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La fotografia vernacolare e found photography

Che cos'è la fotografia vernacolare e che cosa distingue la found photography: definizioni, storia da Kodak a oggi, mostre dei grandi musei, collezionisti e artisti.

La Redazione di Storia della Fotografia 18 min di lettura

Grandi collettivi La Storia della Fotografia

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La fotografia vernacolare e found photography
Buffalo soldier, 25th Infantry, Co. A) - Goff LCCN2010645138.jpg — Goff, O. S. (Orlando Scott), 1843-1917, photographer, tra il 1884 e il 1890date QS:P,+1850-00-00T00:00:00Z/7,P1319,+1884-00-00T00:00:00Z/9,P1326,+1890-00-00T00:00:00Z/9. Fonte: Wikimedia Commons, Public domain.

La fotografia vernacolare (dall’inglese vernacular photography) indica le immagini create da fotografi amatoriali o sconosciuti che hanno come soggetto la vita quotidiana e gli oggetti comuni: foto di famiglia, vacanze, ritratti informali, istantanee di eventi ordinari. Strettamente correlata è la fotografia trovata, o found photography, che si riferisce al recupero e alla rivalutazione di fotografie vernacolari perdute, anonime, non rivendicate o scartate, spesso ritrovate in mercatini dell’usato, soffitte o archivi dimenticati. Per più di un secolo queste immagini sono rimaste ai margini della storia della fotografia. Oggi occupano le sale dei grandi musei, riempiono cataloghi e sostengono un mercato di collezionisti, e il loro percorso dall’album di famiglia alla parete di una galleria racconta molto del modo in cui guardiamo le immagini.

In Sintesi

  • La fotografia vernacolare comprende immagini create da amatori che documentano la vita quotidiana: foto di famiglia, vacanze, ritratti informali, eventi ordinari. In senso più ampio, secondo Geoffrey Batchen, include ogni fotografia comune fatta o acquistata dalla gente dal 1839 in poi.
  • La found photography è il recupero e la rivalutazione di fotografie vernacolari perse, anonime o scartate, che un artista o un collezionista separa dal contesto d’origine per assegnarle un nuovo significato estetico.
  • Queste immagini possiedono una qualità artistica involontaria: sono insieme arte accidentale e testimonianza storica preziosa.
  • La diffusione della fotografia amatoriale parte dalla Kodak di George Eastman (1888) e dalla Brownie (1900), e già nel 1898 una rivista stimava oltre 1,5 milioni di fotocamere a rullo in mano agli amatori.
  • Le mostre decisive vanno dal 1998 (SFMOMA) al 2000 (Metropolitan Museum), al 2007 (National Gallery of Art) fino al 2019 (Saint Louis Art Museum).
  • Il termine «vernacolare» deriva dal latino vernaculus e indica il linguaggio ordinario del popolo, distinto da quello ufficiale o formale.

Definizioni e contesto concettuale

L’etimologia del termine vernacolare

Il termine vernacolare deriva dal latino vernaculus, che indicava lo schiavo nato in casa e, per estensione, ciò che è domestico e locale: la lingua ordinaria del popolo, distinta da quella ufficiale o formale. Nella linguistica il vernacolo è il parlato quotidiano e informale di una comunità, contrapposto alla lingua letteraria o accademica. La fotografia ha preso in prestito la parola per indicare le immagini ordinarie, opposte alla fotografia artistica o professionale. Secondo Wikipedia il termine è nato tra accademici e curatori ed è poi entrato nell’uso comune, accostandosi a espressioni come «vernacular music» e «vernacular architecture».

La metafora linguistica regge bene. La fotografia vernacolare è la lingua di tutti i giorni dell’immagine: il modo in cui le persone comuni usano la fotocamera per tenere traccia della propria vita. La fotografia artistica o professionale è la lingua formale, quella con cui fotografi e artisti producono opere o documenti destinati a un pubblico. Come accade per le lingue, il passaggio da un registro all’altro è continuo, e la storia della fotografia è piena di scambi tra i due.

La definizione di fotografia vernacolare

Nell’accezione più diffusa, la fotografia vernacolare è la fotografia relativamente amatoriale che prende come soggetto la vita quotidiana e le cose comuni di ogni giorno. Comprende foto di famiglia, vacanze, istantanee scattate fra amici, ritratti di adulti, bambini o animali, con una qualità artistica involontaria che le fa considerare insieme arte accidentale e testimonianza storica. Il MoMA la riconduce a «immagini di amatori della vita quotidiana, comunemente sotto forma di snapshot». Esiste però una definizione più larga, che lo storico Geoffrey Batchen ha rilanciato nel saggio «Vernacular Photographies» (2000), poi confluito nel libro Each Wild Idea: vernacolare è tutto ciò che la storia della fotografia ha sempre escluso, cioè le fotografie ordinarie, fatte o comprate dalla gente comune dal 1839 in poi. In questa visione rientrano anche immagini commerciali, scientifiche, forensi o governative, tutte quelle realizzate per scopi funzionali e quotidiani.

La distinzione ha radici più antiche. Negli anni Sessanta John Szarkowski, direttore del dipartimento di fotografia del MoMA dal 1962 al 1991, aveva proposto la categoria di «fotografia funzionale» nella mostra del 1964 e nel libro The Photographer’s Eye (1966). Già nel 1998 un «Vernacular» Photo Fair si teneva a New York, come ricorda lo stesso Batchen. La categoria è dunque una costruzione critica relativamente recente, che applica a oggetti molto vecchi uno sguardo nuovo.

Wikipedia elenca la grande varietà dei materiali coperti: dagherrotipi e ambrotipi, tintype dipinti e incorniciati nell’America ottocentesca, stampe all’albumina indiane dorate, la fotoscultura messicana, gli ibeji nigeriani, i panorami di gruppo delle parrocchie, le fotografie di matrimonio, i ritratti di studio, le immagini da rivista, gli archivi governativi, i fascicoli di polizia, le pin-up, le cartoline (souvenir e «real photo»), la Polaroid. In questo senso la fotografia vernacolare non si riduce allo snapshot, anche se lo snapshot ne è l’esempio più familiare.

Le foto vernacolari sono per natura quasi sempre foto di sconosciuti. Si vendono in negozi o mercatini dell’usato, si ritrovano nelle cantine, si recuperano dalla spazzatura. Non nacquero per essere esposte in musei o gallerie, ma per documentare la vita delle persone. Il tempo e la distanza storica le hanno trasformate in documenti preziosi e in opere d’arte involontarie.

La fotografia vernacolare e found photography
Buffalo soldier, 25th Infantry, Co. A) – Goff LCCN2010645138.jpg, Goff, O. S. (Orlando Scott), 1843-1917, photographer, tra il 1884 e il 1890date QS:P,+1850-00-00T00:00:00Z/7,P1319,+1884-00-00T00:00:00Z/9,P1326,+1890-00-00T00:00:00Z/9. Fonte: Wikimedia Commons, Public domain.

La definizione di found photography

La found photography (fotografia trovata) è imparentata con la fotografia vernacolare e si riferisce al recupero di una fotografia o istantanea perduta, anonima, non reclamata o scartata. Le foto trovate si reperiscono nei mercatini delle pulci, nei negozi dell’usato, nelle vendite di garage e di proprietà, nei cassonetti, tra le pagine dei libri o sui marciapiedi. Secondo Wikipedia sono fotografie non artistiche, di solito anonime, a cui un artista attribuisce un significato estetico: di norma basta reinterpretarle per collocarle in un contesto d’arte. Il termine indica anche qualsiasi opera che usa foto trovate come materiale, assemblandole o trasformandole.

Il recupero di queste immagini è un atto di conservazione e insieme di reinterpretazione. I collezionisti e gli appassionati cercano nelle foto trovate qualcosa di insolito, di straordinario, che consenta di rileggere l’ordinario e il banale. Una volta recuperate e contestualizzate, assumono un significato nuovo e un nuovo valore.

Vernacolare e trovata: due sguardi sulla stessa immagine

Le due categorie si sovrappongono, ma guardano l’immagine in modo diverso. Il vernacolare, nota Wikipedia, comprende foto amatoriali, cartoline, archivi e album di famiglia, e le studia «come sono o come erano», senza sottrarle al loro contesto storico. La foto trovata, invece, viene separata dal contesto originario e riceve un nuovo significato estetico. Da questa differenza discende una critica che torna spesso: dopo la mostra del 2007 alla National Gallery of Art, le istituzioni americane presentano gli snapshot come vernacolari, e questo riduce il ruolo estetico del collezionista o del curatore. Resta aperta la questione di quanto peso dare alla visione di chi sceglie rispetto alla creatività dei fotografi originari, spesso senza nome.

Storia e sviluppo della fotografia vernacolare

Le origini nella fotografia amatoriale dell’Ottocento

Le origini della fotografia vernacolare risalgono alla seconda metà dell’Ottocento, con la diffusione della fotografia amatoriale. I primi ritratti dagherrotipici e le carte da visita delle famiglie borghesi appartengono già a questo campo, ma la svolta arrivò con l’invenzione della fotocamera portatile e dei processi semplificati. Nel 1888 George Eastman, ex impiegato di banca di Rochester, lanciò la Kodak, una semplice box camera caricata con un rullo da 100 pose, e coniò lo slogan «You press the button, we do the rest». Secondo Britannica costava 25 dollari con la pellicola già inserita e produceva immagini circolari di circa 6 centimetri di diametro su negativi di carta. Finito il rullo, il cliente rispediva l’intera macchina a una fabbrica Eastman, a Rochester oppure a Harrow, in Inghilterra, e riceveva indietro la fotocamera ricaricata con le stampe.

La pubblicità mostrava donne e bambini con la macchina in mano, e il messaggio era chiaro: nessuna competenza tecnica. Nel 1889 la carta fu sostituita da una base trasparente in nitrocellulosa, inventata nel 1887 da Hannibal Goodwin. La democratizzazione della fotografia produsse una proliferazione di immagini quotidiane. Nel 1898, dieci anni dopo il lancio, una rivista specializzata stimò oltre 1,5 milioni di fotocamere a rullo nelle mani di amatori, come riporta il Metropolitan Museum. Quelle immagini non erano destinate a musei o gallerie, ma ad album di famiglia e scatole di ricordi.

Il Novecento e la diffusione della fotografia di massa

Il Novecento vide la diffusione di massa della fotografia. La Kodak Brownie (1900), una semplice box camera da un dollaro con un contenitore della pellicola removibile, eliminò la necessità di rispedire la macchina alla fabbrica. Il nome viene dai Brownies, i personaggi di filastrocche illustrate del poeta canadese Palmer Cox, protagonisti delle pubblicità delle prime Brownie; il Victoria and Albert Museum ricorda che la serie fu prodotta per circa settant’anni. Britannica la presenta come una macchina pensata anche per i bambini. Seguirono la Kodak Instamatic (1963) e la Polaroid (1948), che aggiunse l’immagine immediata. Nel 1927, ricorda ancora Britannica, la Eastman Kodak deteneva un quasi monopolio nell’industria fotografica statunitense.

Tra gli anni Novanta dell’Ottocento e gli anni Cinquanta del Novecento la maggior parte degli snapshot era destinata all’album di famiglia, spesso con didascalie e commenti a mano. Le fotografie ritraevano matrimoni, diplomi, viaggi, bambini, animali, automobili e case. Le prime Kodak producevano immagini circolari, poi sostituite da formati rettangolari più piccoli. Milioni di scatti circolarono negli archivi privati: tutto un patrimonio visivo che oggi i musei trattano come fonte primaria per la storia sociale.

L’era digitale e la trasformazione della fotografia vernacolare

L’era digitale ha trasformato la fotografia vernacolare in modo radicale. Fotocamere digitali e smartphone hanno reso la fotografia più accessibile e immediata, e le immagini sono facili da scattare, ritoccare, condividere e archiviare. La democratizzazione iniziata con Eastman ha raggiunto il suo punto estremo: le immagini circolano sui social, sui blog, sui siti di condivisione, e raggiungono un pubblico vastissimo.

La natura effimera del digitale ha però un rovescio. Una fotografia su carta sopravvive in un cassetto per un secolo; un file dimenticato su un telefono o su un servizio chiuso può sparire in pochi anni. La found photography del futuro dipenderà quindi dalla capacità di conservare e rendere leggibili questi archivi, un problema che musei e biblioteche stanno cominciando ad affrontare.

La found photography: recupero e rivalutazione

Il mercato delle fotografie trovate

Il mercato delle fotografie trovate è un fenomeno in crescita. Collezionisti e appassionati cercano immagini vernacolari di qualità nei mercatini delle pulci, nei negozi dell’usato, nelle vendite di garage e di proprietà, nei cassonetti e tra le pagine dei libri. Wikipedia osserva che i flea market e, più di recente, eBay e Internet hanno permesso lo scambio internazionale. Un documentario del 2004, Other People’s Pictures, racconta la comunità di collezionisti del Chelsea Flea Market di New York.

Il valore di un’immagine dipende da vari fattori: qualità estetica, rarità, soggetto, stato di conservazione. Alcune fotografie particolarmente belle o rare possono raggiungere cifre significative. Altre, più comuni, hanno un valore più affettivo che economico.

La reinterpretazione artistica delle immagini trovate

La reinterpretazione artistica delle immagini trovate è un fenomeno importante nella fotografia contemporanea. Gli oggetti trovati fanno parte della pratica artistica dal Bottle Rack di Marcel Duchamp (1914), ma le fotografie trovate usate dagli artisti sono un fenomeno molto più recente. La storia si può seguire attraverso i libri. Nel 1974 Andrew Lanyon pubblica a Londra Snap: A Family Album. Nel 1976 esce Drugstore Photographs di Christopher Rauschenberg, nel 1977 American Snapshots di Ken Graves e Mitchell Payne e Found Photos di Dick Jewell, nel 1984 Say «Cheese» di Graham King, nel 1989 The Horus Archives del collezionista ungherese Sándor Kardos.

Joachim Schmid è citato da Wikipedia fra i praticanti chiave della found photography. Patrick Pound, scrive Wikipedia, ricicla immagini scartate e le restituisce con contesti e significati nuovi. Queste opere interrogano il rapporto tra immagine e significato, tra memoria e oblio, tra privato e pubblico; e mettono in discussione il ruolo dell’autore e il valore dell’immagine. In questo senso la found photography diventa un mezzo per riflettere sulla fotografia stessa e sulla sua funzione nella società contemporanea.

Le collezioni museali e istituzionali

Musei e istituzioni hanno cominciato a collezionare e valorizzare la fotografia vernacolare. Il percorso delle mostre ne documenta la progressione. Nel 1998 il San Francisco Museum of Modern Art, con il curatore Douglas R. Nickel, presenta Snapshots: The Photography of Everyday Life, 1888 to the Present. Nel 2000 il Metropolitan Museum di New York organizza Other Pictures: Vernacular Photographs from the Thomas Walther Collection. Nel 2007 la National Gallery of Art di Washington presenta The Art of the American Snapshot, 1888-1978. Seguono, fra le altre, In the Vernacular all’Art Institute of Chicago (2010), Unfinished Stories dal fondo Peter J. Cohen al Museum of Fine Arts di Boston (2015-2016), una mostra di snapshot al Nelson-Atkins Museum (2016), Representing al Portland Art Museum (2017), Poetics of the Everyday al Saint Louis Art Museum (2019) e una mostra all’Ackland Art Museum (2019-2020).

Secondo alcune ricostruzioni anche il Museum of Modern Art di New York, il Victoria and Albert Museum di Londra e il Centre Pompidou di Parigi hanno cominciato a collezionare e a esporre immagini vernacolari. L’istituzionalizzazione ha cambiato il modo in cui queste immagini sono percepite: da oggetti ordinari a documenti storici e opere d’arte, studiati da critici e storici. Ha anche sollevato questioni sul valore dell’immagine, sul ruolo dell’autore e sul rapporto fra arte e vita quotidiana.

Le opere e i protagonisti principali

Il Saint Louis Art Museum e la collezione di vernacular photography

Il Saint Louis Art Museum (SLAM) rende accessibile online una collezione di vernacular photography, che alcune fonti indicano fra le più importanti del settore, con migliaia di immagini: foto di famiglia, istantanee di vacanza, ritratti informali, eventi quotidiani. Il nucleo meglio documentato è il lascito del collezionista di St. Louis John R. Foster e di Teenuh M. Foster, 150 stampe che hanno dato origine alla mostra del 2019 Poetics of the Everyday: Amateur Photography, 1890-1970. Il catalogo, curato da Eric Lutz con John R. Foster, conta 108 pagine.

Dal punto di vista materiale le opere sono piccole, di circa 3 x 5 pollici, per lo più in bianco e nero, con qualche stampa a colori o colorata a mano. Coprono il periodo 1890-1975, con la maggior parte realizzata tra il 1920 e il 1940. Le tecniche variano, nelle descrizioni più generali, dalla stampa in bianco e nero a quella a colori, dal negativo su vetro alla pellicola 35 mm, dalla stampa digitale alla stampa istantanea. Il valore storico-critico della raccolta sta nell’aver fatto della fotografia vernacolare un campo di studio, che attira critici, storici e appassionati.

I collezionisti e gli appassionati di found photography

I collezionisti sono un fenomeno importante nella valorizzazione della fotografia vernacolare. Cercano immagini di qualità, le recuperano, le conservano, le catalogano e le studiano, e alcuni hanno creato raccolte esposte in musei e gallerie. Wikipedia indica come figure chiave Peter J. Cohen, che domina la presenza della vernacular photography nei musei statunitensi, Thomas Walther, Robert E. Jackson, Tulcensky (Real Photo Postcards, 2005) e Sándor Kardos.

Thomas Walther è il caso più studiato. Il comunicato del Metropolitan Museum descrive Other Pictures (6 giugno-27 agosto 2000, Howard Gilman Gallery) come una mostra di circa 90 fotografie di dilettanti anonimi realizzate fra gli anni Dieci e Sessanta, accompagnata da un libro con 150 tavole in duotone. Le curatrici furono Maria Morris Hambourg e Mia Fineman. Molte di quelle immagini erano state scattate senza intenzioni espositive e ritrovate in mercatini, scatole da scarpe o album di famiglia; vengono definite «happy accidents» e «successful failures», felici casualità e fallimenti riusciti. Walther stesso sostiene, riferisce Wikipedia, che lavorando con le foto trovate cerca nel vernacolare la propria visione.

Robert E. Jackson è il collezionista dietro The Art of the American Snapshot, 1888-1978, presentata alla National Gallery of Art dal 7 ottobre al 31 dicembre 2007: 249 fotografie di autori sconosciuti, provenienti dalla sua raccolta e da donazioni recenti, ordinate cronologicamente dall’introduzione della Kodak e della pellicola in rullo fino agli anni Settanta. Le curatrici furono Sarah Greenough e Diane Waggoner. Wikipedia la definisce la mostra di snapshot più ambiziosa fino a quel momento.

Gli artisti contemporanei e la found photography

Molti artisti contemporanei usano la found photography come materia prima. Le immagini sono estratte dal contesto originario e inserite in nuovi contesti, dove assumono nuovi significati; le tecniche vanno dal collage al montaggio, dalla sovrapposizione alla manipolazione digitale. Joachim Schmid e Patrick Pound sono i nomi più ricorrenti nelle ricostruzioni storiche, ma il fenomeno è più vasto e coinvolge fotografi, editori, curatori e collettivi.

Il lavoro di questi artisti ha restituito dignità alla found photography come mezzo espressivo. Ha interrogato il ruolo dell’autore, il valore dell’immagine e il rapporto fra immagine e memoria. Sullo sfondo restano le obiezioni già ricordate: i musei tendono a dare più peso alla visione dei collezionisti e dei curatori che alla creatività dei fotografi originari, e la questione dell’autorialità è tutt’altro che chiusa.

Domande frequenti sulla fotografia vernacolare e la found photography

Che cosa significa fotografia vernacolare?

Indica le immagini realizzate da fotografi amatoriali o sconosciuti con soggetti della vita quotidiana, come foto di famiglia, vacanze, ritratti informali e istantanee di eventi ordinari. Il termine deriva dal latino vernaculus, ciò che è nato in casa, e rimanda alla lingua ordinaria del popolo.

Che cosa significa found photography?

Significa fotografia trovata: il recupero e la rivalutazione di fotografie perdute, anonime o scartate, rintracciate in mercatini, negozi dell’usato, vendite di garage, cassonetti, libri o marciapiedi, e trasformate dall’attenzione di un artista o di un collezionista in oggetti con un nuovo significato.

Qual è la differenza tra fotografia vernacolare e found photography?

La prima indica un tipo di immagine, fatta da amatori per documentare la vita; la seconda indica un modo di guardare e di usare quell’immagine, dopo che è stata perduta o dimenticata. Wikipedia osserva che il vernacolare viene studiato nel suo contesto storico, mentre la foto trovata ne viene separata per ricevere un significato estetico nuovo. Le due categorie si sovrappongono, ma non coincidono.

Dove si possono trovare fotografie vernacolari?

Nei mercatini delle pulci, nei negozi dell’usato, nelle vendite di garage e di proprietà, negli archivi privati, negli album di famiglia dimenticati e nelle scatole di ricordi. Alcuni musei, come il Saint Louis Art Museum, mettono collezioni di fotografia vernacolare a disposizione online.

Quanto valgono le fotografie vernacolari?

Il valore dipende da qualità estetica, rarità, soggetto e stato di conservazione. Qualche immagine particolarmente bella o rara può raggiungere cifre importanti, mentre la maggior parte ha un valore più affettivo che economico. In ogni caso le fotografie vernacolari sono documenti storici preziosi.

Che influenza ha avuto la fotografia vernacolare sulla fotografia contemporanea?

Molti fotografi contemporanei si ispirano al suo approccio immediato e informale, all’attenzione per la vita quotidiana e alla qualità artistica involontaria. La fotografia vernacolare ha anche influenzato gli artisti che usano immagini trovate come materia prima per le proprie opere.

Quali musei collezionano fotografia vernacolare?

Fra i più attivi ci sono il Metropolitan Museum e il Museum of Modern Art di New York, la National Gallery of Art di Washington, il Saint Louis Art Museum, il Museum of Fine Arts di Boston e l’Art Institute of Chicago. Secondo alcune ricostruzioni collezionano immagini vernacolari anche il Victoria and Albert Museum di Londra e il Centre Pompidou di Parigi.

Come si conservano le fotografie vernacolari?

Servono condizioni adeguate per preservarle dal degrado: temperatura controllata (18-20 °C), umidità relativa controllata (40-50%), protezione dalla luce diretta, dalla polvere e dall’inquinamento. Le immagini si possono conservare in cartelle acid-free, scatole archivistiche e album fotografici di qualità.

Che rapporto c’è tra fotografia vernacolare e memoria?

La fotografia vernacolare è legata alla memoria individuale e collettiva. Le immagini documentano la vita quotidiana, i ricordi, le esperienze delle persone, e una volta recuperate e valorizzate permettono di ricostruire storie e vite dimenticate. Nei decenni degli album di famiglia questa funzione era esplicita: le didascalie scritte a mano accompagnavano la fotografia e ne fissavano il senso.

Qual è il futuro della fotografia vernacolare nell’era digitale?

Dipenderà dalla capacità di conservare e valorizzare le immagini digitali. Le fotocamere degli smartphone hanno moltiplicato gli scatti, ma la natura effimera dei supporti e dei servizi online mette a rischio molte di queste immagini, che potrebbero andare perse con il passare del tempo.

Per collocare questo tema nel quadro generale si veda La storia della fotografia: la linea temporale.

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Aggiornato Ottobre 2026

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