecuzione di un prigioniero vietcong da parte del capo della polizia sudvietnamita Nguyễn Ngọc Loan, ripresa a Saigon durante l’offensiva del Tet. Il 1970 va a Steve Starr, AP, per «Campus Guns», scattata alla Cornell University.
Il premio del 1971 a John Paul Filo, per la sparatoria alla Kent State University del 4 maggio 1970, porta il tema della guerra dentro gli Stati Uniti. La motivazione ufficiale parla di una copertura per immagini della tragedia della Kent State University del 4 maggio 1970. Nel 1972 Horst Faas, già premiato nel 1965, vince di nuovo insieme a Michel Laurent con la serie «Death in Dacca», sulla guerra di liberazione del Bangladesh: il fotografo tedesco vince così per la seconda volta, a sette anni dal primo premio.
Nel 1973 il premio va a Huỳnh Công Út, noto come Nick Ut, dell’Associated Press, per la fotografia «The Terror of War», che ritrae bambini in fuga da un bombardamento al napalm. La fotografia, scattata l’8 giugno 1972 vicino a Trảng Bàng, mostra la bambina Phan Thị Kim Phúc nuda e gravemente ustionata. Divenne un simbolo del movimento contro la guerra e, insieme a quella di Adams, una delle due immagini che la memoria collettiva associa più facilmente al Vietnam. Entrambe vinsero anche il World Press Photo of the Year.
La sequenza Morabito-Adams-Starr-Filo-Faas-Ut è utile per capire il rapporto tra la giuria e i temi di maggiore impatto civile. La giuria premiava il momento in cui la fotografia diventava un fatto politico. È una scelta coerente con la funzione che il giornalismo americano si assegnava, ma favorisce per forza di cose le immagini di violenza e di crisi rispetto ad altre forme di documentazione.
Feature Photography, il racconto oltre l’attimo
La Feature Photography nasce nel 1968 e il primo vincitore è Toshio Sakai dell’UPI, per le fotografie del Vietnam intitolate «Dreams of Better Times». Il 1969 va a Moneta Sleet Jr. della rivista Ebony per la fotografia della vedova e della figlia di Martin Luther King Jr. al funerale del leader dei diritti civili. Nel 1970 Dallas Kinney del Palm Beach Post vince con la serie «Migration to Misery» sui lavoratori migranti in Florida; nel 1971 Jack Dykinga del Chicago Sun-Times con il reportage sulle scuole statali per persone con disabilità intellettive in Illinois; nel 1972 David Hume Kennerly dell’UPI con le immagini del Vietnam del 1971.
Il premio del 1973 a Brian Lanker del Topeka Capital-Journal per la sequenza «Moment of Life», dedicata a un parto, segna il punto in cui il fotogiornalismo di approfondimento entra in territori intimi. Nel 1974 Slava Veder dell’AP vince con il ritorno di un prigioniero di guerra americano dal Vietnam del Nord. Gli anni successivi mescolano reportage sociali e immagini di vita quotidiana: busing scolastico a Louisville (1976, staff del Courier-Journal), un veterano disabile con il figlio a una parata (1977, Robin Hood del Chattanooga Times Free Press), le zone guerrigliere in Rhodesia (1978, J. Ross Baughman, AP).
Con gli anni Ottanta la Feature si apre a lavori lunghi e sempre più strutturati. Taro Yamasaki del Detroit Free Press è premiato nel 1981 per il reportage sul carcere statale di Jackson; John H. White del Chicago Sun-Times nel 1982 per un corpus di lavori sulla vita di Chicago; Anthony Suau del Denver Post nel 1984 per la carestia in Etiopia; Michel du Cille del Miami Herald nel 1988 per un quartiere devastato dal crack e la sua rinascita. Sono lavori che richiedono tempo, in un metodo vicino a quello del reportage d’autore.
Nel 2000 il premio per la Feature va a Carol Guzy del Washington Post con i profughi del Kosovo, dopo che aveva già ottenuto lo Spot News nel 1986 (con Michel du Cille per il disastro del Nevado del Ruiz) e nel 1995 (per Haiti); con il premio del 2011 per il terremoto di Haiti, condiviso con Ricky Carioti e Nikki Kahn, i suoi Pulitzer salgono a quattro. È una carriera che attraversa entrambe le categorie e due grandi quotidiani.
Negli anni più recenti la Feature ha premiato lavori come la guerra civile in Liberia di Carolyn Cole (2004, Los Angeles Times), i soldati e i reduci di Craig F. Walker del Denver Post (2010 e 2012), l’epidemia di Ebola raccontata da Daniel Berehulak (2015, New York Times), la carestia in Yemen di Lorenzo Tugnoli (2019, Washington Post), le immagini in bianco e nero della prigione siriana di Sednaya di Moises Saman (2025, The New Yorker). L’elenco mostra come il premio abbia superato la stretta dipendenza dal quotidiano locale: la stessa categoria include oggi riviste, agenzie e fotografi che lavorano per grandi testate internazionali.
Il caso Kevin Carter, 1994
Nessun Pulitzer ha generato un dibattito etico paragonabile a quello del 1994 per la Feature Photography. Il vincitore è Kevin Carter, fotografo freelance sudafricano, e la motivazione ufficiale si riferisce a una fotografia pubblicata per la prima volta dal New York Times che ritrae una bambina sudanese affamata, crollata lungo la strada verso un centro di alimentazione, mentre un avvoltoio attende nelle vicinanze. L’immagine fu scattata nel marzo 1993 nei pressi di Ayod, nel Sudan meridionale, e uscì sul quotidiano il 26 marzo dello stesso anno.
Dopo la pubblicazione il giornale ricevette moltissime lettere di lettori che chiedevano che cosa fosse accaduto alla bambina. Il Times pubblicò una nota dei redattori in cui spiegava che la piccola aveva ripreso a camminare ed era arrivata al centro di aiuti, ma che non si sapeva che cosa le fosse successo dopo. Su questo punto le ricostruzioni successive divergono: alcune fonti riferiscono che il bambino fotografato fosse in realtà un maschio di nome Kong Nyong, morto anni dopo per una febbre, mentre altre mantengono la formula originaria della bambina senza nome. La divergenza rende evidente quanto un’immagine premiata possa vivere a lungo con didascalie incerte.
Carter ricevette il premio nell’aprile 1994 e morì il 27 luglio dello stesso anno, a 33 anni, suicida. L’episodio ha reso il Pulitzer del 1994 il riferimento obbligato nei corsi di etica del fotogiornalismo, dove si discute di distanza professionale, responsabilità verso i soggetti fotografati, ruolo del reporter come testimone o come soccorritore. Il premio non decise nulla di quella discussione, ma la rese inevitabile.
Dagli anni Settanta al 2000: cronaca nera, guerre e catastrofi
Dopo il Vietnam la fotografia di cronaca premiata dal Pulitzer si sposta su un terreno diverso. Nel 1975 Gerald H. Gay del Seattle Times vince con «Lull in the Battle», pompieri esausti dopo uno spegnimento; nel 1976 Stanley Forman del Boston Herald-American ottiene il premio con la sequenza dell’incendio di Boston del 22 luglio 1975, compreso «Fire Escape Collapse», e nel 1977 bissa con «The Soiling of Old Glory», l’aggressione a Theodore Landsmark durante una protesta contro il busing scolastico a Boston, in cui un manifestante usa l’asta di una bandiera americana come arma. Nello stesso 1977 il premio va anche a Neal Ulevich dell’AP per la serie sui disordini di Bangkok.
Gli anni Settanta si chiudono con due vincitori da cronaca locale: John Blair dell’UPI nel 1978, per il broker tenuto in ostaggio sotto minaccia di una pistola da Tony Kiritsis, e Thomas J. Kelly III del Pottstown Mercury nel 1979 con «Tragedy on Sanatoga Road». Nel 1980 il premio va a una fotografia anonima, «Firing Squad in Iran», pubblicata sul quotidiano iraniano Ettela’at e distribuita dall’UPI: l’autore, rimasto senza nome per un quarto di secolo, fu identificato soltanto nel 2006 come Jahangir Razmi. Resta un caso eccezionale nell’elenco dei vincitori.
Gli anni Ottanta passano dal conflitto locale alle guerre del mondo. Larry C. Price del Fort Worth Star-Telegram vince nel 1981 con le fotografie dalla Liberia; Ron Edmonds dell’AP nel 1982 con l’attentato contro Ronald Reagan; Bill Foley dell’AP nel 1983 con le vittime e i sopravvissuti del massacro di Sabra a Beirut; Stan Grossfeld del Boston Globe nel 1984 con gli effetti della guerra sulla popolazione libanese. Nel 1986 Carol Guzy e Michel du Cille del Miami Herald vincono per il Nevado del Ruiz, in Colombia; nel 1987 Kim Komenich del San Francisco Examiner per la caduta di Ferdinand Marcos; nel 1988 Scott Shaw dell’Odessa American per il salvataggio della piccola Jessica McClure dal pozzo.
Il 1989 premia un gesto di soccorso e il 1990 una catastrofe naturale. Ron Olshwanger, fotografo freelance, vince per la fotografia del pompiere che pratica la respirazione bocca a bocca a un bambino, pubblicata sullo St. Louis Post-Dispatch; nel 1990 il premio va all’intero staff fotografico dell’Oakland Tribune per il terremoto di Loma Prieta del 17 ottobre 1989. Da quel momento i premi collettivi diventano più frequenti: la copertura di un evento di questo tipo richiede molte persone, e il premio di redazione è lo strumento per riconoscerlo.
Gli anni Novanta riportano al centro i conflitti internazionali. Nel 1991 Greg Marinovich dell’AP vince per i sostenitori dell’ANC che uccidono un uomo ritenuto una spia zulu in Sudafrica; nel 1992 lo staff AP è premiato per il tentato golpe in Russia e il crollo del regime comunista; nel 1994 Paul Watson del Toronto Star vince per il corpo di un soldato statunitense trascinato per le strade di Mogadiscio. Il 1996 va a Charles Porter IV, freelance distribuito dall’AP, per la fotografia della vittima di un anno di età dopo l’attentato di Oklahoma City, cullata da un pompiere; il 1999 a un portfolio dell’AP sugli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania. Nel 2000, ultimo anno prima del cambio di nome, il premio va allo staff del Rocky Mountain News per gli studenti dopo la sparatoria alla Columbine High School.
L’era digitale e i premi di redazione
Con l’inizio del nuovo secolo la Breaking News Photography cambia nome e, in parte, natura. Il premio del 2001 va ad Alan Diaz dell’AP per la fotografia degli agenti federali che prelevano Elián González dalla casa dello zio a Miami; quello del 2002 allo staff del New York Times per l’attacco dell’11 settembre al World Trade Center; il 2004 a Cheryl Diaz Meyer e a David Leeson del Dallas Morning News per la guerra in Iraq; il 2006 allo staff dello stesso giornale per l’uragano Katrina. Nel 2007 Oded Balilty dell’AP vince con la donna ebrea che sfida le forze israeliane durante lo sgombero di coloni in Cisgiordania; nel 2008 Adrees Latif di Reuters con la morte del videoreporter giapponese Kenji Nagai a una manifestazione a Rangoon, in Myanmar.
Il 2012 premia Massoud Hossaini dell’Agence France-Presse per la bambina in lacrime dopo un attentato suicida a un santuario di Kabul. Nel 2013 il premio va a cinque fotografi dell’AP, Rodrigo Abd, Manu Brabo, Narciso Contreras, Khalil Hamra e Muhammed Muheisen, per la guerra civile siriana. Il 2014 va a Tyler Hicks del New York Times per l’attacco al centro commerciale di Nairobi; il 2015 allo staff del St. Louis Post-Dispatch per Ferguson. Nel 2016 la categoria premia due lavori distinti, uno del New York Times e uno di Reuters, entrambi dedicati ai rifugiati e alle rotte dei migranti.
Gli anni successivi mostrano la crescita dei premi collettivi e dei grandi editori internazionali. Daniel Berehulak del New York Times vince nel 2017 con la guerra alla droga nelle Filippine; Ryan Kelly di The Daily Progress nel 2018 con l’attacco con l’auto contro i manifestanti a Charlottesville. Reuters vince nel 2019 per i migranti dall’America centrale e meridionale diretti verso gli Stati Uniti, nel 2020 per le proteste di Hong Kong e nel 2024 per l’attacco di Hamas del 7 ottobre e l’offensiva israeliana a Gaza. L’AP vince nel 2021 con la risposta degli Stati Uniti alla morte di George Floyd e nel 2023 con la guerra in Ucraina. Nel 2022 la categoria premia due soggetti: cinque fotografi di Getty Images per l’assalto al Campidoglio e Marcus Yam del Los Angeles Times per il ritiro americano dall’Afghanistan. Nel 2025 il premio va a Doug Mills del New York Times per il tentato assassinio di Donald Trump.
Il cambiamento più evidente è che il fotografo-autore lascia spazio alla redazione. Una spiegazione plausibile è pratica: le grandi notizie sono coperte da squadre numerose, e un lavoro che passa per editor, caposervizio e archivio è più difficile da attribuire a una sola persona. Ha anche un effetto sul racconto: il nome del vincitore, che nell’epoca di Rosenthal o Adams coincideva con la fama dell’immagine, oggi spesso coincide con quello della testata. Le fotografie premiate restano potenti, ma diventano meno riconoscibili come opere di un autore e più come prodotto di un sistema.
Controversie e dibattito critico
Il primo ordine di controversie riguarda la manipolazione. Un caso documentato riguarda un vincitore del Pulitzer, Narciso Contreras, uno dei cinque fotografi AP premiati nel 2013 per la Siria. Nel gennaio 2014 l’Associated Press interruppe ogni rapporto con lui dopo che il fotografo stesso aveva comunicato di aver ritoccato un’immagine del 29 settembre 2013 scattata a Telata, nella provincia di Idlib: aveva rimosso digitalmente una videocamera appoggiata a terra nell’angolo sinistro dell’inquadratura, in cui un combattente dell’opposizione si ripara durante uno scontro a fuoco. Santiago Lyon, allora vicepresidente e direttore della fotografia dell’agenzia, dichiarò inaccettabile la rimozione deliberata di elementi dalle fotografie. Il nome di Contreras compare ancora tra i cinque premiati del 2013 nell’elenco della categoria.
Il secondo ordine riguarda la paternità. Nel gennaio 2025 il documentario The Stringer, presentato al Sundance Film Festival, ha sostenuto che la fotografia della «Napalm Girl» non fosse stata scattata da Nick Ut ma da Nguyễn Thành Nghệ, un collaboratore locale. Il 6 maggio 2025 l’AP ha pubblicato un rapporto di 96 pagine, il secondo esame in meno di quattro mesi, basato su nuove interviste, sull’analisi delle fotocamere, su un modello tridimensionale della scena e sullo studio dei negativi superstiti dell’8 giugno 1972. La conclusione è prudente: l’agenzia ha ritenuto «possibile» che l’autore fosse Ut ma non ha potuto dimostrarlo in modo definitivo, e allo stesso tempo non ha trovato prove che il fotografo fosse Nguyễn. Derl McCrudden, vicepresidente dell’AP, ha dichiarato che non esiste una prova definitiva che Ut non abbia scattato la fotografia. Il rapporto segnala anche alcune incongruenze, come l’indizio che lo scatto sia stato fatto con una Pentax e non con la Leica indicata da Ut. Il Pulitzer del 1973 resta assegnato a Ut. Sull’attribuzione, documentario e rapporto dell’AP giungono a conclusioni diverse. Il tema è approfondito nella scheda sulla ragazza del napalm.
Il terzo ordine è la messa in scena, già vista con Iwo Jima. Il caso di Rosenthal si è chiuso a favore del fotografo grazie al filmato di Genaust, ma il sospetto mostra quanto una fotografia di forte simbolismo nazionale sia esposta a letture ostili. Il caso del 1980 con la fotografia anonima dell’Iran, rivelata solo nel 2006, mostra che il Pulitzer ha accettato di premiare un’immagine senza conoscerne l’autore.
Il quarto ordine è la mancata assegnazione in presenza di un’immagine fortissima. Un esempio riguarda le fotografie di Will Counts su Elizabeth Eckford a Little Rock, del 1957: secondo la ricostruzione della scheda dedicata, la giuria le scelse all’unanimità, ma il Consiglio non assegnò il premio, con la motivazione che la copertura di Little Rock aveva già ricevuto riconoscimenti, tra cui due Pulitzer all’Arkansas Gazette. Il caso è raccontato nella scheda su Elizabeth Eckford e illustra il margine di discrezionalità che il Consiglio mantiene sulle giurie.
Un’ultima linea di critica riguarda lo sguardo del premio. Poiché il Pulitzer nasce come riconoscimento al giornalismo americano, la sua geografia riflette gli interessi dell’informazione statunitense: guerre in cui gli Stati Uniti sono coinvolti, disastri che colpiscono il territorio nazionale, crisi umanitarie raccontate da corrispondenti di testate americane. Per questo l’albo d’oro si legge meglio come una mappa delle priorità redazionali di un Paese che come una classifica della fotografia mondiale: il Pulitzer funziona bene come strumento di storia e peggio come metro di qualità assoluta.
Pulitzer e World Press Photo, due logiche diverse
Il confronto più frequente è con il World Press Photo, il concorso internazionale di fotogiornalismo con sede nei Paesi Bassi. Le due istituzioni premiano spesso le stesse immagini, ma con logiche diverse. Il Pulitzer giudica il lavoro pubblicato nell’anno da una testata del sistema dell’informazione americana e prevede una categoria per la cronaca e una per l’approfondimento; il World Press Photo assegna un premio assoluto, il Photo of the Year, a una singola immagine.
Nei casi più celebri i due premi si sovrappongono. Eddie Adams ottenne il Pulitzer del 1969 e, già nel 1968, il World Press Photo of the Year; Nick Ut ricevette il Pulitzer del 1973 e il World Press Photo of the Year. Per la fotografia di Malcolm Browne vale il percorso opposto: il World Press Photo of the Year del 1963 non fu seguito da un Pulitzer fotografico. Il caso di Kevin Carter appartiene alla storia del Pulitzer più che a quella del World Press Photo. Lorenzo Tugnoli ricevette invece, nel 2019, sia il Pulitzer sia il World Press Photo per le fotografie sullo Yemen.
La differenza si coglie meglio dal punto di vista del destinatario. Chi vince un Pulitzer è, nella maggior parte dei casi, un professionista di testata che entra in un albo d’oro riconosciuto dalle redazioni americane; chi vince il World Press Photo entra in un circuito di mostre, cataloghi e dibattiti pubblici che attraversa musei e festival di tutto il mondo.
Riferimenti italiani
L’Italia non ha un equivalente diretto del Pulitzer. Il premio ha però un peso notevole nella cultura fotografica italiana, perché molte delle sue immagini sono entrate nei manuali, nelle antologie e nei programmi scolastici come icone dell’epoca. Alcune sono trattate sul sito: le grandi icone e la scheda sul gruppo di immagini del Vietnam.
Il riferimento italiano più rilevante dell’albo d’oro recente è Lorenzo Tugnoli, fotografo italiano che nel 2019 viveva a Beirut. Quell’anno ha ricevuto il Pulitzer per la Feature Photography per i servizi sulla guerra e la crisi umanitaria in Yemen pubblicati dal Washington Post, e il World Press Photo con gli stessi lavori. Secondo la ricostruzione del quotidiano Avvenire, il Washington Post non vinceva un premio di questo genere da circa dieci anni. Il primo viaggio di Tugnoli in Afghanistan risale al 2009, e dal 2010 si stabilì a Kabul per circa quattro anni e mezzo: un percorso tipico del fotogiornalista che costruisce nel tempo una competenza regionale prima di arrivare ai grandi premi.
Per capire il contesto in cui operano premi come il Pulitzer conviene leggere il dossier sul declino e futuro del fotogiornalismo, che discute il ridimensionamento delle redazioni fotografiche, un fenomeno legato alla crescita dei fotografi freelance e dei premi collettivi negli ultimi decenni.
Domande Frequenti sul premio Pulitzer per la fotografia (FAQ)
Quando è stato assegnato il primo Pulitzer per la fotografia?
Il primo Pulitzer per la fotografia risale al 1942 ed è andato a Milton Brooks del Detroit News per le fotografie degli scontri durante uno sciopero alla Ford. I Pulitzer in generale esistono dal 1917, ma per i primi venticinque anni non c’era una categoria fotografica.
Che differenza c’è tra Breaking News Photography e Feature Photography?
La Breaking News Photography, già Spot News Photography fino al 1999, premia le fotografie di eventi imprevisti o drammatici colti mentre accadono. La Feature Photography premia invece un’immagine o una serie di approfondimento, che racconta una condizione o una storia senza dipendere dal momento della notizia. Le due categorie esistono separate dal 1968; il nome attuale della prima è in uso dal 2000.
Quali sono le fotografie più famose che hanno vinto il Pulitzer?
Tra le più note ci sono la bandiera di Iwo Jima di Joe Rosenthal (1945), l’uccisione di Lee Harvey Oswald di Robert H. Jackson (1964), l’esecuzione di Saigon di Eddie Adams (1969), la tragedia della Kent State di John Paul Filo (1971), la «Napalm Girl» di Nick Ut (1973) e la bambina con l’avvoltoio di Kevin Carter (1994). Alcune immagini celebri, come il monaco in fiamme di Malcolm Browne, non hanno vinto il Pulitzer fotografico.
Chi ha vinto più volte il Pulitzer per la fotografia?
Tra i fotografi con più premi compaiono Horst Faas, che vinse nel 1965 e nel 1972, e Carol Guzy, premiata nel 1986, nel 1995, nel 2000 e nel 2011. Craig F. Walker ha vinto la Feature nel 2010 e nel 2012, Daniel Berehulak la Feature nel 2015 e la Breaking News nel 2017.
Un fotografo italiano ha mai vinto il Pulitzer?
Sì. Lorenzo Tugnoli, fotografo italiano con base a Beirut, ha vinto nel 2019 il Pulitzer per la Feature Photography con il Washington Post, per i servizi sulla guerra e sulla crisi umanitaria in Yemen.
Il Pulitzer può essere revocato?
Il Consiglio può modificare le categorie, assegnare meno premi del previsto e sospenderne uno se il livello dei lavori non basta. Nei casi più discussi del fotogiornalismo, come quello di Narciso Contreras nel 2014 o quello della paternità della «Napalm Girl» nel 2025, la reazione è venuta dalle agenzie e dalla stampa, e gli elenchi dei vincitori continuano a riportare i nomi originari.
Fonti
- The Pulitzer Prizes, storia del premio, del lascito di Joseph Pulitzer e del Pulitzer Prize Board
- The Pulitzer Prizes, Joe Rosenthal e l’issata della bandiera a Iwo Jima
- The Pulitzer Prizes, Associated Press, Huynh Cong Ut
- The Pulitzer Prizes, Kevin Carter, Feature Photography
- Wikipedia, Pulitzer Prize for Photography (1942-1967)
- Wikipedia, Pulitzer Prize for Breaking News Photography
- Wikipedia, Pulitzer Prize for Feature Photography
- Associated Press, rapporto sulla paternità della fotografia della «Napalm Girl» (6 maggio 2025)




